“Zum ewigen Frieden” (1795), noto in Italia con il titolo improprio, ma ormai canonico, “Per la pace perpetua”, è considerato uno dei testi più celebri e suggestivi di Immanuel Kant, un autentico capolavoro d’ineguagliabile eleganza e straordinaria originalità. Nel corso di oltre due secoli ha prodotto una bibliografia sconfinata, in cui si possono trovare le interpretazioni più disparate. E’ stato infatti letto come un edificante appello pacifista, un appassionato manifesto rivoluzionario, un imprescindibile punto di riferimento nel dibattito teorico sulle relazioni internazionali (Marco Duichin, “Alla pace del cimitero”, Firenze University Press, disponibile in pdf). Il volumetto, redatto secondo i classici moduli dei trattati internazionali di pace, con tanto di articoli preliminari, definitivi e segreti, di supplementi di garanzia e persino d’una clausola di salvaguardia con cui Kant intendeva tutelarsi dalla censura prussiana, si apriva con un breve ma cruciale preambolo, che reiterava nell’esergo il titolo dell’opera, curiosamente ispirato all’iscrizione satirica posta sull’insegna di una locanda olandese, ove era dipinto un cimitero.
Come ha scritto Duichin, per consuetudine “Zum ewigen Frieden” venne accostato a quel nutrito filone di opere che, a partire da alcuni scritti a carattere retorico-esortativo e filantropico-religioso apparsi nel XVI e XVII secolo, come la “Querela pacis” di Erasmo da Rotterdam (1517), culminerà in una cospicua messe di trattati settecenteschi sul tema della “pace perpetua”, dove figurano contributi di pensatori famosi come Leibniz, Voltaire, Rousseau, Bentham. In virtù di questa parentela, malgrado le differenze abissali che lo separano da tali opere, è stato spesso visto come un vero e proprio manifesto pacifista, talora sbrigativamente elevato al rango di archetipo del pacifismo moderno, in cui la condanna umanitaria della guerra va di pari passo con l’edificante appello a favore di un’ecumenica convivenza fra uomini d’ogni razza e nazione. Ma a differenza dell’integralismo pacifista, ancorato all’assunto erasmiano che “la pace più ingiusta è migliore della più giusta delle guerre”, ovvero che la pace è il bene supremo, da anteporre incondizionatamente a ogni altro valore (libertà inclusa), Kant respinge decisamente l’idea di una pace realizzata a qualsiasi prezzo, anche a costo di essere edificata sul “cimitero della libertà”.
E, pur riconoscendo nella guerra un “flagello del genere umano”, non la considera però un “male così incurabile” come la ben più temuta “tomba di un dominio unico”. Egli, infatti, mette in guardia contro i rischi di una pace universale e durevole realizzata “sotto un solo sovrano”, destinata a sfociare nel “più orribile dispotismo”. Non sorprende perciò che “Zum ewigen Frieden”, già all’indomani della sua apparizione, sia stato accolto con favore negli ambienti progressisti e francofili, con diffidenza e sospetto negli ambienti conservatori e assolutisti, dalle cui pagine sembrava trapelare addirittura un implicito appoggio alla violenza che la Francia prometteva di scatenare contro l’Antico regime europeo.
Se però l’immagine settecentesca di un Kant pacifista risulta in larga misura improbabile, la speculare tesi di un Kant giacobino è priva di fondamento. La sua “pace della ragione”, basata sul riconoscimento del “contrasto pacifico tra i popoli”, ha sicuramente ben poco in comune con l’ingenua utopia pacifista che vagheggia l’estinzione di ogni conflitto. Del resto, fatta salva la sua indiscussa simpatia per la Francia repubblicana, i moniti e i timori espressi dal filosofo in diversi luoghi di “Zum ewigen Frieden” riguardavano proprio il ricorso indiscriminato alla guerra “pacificatrice” teorizzata dall’ala più radicale dei rivoluzionari francesi, convinti assertori dell’idea che, sull’altare della pace futura, potesse essere giustificato qualunque mezzo, persino una guerra di sterminio.
Il progetto kantiano di sostituzione della guerra con il diritto, insomma, è sideralmente distante sia dal fondamentalismo rivoluzionario e messianico, per il quale tutti i mezzi sono leciti pur di ottenere la pacificazione finale degli stati europei sotto il dominio francese, sia dalla “pace dell’amore” di Robespierre: di un amore, però, destinato a trionfare pienamente solo dopo aver eliminato con la forza coloro che lo soffocano.
Risale a un eminente studioso del pensiero kantiano, Vittorio Mathieu, la proposta di rendere con “Alla pace perpetua”, anziché con il consueto -ma fuorviante- “Per la pace perpetua”, il titolo italiano del volumetto, tenendo giustamente conto del prologo, nel quale Kant si riferisce all’insegna di un’osteria. L’uso della preposizione “zum” da parte di Kant segna, insomma, la distanza che il filosofo intende marcare rispetto alla letteratura a lui contemporanea, mediante un titolo che riprende deliberatamente il sarcasmo con cui erano accolti i molteplici progetti di pace fioriti nella seconda metà del Settecento sotto la spinta del filantropismo illuministico.
L’autore delle tre “Critiche” dunque adotta, quale titolo ed esergo del suo scritto, una locuzione che assomiglia più a un solenne monito che a un fiducioso auspicio: qualcosa che evoca la “pace dei cimiteri” più che quella raggiunta con il conseguimento della concordia tra gli uomini. Lungi dall’essere una mera boutade per spiazzare o beffare il lettore, l’immagine evocata da Kant non è neppure un’estemporanea invenzione nata dalla sua fertile penna, ma costituisce l’ennesima variazione su un emblematico tópos a carattere “cimiteriale” le cui radici affondavano in una tradizione aneddotica che circolava già da tempo negli ambienti colti europei.
La suggestiva metafora della pace perpetua come cimitero figura per la prima volta in un testo di Gottfried Leibniz risalente all’autunno 1688, redatto in aperta polemica contro l’espansionismo francese, accusato dall’inventore del calcolo differenziale (insieme a Isaac Newton) di voler realizzare la “paix perpétuelle” sotto forma “d’un esclavage à la Turque”, che la renderebbe simile a un “cimetière” (“Réflexions sur la déclaration de la Guerre”). Ciò -sostiene Duichin- dischiude un’inedita chiave di lettura di “Zum ewigen Frieden”, il cui titolo, ispirato alla pessimistica concezione leibniziana, resta tuttora al centro di un curioso equivoco che si riflette già nella sua prima traduzione italiana (1885), e che non verrà più modificata.
Solitamente interpretato come un fervente appello pacifista, il sarcastico motto utilizzato da Kant per intitolare e introdurre il suo trattatello non è altro, in realtà, che il calco fedele di una prosaica insegna commerciale straniera (“Alla pace eterna”), menzionata da Leibniz e riecheggiata dai suoi epigoni francesi, per mostrare che pace e morte si identificano. E per sottolineare che la ricerca ostinata della pace sulla terra non conduce in nessun luogo o, tutt’al più, può condurre solo alla quiete tombale del cimitero.
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Grazie, ancora, Michele.