
Dietro l’immagine patinata delle Maldive si nasconde una realtà ben diversa: restrizioni religiose, discriminazioni sistemiche e una gestione opaca dei diritti fondamentali. Un contrasto che mette in luce non solo le contraddizioni interne del Paese, ma anche quelle della comunità internazionale.
Quando, nell’aprile 2025, le Maldive hanno deciso di vietare l’ingresso nel Paese a chi possiede un passaporto israeliano, Alessandro Di Battista ha esultato sui social e nella sua newsletter su Substack, dicendo che “hanno dato l’esempio”.
A parte il fatto che ha appoggiato apertamente una politica discriminatoria basata sulla nazionalità, arrivando a definirla “un dovere morale”, va fatta notare l’ipocrisia con cui Di Battista ha elogiato uno Stato che, dietro all’immagine del paradiso per turisti che si è creato grazie alle sue spiagge, presenta una situazione relativa ai diritti umani assai precaria, tra leggi ispirate alla Sharia e discriminazioni nei confronti di donne, omosessuali e migranti.
Una situazione sulla quale spesso tacciono i propal, per i quali le Maldive sono un valido alleato, perlomeno da quando, nel 2024, il governo di Malé ha deciso di appoggiare la causa intentata dal Sudafrica contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia all’Aja.
In merito alla recente guerra con l’Iran, il presidente maldiviano Mohamed Muizzu ha dichiarato a marzo che “se l’Iran deve lanciare degli attacchi, devono mirare specificamente a Israele. Questa è la nostra posizione. Israele dovrebbe essere attaccato giorno e notte. Vorremmo che le cose andassero in questo modo”. La dichiarazione è stata riportata dal sito di notizie maldiviano “Adhadhu” e tradotta in inglese dal MEMRI (Middle East Media Research Institute).
Integralismo islamico
Come si può leggere sul sito in inglese del Ministero degli Esteri maldiviano, il primo dei prerequisiti obbligatori per gli stranieri che vogliono ottenere la cittadinanza è che siano musulmani. In pratica, chi pratica un’altra religione o è ateo non può diventare cittadino delle Maldive.
Secondo un report del 2024 del Dipartimento di Stato USA, la Costituzione maldiviana proibisce i discorsi che contraddicono i dettami dell’Islam. Inoltre, la legge prevede la pena di morte per il reato di apostasia, ovvero per chi abbandona l’Islam in quanto non credente o per convertirsi a un’altra religione.
Negli anni della guerra contro l’ISIS in Siria e Iraq, le Maldive erano il Paese con il maggior numero pro capite a livello mondiale di foreign fighters che sono andati a combattere nelle fila dello Stato Islamico e di altre formazioni terroristiche. Secondo il Lowy Institute, un think tank australiano, dal 2014 al 2018 sono partiti dalle Maldive circa 250 uomini e donne, su una popolazione complessiva di circa 500.000 persone.
In pratica, dalle Maldive è partito un foreign fighter ogni 2.000 abitanti. Per fare un confronto, secondo “Statista”, nel 2015 il Paese dell’Europa occidentale con il più alto numero di foreign fighters pro capite era il Belgio, dal quale ne erano partiti 40 per milione di abitanti (uno ogni 25.000).
Nel suo libro-reportage del 2017 “Ma quale paradiso?”, la giornalista Francesca Borri ha raccontato: “A Parigi, a Bruxelles, a Tunisi, parli con i musulmani dei jihadisti dell’ISIS e tutti hanno quest’aria mortificata, quasi a volersi scusare, quasi si sentissero responsabili, ti dicono: sono fuori di testa. Ti dicono: non sono musulmani. Alle Maldive ti dicono: sono degli eroi”.
Aggiungeva che “alle Maldive hanno tutti un fratello, un cugino, un amico in Siria. Ad agosto, mentre tutto il mondo guarda le Olimpiadi, alle Maldive tutti guardavano la battaglia di Aleppo. E tifavano al-Qaeda”.
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Donne e categorie LGBT
Secondo il report 2024 di “Human Rights Watch”, donne e omosessuali sono soggetti a pesanti restrizioni giuridiche nel Paese. I rapporti omosessuali sono illegali e punibili con fino a otto anni di prigione, così come tutti i rapporti sessuali fuori dal matrimonio.
Inoltre, il 12% delle donne risulta aver subito la mutilazione genitale femminile.
Diritti dei lavoratori
Le Maldive hanno la più alta percentuale di lavoratori migranti stranieri nell’Asia meridionale, che rappresentano circa un terzo di tutta la popolazione. Questi migranti, molti dei quali privi di documenti, subiscono una costante serie di abusi da parte dei datori di lavoro, tra cui pratiche di reclutamento ingannevoli, furto di salario, confisca del passaporto, condizioni di vita e di lavoro pericolose e richieste di lavoro eccessive.
Censura dei media
Numerosi sono gli episodi di censura e intimidazione verso i media, sebbene la Costituzione in teoria preveda la libertà di parola (tranne per tutto ciò che è in contrasto con la legge islamica). Una legge del 2022 concede ai tribunali il potere di costringere i giornalisti a rivelare le loro fonti.
Nel marzo 2023, il direttore del sito di notizie “Adhadhu”, Hussain Fiyaz Moosa, ha ricevuto minacce di morte anonime poche ore dopo che il suo giornale aveva pubblicato un articolo sulle gang e l’estremismo religioso. La polizia ha riferito che il caso era stato chiuso poiché il sospettato non era stato identificato e Fiyaz Moosa non desiderava procedere con l’accusa.
L’ipocrisia internazionale
A dispetto di tutti questi problemi, a marzo il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha rilasciato un report che minimizza la situazione umanitaria nell’arcipelago, come denunciato dall’organizzazione “UN Watch”.
Non solo: le Maldive hanno ricevuto elogi per i loro presunti progressi nella tutela dei diritti umani da Paesi come Egitto, Cina, Cuba, Turchia, Pakistan, Russia, Qatar e Arabia Saudita.
Un riscontro che dice poco sulla reale situazione nelle Maldive, ma che dice molto sull’ONU e su coloro che ne dettano la linea.

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Articolo istruttivo. Non sono mai stato alle Maldive (ma solo perchè sono un taccagno 😉 ) adesso ho qualche motivo di soddisfazione in più per non esserci mai stato e non andarci mai. Grazie