


La mappa dei quartieri etnici promossa dall’amministrazione Mamdani esclude Little Italy e le storiche comunità irlandesi ed ebraiche. Non è una semplice omissione, ma il riflesso di una politica identitaria che celebra chi rimane distinto e dimentica chi ha realizzato pienamente l’integrazione americana
Zohran Mamdani è diventato sindaco di New York il primo gennaio 2026 con il 51% dei voti, un programma socialista che promette autobus gratuiti, supermercati comunali, blocco degli affitti e asili nido universali – tutto finanziato da tasse sui ricchi – e una postura ideologica che ha entusiasmato la sinistra radicale americana e i suoi ammiratori europei, italiani inclusi.
È il primo sindaco musulmano della città, il più giovane da un secolo, nato a Kampala da genitori indiani, cittadino americano dal 2018. La storia che i progressisti di mezzo mondo hanno letto come il sogno americano nella sua forma più moderna e inclusiva.
Poi, la settimana scorsa, la sua amministrazione ha pubblicato una mappa intitolata “New York City Immigrant Enclaves”: trentuno quartieri etnici della città, promossa nell’ambito dei Mondiali di calcio 2026.
Ci sono Little Palestine, Little Pakistan, Little Yemen, Little Guyana, Little Mexico, Little Africa. Non c’è Little Italy. Non ci sono i quartieri irlandesi. Non ci sono quelli ebraici.
Non c’è traccia delle comunità che hanno costruito New York tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando quattro milioni di italiani sbarcarono in America e un terzo si fermò a New York, diventando la più grande comunità immigrata della città.
Il pattern, non l’incidente
Sarebbe comodo liquidare l’omissione come una svista burocratica. City Hall ci ha provato, spiegando che la mappa non era pensata per catalogare ogni comunità etnica e che altri quartieri verranno aggiunti nelle prossime settimane.
Ma il contesto non lo permette.
Mamdani aveva già negato il permesso alla comunità italiana per Unity Day 2026, la manifestazione annuale che celebra il contributo degli italoamericani alla città.
Nel 2020, prima di diventare sindaco, aveva pubblicato una foto di sé stesso mentre faceva il dito medio alla statua di Cristoforo Colombo ad Astoria, chiedendone l’abbattimento.
Non tre episodi isolati: tre punti di una linea.
Il rapporto di Mamdani con la comunità italiana ha una storia precisa. Come anticipato, nel giugno 2020, durante le proteste per la morte di George Floyd, aveva pubblicato sul suo profilo X una foto della sua mano che faceva il dito medio a una statua di Colombo ad Astoria, nel Queens, con la didascalia “take it down”: tiratela giù.
Lo stesso gesto si è ripetuto nel 2025. Non si è mai scusato, né ha mai rinnegato quei post.
La sua posizione è esplicita: mantenere le statue di Colombo nello spazio pubblico significa onorare un simbolo di violenza storica.
Da qui nasce la sua richiesta di rimuovere i monumenti dedicati al navigatore genovese – quella figura che gli americani stessi hanno celebrato con una festa nazionale, il Columbus Day, e che per gli italiani arrivati in America tra fine Ottocento e inizio Novecento era diventata il simbolo identitario di una comunità che cercava riconoscimento in una terra che spesso li odiava.
Rimuovere Colombo non è un atto contro gli italiani soltanto: è un atto contro un pezzo della memoria collettiva americana.
Il 3 luglio 2026, alla vigilia dei 250 anni degli Stati Uniti, Mamdani ha tenuto un discorso ufficiale seduto alla scrivania di George Washington a City Hall.
Ha dipinto l’America come una nazione di oppressori, inquadrando l’intera storia americana attraverso la lente dell’oppressore contro l’oppresso.
Gli esploratori europei, nel suo racconto, sono il punto di partenza di un sistema di violenza e sfruttamento che arriva fino a oggi.
Colombo non era citato, ma era presente – come assenza significativa, come simbolo di ciò che in quella lettura della storia non merita celebrazione ma rimozione.
La stessa logica vale per la comunità ebraica, la più grande fuori da Israele, che rappresenta oltre il 12% della popolazione di New York.
