
Che l’accoppiata di due personalità egocentriche come Elon Musk e Donald Trump avrebbe causato scintille era già nelle premesse, tanto da evocare l’immagine, neanche tanto metaforica, di due che si spintonano per varcare la soglia della Casa Bianca. Ma pochi avrebbero immaginato che il conflitto potesse accendersi così presto, con Musk che in meno di un mese è passato dall’essere il paladino della libertà di parola al censore pubblico numero uno, almeno secondo la base trumpiana MAGA, già cornuta e mazziata prima ancora dell’insediamento di Trump.
Tutto ha avuto inizio con l’immigrazione. Per Musk, che si definisce un esempio vivente dei benefici di un sistema basato sul merito, il programma di visti H-1B rappresenta una necessità strategica per mantenere la leadership tecnologica americana. La sua idea di attrarre i migliori talenti del mondo, però, ha fatto saltare i nervi a una parte significativa della base populista di Trump, per cui immigrazione è una parola che si pronuncia solo dopo avere acceso una pira e arso pubblicamente chi la difende.
E poi, come se non bastasse, Musk ha deciso di gettare benzina sul fuoco sostenendo Sriram Krishnan, noto fautore delle politiche pro-immigrazione, come capo della politica sull’IA. Per i MAGA più puri, quella nomina non era solo un affronto, ma il segnale che Musk stava apparecchiando un banchetto per le élite globaliste, con il conto rigorosamente a carico dei lavoratori americani, serviti con un contorno di disoccupazione e rabbia repressa. Insomma, diciamocelo, tutto quello di cui i MAGA hanno sempre accusato i democratici.
Ecco, allora che agli occhi dei MAGA più puri, Musk si è trasformato in un emissario del Nuovo Ordine Mondiale e l’ira del delirio QAnon è esplosa come un vulcano: Elon non sta solo aprendo le porte agli immigrati, ma sta letteralmente consegnando le chiavi dell’America agli uomini delle élite globaliste, magari con un rituale di benedizione officiato da George Soros.
A complicare le cose, ci si è messa la questione della libertà di parola, tema caro a Musk. Almeno in teoria. Perché, nei fatti, le accuse di censura fioccano. Laura Loomer, una figura di punta dell’ala più radicale del MAGA, è stata privata del suo distintivo blu su X (ex Twitter) dopo aver criticato le posizioni di Musk sull’immigrazione. E non è stata sola: almeno altri 13 account conservatori hanno subito la stessa sorte, perdendo anche accesso a opzioni di monetizzazione. Musk, che in passato aveva fatto della libertà di espressione una bandiera, si è difeso pubblicando un post che suggeriva che gli account più bloccati dagli utenti avrebbero visto una diminuzione della loro visibilità.
Le reazioni sono state prevedibilmente esplosive. Loomer ha parlato di “censura pura”, accusando Musk di voler silenziare le critiche e tradire la causa populista. Nei circoli conservatori si è aperto un dibattito acceso su quello che molti percepiscono come l’ennesimo esempio di ipocrisia tecnologica: Musk, l’uomo che doveva liberare le piattaforme dalla dittatura woke, si è trasformato in un autocrate digitale con un debole per la silicon valley.
E Trump? Come sempre, ha preferito mantenere un’ambiguità strategica. Non ha condannato Musk, anzi, ha mostrato una sorprendente apertura verso le sue idee sull’H-1B, pur ribadendo di non voler tradire le sue politiche migratorie originali. È il solito Trump, insomma, sempre pronto a cavalcare più cavalli contemporaneamente. Steve Bannon, invece, non ha avuto dubbi: ha liquidato Musk definendolo un “bambino viziato” e denunciato il crescente divario all’interno del movimento MAGA, una guerra civile ideologica che rischia di spaccare il fronte populista.
Da parte sua, Elon Musk non ha fatto passi indietro di fronte alle critiche di Bannon. Piuttosto, ha risposto con la forza di un tornado. Difendendo a spada tratta il programma di visti che consente alle aziende americane di assumere lavoratori stranieri qualificati, ha dichiarato: “Il motivo per cui sono in America… è grazie all’H-1B”. Non pago, ha alzato ulteriormente i toni, lanciando un attacco diretto ai suoi critici con un tweet infuocato. A un detrattore ha consigliato di “fare un grande passo indietro e FOTTERSI in faccia da solo”. Il tutto per ribadire che il principio di meritocrazia su cui, a suo dire, si fonda la forza dell’America non è negoziabile. “Combatterò fino alla mia ultima goccia di sangue per difendere questo principio”, ha concluso, con un pathos che neanche in un film hollywoodiano.
Questo scambio tagliente non ha fatto che ampliare il divario già evidente all’interno del movimento MAGA. Da una parte, Musk con la sua visione meritocratica e pro-immigrazione; dall’altra, Bannon e i nazionalisti più puri. Il risultato? Una tensione sempre più palpabile tra i sostenitori di Trump, che ora sembrano dividersi su una questione che si sta rivelando più esplosiva del previsto.
Alla fine, il populismo si sgretola sempre nello stesso modo: a colpi di pesci in faccia tra i suoi stessi protagonisti, sotto gli occhi sbigottiti delle masse che aveva abbindolato. È un copione già scritto, fatto di promesse gonfiate, di slogan urlati alla pancia di un elettorato tenuto appositamente lontano dalla ragione e dalle sfumature. La retorica del linguaggio, violenta e iperbolica, trascina tutti in un vortice di illusioni, dove ogni questione è assoluta e ogni oppositore un nemico. Ma poi arriva il momento dei conti con una realtà che non conosce bandiere né slogan, e che inevitabilmente espone l’inconsistenza di quei leader facinorosi, incapaci di trasformare le loro stesse grida in azioni coerenti. Ma naturalmente chi cade vittima di questo gioco raramente impara la lezione: basta un nuovo pifferaio con una melodia diversa, e si ricomincia daccapo.
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