

È ormai chiaro che il conflitto russo-ucraino si è trasformato in una guerra di logoramento, ma è altrettanto evidente che l’aumento della pressione militare e diplomatica da parte di Mosca non è indice di forza, bensì di estrema debolezza da parte di un regime che comincia a sentire il ticchettio del conto alla rovescia verso il punto di non ritorno.
Mentre da noi le cheerleader del capo del Cremlino si accapigliano per litigarsi la prima fila nella schiera dei pacifinti, osteggiando in ogni modo il riarmo dei paesi del “vile Occidente guerrafondaio” e lanciando strali in occasione di ogni dibattito sulla difesa europea, nessuno di loro sembra scandalizzarsi per le indiscrezioni sulla proposta di bilancio della Federazione Russa per il 2026.
Questa prevederebbe una spesa nominale pari al 38% dell’intero budget per il comparto difesa e sicurezza. Una cifra peraltro sottostimata, dal momento che, secondo vari analisti, una parte delle spese — ad esempio quelle per la logistica o le infrastrutture militari — potrebbe essere stata registrata sotto altre voci, e dato anche che una percentuale non irrilevante degli investimenti risulta classificata.
Un segnale assai chiaro della scarsa volontà del Cremlino di rallentare la sua aggressione criminale, ma anche del tentativo di dissimulare quelli che ormai, per l’economia russa, non sono più solo vaghi scricchiolii.
Secondo calcoli piuttosto affidabili, nei primi quattro anni di guerra il National Wealth Fund — letteralmente le riserve economiche del paese — si è ridotto del 70%, e la sua liquidità sarebbe ormai di circa 50 miliardi di dollari. All’attuale ritmo di spesa, corrisponde più o meno a un anno di autonomia.
Ci sono poi una serie di variabili da considerare. A partire dal trend in crescita delle spese militari — trascinate anche da un’inflazione galoppante, che fa salire i prezzi anche per lo Stato — e che raramente rispettano le previsioni.
A questo si aggiungono la rapida desertificazione industriale, la brusca frenata della crescita e l’aumento continuo dei costi sostenuti per convincere nuove leve a partire per il fronte. Si parla di cifre che variano da regione a regione tra i 18 e i 30 mila dollari di “bonus di arruolamento”, fino ai 39 mila offerti dal Tatarstan, cui si aggiungono stipendi che superano di 2,5 volte quelli medi nazionali. Senza dimenticare i risarcimenti ai morti e agli invalidi, che impegnano la spesa sociale anche per gli anni a venire.
La capacità della Russia di sopravvivere più o meno a lungo dipenderà soprattutto dalle esportazioni di materie prime, in un contesto di sanzioni sul petrolio e di prezzi bassi. A questi vanno applicati sconti che ormai sfiorano i 20 dollari al barile rispetto al Brent, che Mosca è costretta a concedere per convincere i suoi maggiori clienti — Cina e India — a sfidare i blocchi commerciali di Europa e USA.
Il tutto mentre diverse nazioni del vecchio continente e la stessa Ucraina si sono lanciate alla caccia delle petroliere ombra con cui le grandi compagnie spostano carburanti illegalmente.
A questo proposito, va detto che la perdita della Siria, l’azzoppamento dell’Iran come attore regionale, la crescente ostilità dell’Azerbaijan e l’ingresso a gamba tesa degli USA nelle questioni mediorientali hanno di fatto azzerato la capacità della Russia di influire sulle dinamiche del prezzo del greggio.
Fino a un anno fa sarebbe bastata una minaccia di guerra regionale tra gli ayatollah e Israele, o un lancio di missili degli Houthi sulle navi cargo in transito nel Mar Rosso, per creare tensioni ad hoc sui mercati capaci di generare ricavi extra sulle vendite di oro nero.
A tutto questo si aggiungono le ormai chiare difficoltà dell’industria militare, incapace di tenere il passo con la perdita di mezzi sul campo. Per dare una proporzione, basti pensare che la produzione di carri armati in Russia si attesta sui 250 pezzi l’anno, ma nel solo 2024 ne sarebbero stati distrutti 1.400.