Mamdani ha accusato Israele di genocidio a Gaza. Ha dichiarato che, se Netanyahu avesse messo piede a New York, avrebbe chiesto alla polizia di eseguire il mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nei suoi confronti.
Ha finanziato campagne di raccolta fondi per l’UNRWA. Ha sostenuto la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza.
Ha nominato consulente legale del comune Ramzi Kassem, già avvocato difensore di un terrorista di Al Qaida.
Ha celebrato ufficialmente la Giornata mondiale dell’hijab: uno sfregio, per la comunità dei dissidenti iraniani di New York, che in quel velo vede lo strumento con cui Teheran tortura e uccide le donne.
Il ministro israeliano della Diaspora Amichai Chikli ha invitato gli ebrei di New York a lasciare la città e tornare in Israele.
Non è una reazione sproporzionata: è la misura del segnale che Mamdani ha inviato.
E poi c’è l’11 settembre.
In campagna elettorale, vicino a una moschea del Bronx, Mamdani ha raccontato che sua zia aveva smesso di prendere la metropolitana dopo gli attentati perché non si sentiva sicura con l’hijab.
In una città in cui tremila persone sono morte in quegli attacchi, scegliere quell’aneddoto in quel contesto come chiave di lettura dell’11 settembre dice qualcosa di preciso su come Mamdani legge la storia americana e su chi considera degno di memoria.
I suoi post di anniversario sono stati criticati per le omissioni sui soccorritori. Nulla di tutto questo è stato mai rinnegato.
Un programma irrealizzabile. E i conti non tornano
Il programma con cui Mamdani ha vinto è stato accolto dalla sinistra italiana come un manifesto di giustizia sociale.
Autobus gratuiti, supermercati comunali, blocco degli affitti, asili nido universali, salario minimo a 30 dollari l’ora.
L’Economist lo ha definito “un viaggio nostalgico al passato”, richiamando la crisi fiscale di New York del 1975.
Cuomo, durante i dibattiti, lo aveva avvertito: “Questo non è un lavoro per principianti”. Mamdani aveva risposto con una battuta.
Il 28 gennaio 2026, a meno di un mese dall’insediamento, ha annunciato quello che lui stesso ha definito una “crisi fiscale di portata storica”: un deficit da 12 miliardi di dollari.
La colpa era del predecessore. La soluzione era tassare i ricchi.
Gli autobus gratuiti sono stati rimandati a data da destinarsi. Le imposte sugli immobili accantonate. Le agenzie di rating hanno peggiorato l’outlook sulla città.
Nel frattempo, gli imprenditori hanno risposto alle minacce fiscali nell’unico modo che il mercato conosce: andando altrove.
Ken Griffin, CEO di Citadel, ha spostato i suoi investimenti fuori da New York, portando con sé, secondo le stime, ventimila posti di lavoro.
Il 12 maggio 2026, lo Stato di New York ha fornito alla città 4 miliardi di dollari di “sostegno per la chiusura del deficit”.
Un bailout, in linguaggio non socialista, finanziato dai contribuenti di tutto lo Stato.
Mamdani ha dichiarato di aver “bilanciato il bilancio tassando i ricchi”. La realtà è che ha chiesto aiuto ad Albany.
Quando i conti non tornano, si cercano i nemici comodi
C’è un meccanismo antico nella politica degli estremismi: quando le promesse si sgretolano e i conti non tornano, non si ammette l’errore ideologico.
Si sposta l’attenzione. Si alimentano le cause di bandiera, si distribuisce visibilità selettiva alle comunità che tengono viva la base elettorale, si cancella dalla mappa chi non serve.
E chi non serve, nell’universo narrativo di Mamdani, sono le comunità che hanno fatto esattamente quello che l’America chiedeva loro di fare: arrivare, lavorare, integrarsi, costruire, diventare americani.
Gli italiani, gli irlandesi, gli ebrei assimilati non fanno notizia perché non rientrano nel frame della vittimizzazione progressista.
Non protestano abbastanza, non bruciano bandiere, non bloccano strade. Hanno smesso di essere stranieri, e questo li ha resi invisibili.
