Come ho già fatto in passato, ricorrerò ad uno dei miei autori preferiti per fare il punto su alcuni aspetti inquietanti del movimento propal di questi ultimi mesi. Si tratta del visionario J.G. Ballard, grande conoscitore degli angoli più remoti e torbidi dell’animo umano, artefice di alcune acute distopie. In particolare, mi servirò del romanzo “Condominio” (in inglese “High Rise”, ovvero “Grattacielo”), rappresentazione emblematica dell’umanità.
In questa comunità circoscritta e dalla gerarchia sociale evidente, l’equilibrio si regge sull’adesione degli inquilini a regole consuetudinarie di civiltà. È un contesto nel quale, come ne “Il signore delle mosche” di William Golding, l’abbattimento della struttura, ovvero il respingimento di codici comportamentali acquisiti non porta ad alcuna maggiore giustizia o equilibrio sociale ma al riemergere di tendenze naturali bestiali dove l’unica a vincere è la sete di potere. Per quanto “gabbia”, per quanto ipocrita o classista, la struttura tiene insieme gli esseri umani in un equilibrio di convivenza civile, dando la possibilità alla ragione di prevalere sull’istinto. E l’istinto, tanto per Ballard quanto Golding, è un baratro di violenza efferata, dominata dalla naturale tendenza alla sopraffazione. Per Ballard, questa visione iper-realista dell’umanità aveva radici nella propria infanzia trascorsa in un campo di concentramento giapponese: un luogo dove l’istinto alla sopraffazione poteva essere la sola garanzia di sopravvivenza.
In “Condominio”, basta una banale lite tra gli inquilini sull’immondizia perché comincino a crearsi delle crepe nella struttura sociale. Da quel momento, si innesca un effetto domino di torti e ragioni, di attacchi e vendette, di coalizioni e rappresaglie che fa cadere ad uno ad uno ciascun tassello della convivenza civile. Quello che un tempo era stato un luogo di tolleranza, rispetto e diritti degli individui, regredisce ad un tribalismo dove l’unica legge esistente è quella del più forte. Nel nuovo tessuto sociale che emerge dal precipitare della comunità nell’anarchia e nel caos, i vecchi parametri morali sono obsoleti, anzi non esistono più neanche i concetti di etica o moralità. Riemerge la schiavitù, le donne vengono stuprate a gruppi, comprate e vendute; si uccide tanto per vendetta quanto per piacere, fino all’abbattimento della più fondamentale e ataviche delle regole non scritte dell’umanità: quella di non cibarsi di altri esseri umani.
Così, nel 2000, a Ramallah, quando due riservisti dell’IDF si ritrovarono nel posto sbagliato al momento sbagliato, una folla esaltata e priva di inibizioni morali assaltò la caserma dove erano trattenuti dall’Autorità Palestinese, linciò i due malcapitati, li sventrò fino ad estrarne le viscere per esporle come trofeo e infine divorarle per il godimento di tutti. Un evento oggi dimenticato oppure fagocitato nella normalizzazione di una decadenza morale in vasta scala.
È proprio con la normalizzazione del cannibalismo che si apre il romanzo: un essere umano degustato su un balcone in un giorno qualsiasi. È il nuovo mondo, uno nel quale non esistono più barriere. Tutto diventa accettabile, addirittura banale, come divorare un essere della propria specie. Prima di questa banalizzazione dell’aderenza all’intollerabile si è assistito al giubilo e alla celebrazione dello smembramento come ad una sorta di catarsi liberatoria dell’abbattimento dell’ultima barriera oltre la quale tutto è consentito, avviene un istante prima che siano solo alcuni a decidere per tutti. Nel nuovo ordine mondiale cominciano infatti a formarsi presto nuove barriere, anzi, più di quante ne esistevano prima, senza però che avvenga un ripristino dell’etica della convivenza. Il giubilo fanatico verso lo smembramento e il cannibalismo, in fondo, non sono che il preludio ad una società totalitaria e amorale (in quanto non va contro alcuna morale esistente perché non ne esiste più alcuna da rifiutare).