La cifra sale fino a 3.700 se si includono mezzi più datati e corazzati leggeri. Le canne d’artiglieria sono ormai una rarità, vista la rapidità con cui si usurano, cosa che rende inservibili i proiettili nei magazzini.
I mezzi per la fanteria e gli aerei vengono sempre più spesso riciclati cannibalizzando vecchi modelli per recuperare pezzi di ricambio bloccati al confine dalle sanzioni. Resta ancora molto alta la produzione di droni e missili, utili per seminare terrore nella popolazione e per operazioni al fronte.
Ma, come ha scritto in un recente articolo il generale Orio Giorgio Stirpe, l’esercito russo è di fatto ormai “appiedato”. E, nonostante le minacce di carovane trionfali fino a Kyiv in caso di mancata accettazione del piano di pace di Trump, un orizzonte che vada molto oltre il Donbas è impensabile allo stato attuale.
Questo porta con sé una domanda che forse dovrebbe iniziare a porsi chi annuncia la vittoria russa almeno quattro volte al giorno (di cui, di norma, una per iscritto e tre in altrettanti programmi tv).
E cioè quale sia la via d’uscita per Mosca da un conflitto dal quale, anche se terminasse oggi, avrebbe guadagnato quattro regioni da ricostruire, un’economia di guerra inservibile in tempo di pace, nessuna industria civile a cui tornare, un riorientamento a est dei commerci che richiede ancora tempo — anche per le infrastrutture necessarie — e che oggi è molto lontano dal compensare le perdite derivate dalla chiusura delle rotte con i ricchi paesi europei.
Questi ultimi, peraltro, a differenza di Pechino, compravano a prezzo di mercato beni e materie prime. E ora la Russia si ritrova con una crescente colonizzazione economica — e di conseguenza politica — da parte della Cina.
Per giunta, con centinaia di migliaia di militari da ricollocare in posizioni di lavoro dove avrebbero stipendi dimezzati, col rischio di non poter onorare prestiti e mutui, assestando un ulteriore colpo a un sistema bancario già prossimo al collasso, imbottito com’è di crediti tossici concessi ad aziende per lo più del comparto militare, che senza gli appalti della difesa diventerebbero immediatamente insolventi.
La verità è che non esiste uno scenario di vittoria, nel medio o lungo periodo, per la Russia. Esiste solo uno scenario immediato in cui il Cremlino può dare fondo ai magazzini e al portafogli per generare la falsa illusione di avere tutto il tempo del mondo.
L’obiettivo è scoraggiare il sostegno dell’Europa all’Ucraina, magari con l’aiutino di qualche Marco Travaglio o Alessandro Di Battista di turno.
Ma chiunque abbia visto — o semplicemente letto — del crollo improvviso dell’URSS, se abbassa per un attimo il volume della propaganda, non può non avere un déjà-vu.
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La situazione russa non è florida certamente, ma di crolli e incapacità di sostenere la guerra se ne parla da anni senza vedere quando accadranno. Non dimentichiamo poi che la maggior parte dei russi è abituata a vivere in condizioni precarie se non estreme per gli standard occidentali e quindi il regime russo ha buon gioco nel tenerla a bada sfruttandola nei suoi intenti.
Fosse vero dovrebbe essere questo il momento di dare più impulso agli aiuti economici e militari destinati all’Ucraina, invece di fare ennesimi vani tentativi di accordi di pace e riconciliazione internazionale almeno da parte americana.
Anche l’Europa dietro illusorie speranze di cambiamento dell’azione russa potrebbe e dovrebbe dare una spallata decisiva per ottenere magari una soluzione più a favore per gli ucraini nel conflitto, se davvero i russi sono in difficoltà.
Vedremo, non scordiamo anche il ruolo decisivo della Cina e molto dipenderà dal suo sostegno futuro.
Speriamo che il crollo della nuova URSS arrivi improvviso e molto presto.
E che si porti dietro il suo sodale americano.
Concordo pienamente. I Russi mentono sempre e noi dovremmo tenerne conto.