
Come era prevedibile il segno meno che perdura da quasi due anni davanti ai dati sulla produzione industriale in questi giorni si è materializzato con un balzo indietro dell’industria che ha provocato nel 2024 oltre il 30 per cento in più delle ore di cassa integrazione.
Rispetto al pre-Covid la cassa integrazione è addirittura raddoppiata. A soffrire di più è stata la manifattura, cioè proprio quel fiore all’occhiello della nostra industria che ci vede al secondo posto in Europa, subito dopo la Germania.
Moda, auto e meccanica risultano essere i settori maggiormente penalizzati. Per quanto riguarda l’auto nel solo Piemonte, regione dove si concentra circa un terzo della produzione della componentistica auto made in Italy, in un anno le ore di cassa integrazione ordinaria sono quasi raddoppiate. Nel novembre scorso (ultimo dato Anfia, l’associazione delle imprese della filiera auto) la produzione industriale è scesa del 21,7 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Per la moda made in Italy, che nel 2024 ha fatturato 96 miliardi di euro, il calo è stato del 5,3% rispetto al 2023. Se si passa ad una osservazione più mirata si registrano situazioni, come per esempio le esportazioni del lusso italiano verso la svizzera, dove nei primi nove mesi del 2024 il fatturato è precipitato di oltre il 50 per cento.
La situazione geopolitica e il rincaro dell’energia sono le due componenti esterne che hanno pesato maggiormente nello spingere verso il basso i dati dell’industria. Sono due condizioni sulle quali è difficile intervenire, se non impossibile, come nel caso della situazione geopolitica.
Ma ci sono altresì zavorramenti che riguardano invece l’incapacità del sistema di intervenire nella correzione di problemi contingenti o strutturali. Basta citarne due, come ha messo in evidenza la stessa Inps: la denatalità e la difficoltà a reperire le competenze necessarie alle imprese.
La stessa Inps, ha calcolato che non affrontare queste due palle al piede che impattano sulla crescita e lo sviluppo ha già comportato una perdita di valore aggiunto di circa 44 miliardi, pari quasi al 2,5 per cento del Pil nazionale. Senza contare, aggiunte l’Istituto di Previdenza, i vincoli e i ritardi burocratici.
Stabilito che i dati non lasciano dubbi sul fatto che ci troviamo di fronte a qualcosa di più che un campanello d’allarme, passiamo a chiederci in quali stanze del Palazzo l’avviso ai naviganti della manifattura italiana sia squillato.
Non certo in quelle del governo che finora non ha fatto una piega.
Il guaio è che possiamo dire altrettanto anche dell’opposizione. La sinistra, in questo momento, sembra avere un unico obiettivo: prendere in castagna Giorgia Meloni sulla faccenda del generale libico riportato a casa a spese del contribuente. L’opposizione ha questa carta in mano da giocare e se la vuole giocare in tutti i modi. Porterà a qualche risultato?
Al momento, da una parte sembrano prendere sempre più consistenza tutti i dubbi su un operato del governo perlomeno pasticciato. nel tentativo di liberarsi al più presto della patata bollente del ricercato libico. Dall’altra aumentano i distinguo anche da parte di chi non è schierato a priori con la maggioranza.
Sul Corriere della Sera, Goffredo Buccini ha ricordato che gli accordi e i ricatti con la Libia vanno avanti dal 2017 quando, a fronte di un esodo incontrollato che sembrava travolgerci, il ministro dell’interno dell’epoca, Marco Minniti, fu spedito a fare accordi con chiunque fosse disposto a darci una mano, fino ad arrivare a stringere patti non solo con i potenti del momento (peraltro in conflitto fra loro) ma anche i capo tribù.
Minniti riuscì a fare scendere gli sbarchi di circa il 77 per cento (praticamente lo stesso risultato raggiunto dall’attuale governo Meloni) ma suscitò reprimende severissime da parte dell’Onu. “Otto anni dopo- aggiunge Buccini- non molto sembra cambiato. Il memorandum Minniti è stato rinnovato nel 2020 e nel 2023 sotto governi di segno diverso e i libici sono ancora nostri partner, sempre più essenziali nel risparmiarci uno tsunami di sbarchi”.
Chi ci legge può chiedersi, giustamente, ma che c’entrano i problemi della nostra industria manifatturiera con la vicenda del libico Osama al Njeim Almasri? Niente dal punto di vista dei risultati economici, naturalmente, ma invece molto dal punto di vista politico. Basta vedere lo spazio che la comunicazione riserva alla vicenda del generale libico rispetto a quello dedicato alle faccende e alle urgenze del lavoro e della produzione.
Forse, proprio per insistere su questa emergenza, vale la pena ricordare che il giorno prima dei dati sulle ore di cassa integrazione, l’Ance, l’associazione degli industriali del settore delle costruzioni, aveva denunciato un calo dell’edilizia del 5,3 nel 2024 e aveva anticipato un probabile calo del 7 per cento nel 2025.
Se tutto questo can can sul libico l’avesse mosso il governo (o forse anche Giorgia Meloni ci ha messo del suo?) avremmo potuto chiamarlo come la più classica delle distrazioni di massa dai veri problemi dell’Italia. Il fatto che a suscitarlo sia stata l’opposizione non cambia, però, che
gli effetti finali dell’operazione abbiano finito per essere gli stessi.
Per concludere, è ineccepibile che la sinistra chieda al governo di andare in Parlamento a spiegare come è andato veramente tutto il pasticcio con il generale libico, ma è altrettanto auspicabile che tutta l’opposizione chieda quanto prima anche al ministro dell’industria Urso come intende affrontare il problema del lavoro e della produzione industriale. Non crediamo sia meno urgente del sentirsi raccontare la ovvia (quanto inevitabile) favoletta che il governo ha già pronta per giustificare il suo operato nella vicenda con il ricercato libico.
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