Se sulla carta, suppongo, siamo tutti concordi che quel tipo di società rappresenti una regressione e che il tripudio verso lo smembramento o l’atto di cannibalismo non siano accettabili in qualsiasi contesto civile, né giustificabili – qualsiasi siano stati i torti. Purtroppo, in alcuni subentra un meccanismo di banalizzazione, figlio di un’accettazione (e talvolta celato godimento) di natura ideologica dove anche la peggiore regressione dell’umanità diventa tanto accettabile quanto simbolo. È il principio della fine della società civile. Una che siamo in grado di intravedere tra le masse che inneggiano ad Hamas. Quando entra in ballo la causa palestinese, non c’è struttura mentale etica che tenga. Si passa dalla normalizzazione ad una rimozione che altro non è che aderenza (consapevole o meno) dell’evento di rottura.
Ed è su questo inquietante aspetto, verso un fanatismo primordiale ed amorale a cui ha indotto la decennale strumentalizzazione ideologica della questione palestinese su scala mondiale su cui occorre riflettere. Perché di questo si tratta. Qualunque atto compiano i palestinesi, persino il più aberrante e umanamente regressivo, è sempre giustificato dalle azioni di Israele. Eppure, non esiste sopraffazione dello Stato israeliano, occupazione, bullismo dei coloni o bombardamento di Gaza che possa giustificare il plauso verso un atto di cannibalismo o la celebrazione per le azioni di Hamas del 7 ottobre che potremmo definire di “terrore puro”. Si tratta di comprendere la differenza tra l’azione repressiva o di guerra (che se vogliamo potremmo anche definire immorale) e l’azione interamente amorale, oltre cioè la soglia delle più fondamentali e ataviche delle regole non scritte dell’umanità.
Invece, precipitando nella banalizzazione del “se lo sono meritato”, per l’occidentale propal da salotto l’atto scompare per lasciare spazio ad una rivendicazione che si ritiene paradossalmente morale. Chiamiamolo un cannibalismo e tribalismo invisibili oppure sbiaditi e in qualche modo accettabili.
L’episodio dei cannibali di Ramallah è racchiuso nel simbolismo di un’immagine: la foto di uno dei linciatori, Aziz Salha che con il suo volto sorridente espone le sue mani imbrattate di sangue dalla finestra della caserma.
Quella delle “mani sporche di sangue”, lo sappiamo, è una metafora antica, apparsa sovente nel corso della storia e in letteratura, e non c’è dubbio che chi oggi marcia per le strade o irrompe negli atenei o nelle aule istituzionali con le mani imbrattate di sangue lo fa per simboleggiare le “mani sporche di sangue” d’Israele verso i palestinesi e non la celebrazione di un atto di cannibalismo. Non lo sa. Eppure l’ignoranza non è giustificazione, perché dal contesto in cui si applica un simbolo deriva il messaggio, se non per tutti, almeno per qualcuno. La svastica, per esempio, anticamente era il simbolo del sole e se stiamo parlando di antiche civiltà nessuno potrà certo accusarci di antisemitismo; altra cosa è usarla in contesti moderni perché, a partire dal nazismo, quel simbolo ha acquisito un significato tutt’altro che solare.
Così, le mani sporche di sangue, applicate al conflitto israelo-palestinese, a partire dal 2000 sia per i palestinesi che per gli israeliani hanno acquisito un significato molto preciso, lontano da quello a cui – nella loro beata ignoranza – si riferiscono gli agit prop del nuovo moralismo propal, i quali – credendo di lanciare un messaggio morale al mondo – ne stanno mandando un altro del tutto amorale alle parti interessate. A Ramallah, nel 2000, le mani sporche di sangue non erano condanna contro i crimini di Israele, ma il tripudio della vendetta cannibalistica, quello che in Ballard rappresenta la rimozione finale dell’ultima barriera che separa l’essere razionale da quello primordiale. Da allora, israeliani e palestinesi quando vedono mani sporche di sangue hanno in mente Aziz Salha non Lady Macbeth.
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Sempre acuta, e capace di vedere oltre, Alessanda Libutti!
Terribile! Sì, perché mi domando come tornare indietro e abbandonare lo spirito cannibale a meno della distruzione di uno dei due popoli.
Probabilmente, guardando a ciò che accadde tra Hutu e Tutsi in Ruanda, una via d’uscita, e di ritorno, è possibile?
Leggo sempre i suoi articoli e la ringrazio. Un raggio di sole nella tempesta del mondo.
Grazie