Truppe francesi sul suolo ucraino? Non lo escludo se la Russia sfonda e Kyiv lo chiede. È ancora una volta netto ed inequivocabile il senso delle parole pronunciate dal presidente francese Emmanuel Macron, che molti avevano immaginato scoraggiato dalla sequela di no e distinguo seguita alla sua prima uscita di questo tenore fatta nei mesi scorsi, da parte dei governi europei (e non solo), ma che invece ieri in un’intervista rilasciata all’Economist ha ribadito parola per parola la sua ferma volontà di impedire la “vittoria russa”.
E mentre lo sgangherato coro del pacifismo strabico è tornato ad intonare la cacofonia dell’Occidente guerrafondaio nelle cattedrali ideologiche dedicate alla lotta contro il pensiero unico, la logica ineluttabile, seppure indigeribile e a tratti urticante, di quelle parole, rischia stavolta di far saltare il banco.
Quello di Mosca, dove la conquista di una dozzina di fattorie e 10 case diroccate al mese sta alimentando il mito dell’invincibilità della nuova “armata rossa”, ma soprattutto la crescente “stanchezza” dell’opinione pubblica europea e statunitense (che la Russia ha cura di alimentare con mirate campagne di disinformazione) aveva convinto i vertici del Cremlino che l’ignavia occidentale fosse un po’ come un diamante, per sempre.
Ma anche quello della comitiva euroatlantica, dove molti paesi si sono amabilmente adagiati, dilettandosi nel giochino delle roboanti dichiarazioni pro-Kyiv, delle fantasmagoriche promesse di sostegno, a fronte di aiuti concessi col contagocce ed iniziative assai tiepide nel contrasto degli interessi e dei metodi criminali e mafiosi del Cremlino. Paesi come l’Italia, dove il proverbiale opportunismo di una classe politica abituata a vivere fieramente della propria mediocrità, ha fatto spuntare fuori come funghi varie declinazioni della parola “pace” un po’ ovunque su simboli e manifesti elettorali, con tutta la (voluta) ambiguità che queste 4 lettere si portano dietro, quando ad utilizzarle sono personaggi che, dipendesse da loro, di quelle conserverebbero solo le vocali per comporre la parola “resa”. E poi anche il candidato pacifista di turno (della prima ora, oppure folgorato sulla via di San Pietroburgo), esibito come prova di pluralismo, anziché, più correttamente, di cerchiobottismo.
Peraltro c’è un’altra parte delle dichiarazioni di Macron, meno titolate, ma che più delle prime sanno di spietato realismo. “Probabilmente siamo stati troppo esitanti nel fissare dei limiti alla nostra azione nei confronti di qualcuno che non ne ha più e che è l’aggressore” ha detto il capo dell’Eliseo. Tradotto: “abbiamo costretto l’Ucraina a lottare con una mano legata dietro la schiena e i risultati si vedono”.
Impossibile non leggere nelle parole di Macron dei chiari obiettivi strategici, intenzionato com’è ad approfittare della debolezza della Germania per proporsi come nuova “locomotiva politica” dell’Europa ed anticipare i tempi dell’inevitabile nascita della difesa comune dell’Unione per assumerne la guida. In questo dando l’idea di scommettere in qualche modo sulla vittoria di Trump alle presidenziali americane di novembre ed al conseguente almeno parziale disimpegno di Washington dalla NATO (sebbene alcuni recenti segnali, incluso lo sblocco degli aiuti all’Ucraina da parte dei repubblicani, lascino supporre un ammorbidimento della posizione del tycoon sull’argomento). L’alleggerimento del ruolo degli USA tra le 32 nazioni del Patto determinerebbe con ogni evidenza lo spostamento in Europa del baricentro dell’Alleanza, la quale inevitabilmente finirebbe per poggiare soprattutto sui paesi dell’Est, maggiormente disposti ad aumentare la propria spesa militare, trovandosi in una ipotetica prima linea di fuoco in caso di confronto con Mosca, un processo che Macron, appunto, conta di governare, come il recente incontro a tre col tedesco Scholz ed il polacco Tusk ha plasticamente evidenziato.
Facendo un mero esercizio di realismo, è difficile che la posizione interventista dell’Eliseo trovi sponda immediata presso le cancellerie europee, le quali sono tutte alle prese con le elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, su cui grava l’incubo di un’avanzata del sovranismo. Ma qualora le urne a giugno dovessero confermare, come alcuni sondaggi evidenziano, una sostanziale tenuta della cosiddetta “maggioranza Ursula”, difficilmente l’argomento di un impegno più diretto dell’Europa nel fermare l’avanzata russa potrà essere eluso.
Perché, per quanto proliferino in tv personaggi che predicano la filosofia dei fiori nei cannoni, quei fiori difficilmente scoraggeranno una Russia convintamente incamminata sulla strada di non ritorno dell’economia di guerra e del confronto a tutto campo con l’Occidente, che passa attraverso il ripristino di una sfera di influenza che potrebbe estendersi a breve fino a Georgia (alle prese già con un governo filo-russo che la vuole trascinare lontana dall’Europa) e la Moldavia (periodicamente destabilizzata dalla presenza russa in Transnstria). Ma che mette a rischio altri stati, a partire dai baltici. Una inazione europea, a fronte di un anche solo parziale ritiro degli USA dagli impegni euroatlantici, mentre Mosca rafforza la sua industria militare e la collaborazione con Iran, Cina e Corea del Nord, potrebbe far venir meno il peso della deterrenza che ha finora scoraggiato ogni iniziativa aggressiva nei confronti di un Occidente che per il Cremlino è e rimane un antagonista.
E questo non serve certo un Emmanuel Macron per capirlo.
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Grande Marco, come sempre.
La (nuova?) posizione di Macron va letta, a mio modestissimo parere, proprio nel tentativo di imporsi come nazione guida occidentale, a scapito della Germania che mi sembra ancora temere, in buona sostanza, di giocarsi la partnership economica con la Russia, a guerra finita.
Può essere che Macron, che in passato si è distinto per qualche apertura nei confronti di Putin, si sia reso conto di quanto potrebbe danneggiare la Francia una vittoria netta di Mosca su Kyiv, ed allora mi chiedo: perchè lui sì e tutti gli altri (baltici esclusi) ancora no?
Un abbraccio
Riccardo