Le comunità che invece trovano posto nella mappa, nei discorsi, nelle priorità dell’amministrazione, sono quelle che il sistema mediatico progressista ha trasformato in cause permanenti: i palestinesi, le comunità africane, i nuovi arrivati che non si sono ancora integrati e che per questo restano utili come simbolo.
Non è solidarietà: è strumentalizzazione selettiva.
Si celebra la diversità di chi resta distinto e si ignora il contributo di chi si è assimilato.
Si onora chi è ancora percepito come vittima e si dimentica chi ha smesso di esserlo costruendo qualcosa con le proprie mani.
Little Italy non è scomparsa dalla mappa per distrazione.
È scomparsa perché in questo momento, con i conti in rosso e le promesse evaporate, Mamdani ha bisogno di mantenere viva la narrazione che lo ha portato al potere.
E quella narrazione non ha spazio per Mulberry Street, per i cannoli di Baby John, per le famiglie che in quel quartiere hanno costruito una vita senza chiedere niente a nessuno.
L’integrazione come colpa
Gli italiani a New York non sono più immigrati nel senso che interessa alla sinistra radicale contemporanea.
Sono arrivati con niente, hanno lavorato nei cantieri, nelle cucine, nelle fabbriche, hanno aperto negozi, costruito chiese, cresciuto famiglie e poi si sono dissolti nella città fino a diventarne parte costitutiva.
Hanno cambiato i loro nomi, hanno imparato l’inglese, hanno mandato i figli nelle scuole pubbliche.
Hanno smesso di essere stranieri.
E questo, nell’ottica di chi ha bisogno di comunità permanentemente marginalizzate per costruire la propria base elettorale, li ha resi irrilevanti.
La stessa sorte è toccata agli irlandesi e agli ebrei askenaziti.
Comunità che hanno sofferto discriminazioni feroci e che da quelle discriminazioni si sono rialzate attraverso l’integrazione.
Comunità che oggi non servono più come simbolo di oppressione, e che quindi non hanno posto nella narrazione di un sindaco che costruisce la propria identità politica attorno alla vittimizzazione selettiva.
Il messaggio implicito è devastante: integrarsi è una colpa.
Chi si assimila perde il diritto al riconoscimento. Chi diventa americano smette di contare come immigrato.
Rimane visibile solo chi resta marginale, distinto, separato, perché la separazione è ciò che alimenta la politica identitaria.
L’idolo delle sinistre senza bussola
In Italia, Mamdani è stato accolto come una rivelazione.
La sinistra che da anni non sa cosa vuole essere ha trovato nel giovane sindaco socialista di New York una figura in cui identificarsi.
Pochi si sono fermati a leggere il programma davvero, e quasi nessuno ha guardato le posizioni che stanno sotto la superficie: un sindaco che celebra selettivamente le comunità immigrate in base alla loro utilità narrativa, che ignora chi si è integrato, che colpisce simboli storici di comunità che hanno costruito la città mattone per mattone, che trasforma Gaza in una causa di bandiera mentre omette dalla mappa ufficiale della città il quartiere che gli italiani hanno edificato con le proprie mani, che promette tutto e poi chiede aiuto allo Stato per pagare i conti.
Camminare per Mulberry Street e non trovare Little Italy su una mappa ufficiale di New York è un atto politico.
Non il più grave di questo mondo.
Ma uno di quelli che dice la verità su come si pensa, su cosa si valorizza, su chi si considera degno di memoria.
E sulla differenza abissale tra il celebrare la diversità e il capire davvero cos’è l’integrazione.
Il sindaco che ha fatto dell’integrazione il suo vessillo ha cancellato dalla mappa proprio le comunità che quell’integrazione l’hanno realizzata meglio di chiunque altro.
Gli italiani, gli irlandesi, gli ebrei: arrivati come stranieri, spesso odiati e discriminati, diventati New York.
Non nonostante l’integrazione. Attraverso di essa.
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Personaggi del genere sono estremamente funzionali a personaggi come Trump. Idem dicasi per lo scenario del Belpaese, negli opposti schieramenti. Terreno iper-fertile per il populismo, la iattura dei tempi moderni.