


Condannare Ben-Gvir non significa assolvere la Flotilla. Le immagini vergognose del ministro israeliano non cancellano la natura politica di un’operazione che si presenta come umanitaria, ma parla il linguaggio dell’odio contro Israele e contro l’Occidente.
Il modo in cui Israele ha trattato i militanti della Sumud Flotilla è esecrabile, e giustamente l’Italia, insieme ad altri Paesi, ha richiesto sanzioni contro il ministro della Sicurezza interna Ben-Gvir.
Chi continua a difendere il governo Netanyahu nonostante da anni corroda i fondamenti della democrazia israeliana commette, sul versante degli amici di Israele, uno strafalcione che evoca la scempiaggine dei nemici di Israele: identificare lo Stato col governo.
La sola cosa che dobbiamo sperare, per il bene di Israele e della sua stupefacente tenuta democratica nonostante attentati, guerre e boicottaggi internazionali, è che il governo di destra ed estrema destra fondamentalista venga sconfitto alle prossime elezioni e Netanyahu sia costretto al ritiro dalla scena politica.
Le immagini vergognose che Ben-Gvir ha voluto consegnare al mondo non possono tuttavia modificare il giudizio sull’operazione politica che la Flotilla va compiendo.
La squadra di barche che ripetutamente cerca di raggiungere le sponde di Gaza è sospinta dal vento dell’odio contro Israele, non contro il governo Netanyahu.
Gli irrisori aiuti umanitari che porta con sé — sapendo peraltro che, una volta toccato terra, non saprebbe a chi consegnarli — sono soltanto una copertura politica.
Il deputato 5 Stelle Dario Carotenuto, che ha partecipato alla spedizione, è arrivato a dire, con sprezzo del pudore e della sofferenza e con una totale mancanza di sensibilità, che i cittadini italiani erano “sotto sequestro al pari degli ostaggi israeliani rapiti da Hamas il 7 ottobre”.
Lo stesso Carotenuto, esponente emblematico della galassia pro-Pal, ha anche detto che le barche sono spinte dalle piazze e pilotate da generose “persone della società civile”.
Essere spinti dalle piazze non è argomento di per sé rassicurante, soprattutto se le “persone della società civile” a bordo della Flotilla usano costantemente il termine genocidio per descrivere ciò che è accaduto e accade nella Striscia di Gaza.
Non sarebbe sufficiente, per dei pacifisti, denunciare l’elevato numero delle vittime — moltissime civili — della guerra tra Israele e Hamas per giustificare il tentativo di forzare il blocco navale? Pare di no.
Parlare di genocidio israeliano prima che un’inchiesta e un processo davanti a un tribunale internazionale trovino modo di certificarlo ha però una precisa funzione politica: occultare la carneficina efferata compiuta da Hamas.
E nascondere che quell’assalto fu compiuto per provocare la reazione di Israele, confidando nell’intervento iraniano per procedere a quella che avrebbe dovuto essere la soluzione davvero finale.
Ma l’Iran non si mosse, e Israele reagì come ogni altro Stato e ogni altro governo israeliano avrebbe reagito: con la guerra di resistenza contro la minaccia di distruzione.
Una guerra che ha comportato un terribile costo di morte e spesso di violenza irragionevole, talvolta criminale.
Vista la prudenza iraniana, Israele ha avuto facilmente la meglio. Ma ciò non cancella la responsabilità di chi quella guerra ha voluto e continua a volere, tradendo l’impegno di disarmarsi.
A conferma che l’obiettivo della Flotilla è politico, tutt’altro che umanitario, è sufficiente ascoltare le parole del leader della Global Sumud Flotilla Saif Abukeshek, intervistato dal Fatto Quotidiano:
“Fin da quando abbiamo iniziato l’anno scorso abbiamo detto che vogliamo porre le basi per un movimento internazionalista, un vero movimento rivoluzionario che combatte l’oppressione, sfida le complicità, mostra i governi di Usa e Israele per quello che sono. Criminali.”
Reazioni forti a questo preannuncio di trasformazione della Sumud Flotilla in Global Sumud Guerrilla non si sono viste.
Una volta di più il partito della decadenza e del nichilismo — così presente nelle formazioni e nei governi di sinistra, ma in forme diverse e opposte anche a destra — sceglie il terreno della contrizione anticapitalista, antiamericana, antieuropea per contrapporsi, in nome dei più deboli anche se più infami, all’Occidente dello stato di diritto, dei tribunali internazionali, della Carta dei diritti universali.
A cui aspira, ne sono certo, non solo chi a decine di migliaia scende ogni settimana nelle piazze israeliane contro il proprio governo, ma anche chi vive sotto il regime corrotto e sanguinario di Hamas.
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Forse al signor Taradash sfugge che Netanyahu si trova dove si trova perché è stato votato dai cittadini israeliani in libere e democratiche elezioni: si chiama democrazia caro Marco, non lo sapevi?
Quanto a Ben Gvir, vedo in giro molta più indignazione di quanta ne abbia vista per il 7 ottobre e per i successivi due anni di violenze – quelle sì autentiche – fisiche, sessuali e psicologiche inflitte ai rapiti tenuti prigionieri nei tunnel e nelle case dei cosiddetti civili. E questo sì è VERAMENTE vergognoso.
Sono gli idolatri di Israele qualunque cosa faccia che insistono con lo strano aut aut: se critichi Israele stai con la flottiglia e con Hamas. Compiendo la doppia forzatura di appiattire i critici di Israele sui flottigli e i flottigli su Hamas, mentre in parte può anche essere vero, ma in parte certamente no. Gli idolatri di Israele sono specularmente uguali agli estremisti antioccidentali propal