

In occasione delle feste cristiane più importanti, Natale e Pasqua, si assiste spesso all’utilizzo dei simboli e delle narrazioni offerte da queste occasioni, come argomenti per regolare discussioni morali e politiche tra opposte fazioni. A seconda dei punti di vista, ad esempio, i personaggi del presepe vengono identificati nell’oggi con le vittime di queste o quelle discriminazione, questa o quella parte di un conflitto; stessa sorte capita ai simboli della passione del Cristo. La Via Crucis è di volta in volta sovrapposta alle sofferenze dei gruppi umani più vicini alla sensibilità di quanti perorano una certa causa.
A chi scrive, naturalmente, non sfugge la necessità, anzi, direi il dovere di attualizzare i misteri cristiani: se quanto si celebra non entra nell’oggi per orientarlo verso il bene e la giustizia, allora siamo in presenza di un culto formale e di una spiritualità gassosa, che offre al massimo solo una coperta di rispettabilità borghese all’indifferenza e all’egoismo.
Tra l’altro – è il caso di dirlo – su questo punto si misura la debolezza di una religiosità disincarnata, fondata su una divinità senza volto, senza dogmi e senza dottrina – oggi, mi pare, molto sponsorizzata – che viene percepita come liberante e rispettosa delle preferenze personali, salvo poi trovarsi sprovvista di solide ragioni quando si tratta di dire Dio da che parte sta nei drammi della storia. La vicinanza di una divinità che vive solo nell’emotività soggettiva e mai nell’oggettività di un contenuto condiviso da una comunità, può infatti essere rivendicata sia dallo sfruttato che dallo sfruttatore.
Il problema sorge nel metodo dell’attualizzazione. Un conto è dire da che parte sta Dio, altro è interpretare tale vicinanza in senso esclusivo, confondendo la denuncia del male con la pretesa di stabilire, qui ed ora, tutto l’elenco dei buoni e tutto l’elenco dei cattivi, cosa è certamente grano e cosa è certamente zizzania, per utilizzare il linguaggio evangelico. Non si afferra Dio per alimentare la retorica del “noi” contro di “loro”. Ciò non vuol dire affatto che vittima e carnefice sono messi sullo stesso piano: significa piuttosto non confondere il piano della storia con quello atemporale delle coscienze. Sul piano storico, ad esempio, il giudizio di condanna inappellabile per la Germania nazista è inevitabile.
Ma cosa ne sappiamo di un diciottenne dell’esercito tedesco, assediato dalle chiacchiere martellanti della propaganda, che da un giorno all’altro si ritrova al fronte, lontano anni luce dal sorriso della sua fidanzata, esposto al fuoco nemico, che trema col fucile, chiude gli occhi, spara, e si risveglia in un inferno ormai irrevocabile? Chi se la sente di dire che Dio, se ne ammettiamo per un momento l’esistenza, non si sia curato di quest’anima, solo perché indossava la divisa sbagliata? Non è anche la denuncia di questa confusione colpevole, che alcuni contemporanei di Gesù non capivano, accusandolo quando guariva il servo del centurione romano, chiamava un pubblicano tra i suoi discepoli e lodava un samaritano?
A tal proposito, Dietrich Bonhoeffer ci ha lasciato parole particolarmente penetranti: “Gesù non è certo l’avvocato degli uomini di successo nella storia, ma non guida neppure la sollevazione delle esistenze fallite contro di essi. Quel che gli sta a cuore non è il successo o l’insuccesso, ma l’accettazione docile del giudizio di Dio. […] All’uomo di successo Dio mostra nella croce di Cristo la santificazione del dolore, dell’abbassamento, del fallimento, della povertà, della solitudine, della disperazione.
Non che tutto questo abbia un valore in se stesso. Esso però viene santificato dall’amore di Dio, che lo assume come giudizio su di sé. Il sì di Dio alla croce è il giudizio sull’uomo di successo. A sua volta, colui che non ha successo deve riconoscere che non la sua mancanza di successo, non la sua condizione di paria in quanto tale, bensì solo l’accettazione del giudizio dell’amore divino gli permette di sussistere davanti a Dio”.
Anche se il denso linguaggio teologico potrebbe renderlo difficile da individuare, le parole citate hanno un importante portato (anche) politico. Dio non può farsi portabandiera esclusivo di nessun partito politico (in senso lato), di nessun movimento culturale specifico, di nessuna fazione, neppure di quella dei poveri e degli sfruttati contro quella dei ricchi (il “Gesù socialista” di qualche decennio fa, era frutto di questo fraintendimento).
Per tale motivo, lo spettacolo dei presepi addobbati con le suppellettili che richiamano questa o quella causa contemporanea, per quanto quest’ultima possa essere nobile, a mio avviso risulta problematico. Talvolta, tali operazioni sconfinano nella vera e propria adulterazione, come quella che vorrebbe far passare l’immagine di una “sacra famiglia” palestinese: si può prendere eventualmente una posizione anche molto critica verso Israele su Gaza, senza smontare la storia e rimontarla a nostro piacimento; o quella di chi, qualche tempo fa, presentò in una parrocchia un presepe con due mamme, senza Giuseppe, in solidarietà con le famiglie arcobaleno: anche qui, una spericolata manomissione della narrazione religiosa, della quale non vi era alcun bisogno per il fine che si voleva raggiungere.
Se siamo del tutto sinceri, certe operazioni servono più a sottolineare il posizionamento (morale, culturale, politico) di chi le propone, che ad approfondire il senso di ciò che si celebra, un senso che di certo introduce un dissenso sul male nella storia ma che, nello stesso tempo, deve essere distinto dal terreno limaccioso delle nostre contrapposizioni ideologiche. Spesso siamo noi a voler parlare servendoci del simbolo religioso, invece di metterci in ascolto per lasciar parlare lui: lo fanno tutti, credenti e non credenti.
Se proprio vogliamo fare spazio alle narrazioni religiose (in questo caso cristiane), allora sarebbe meglio chiacchierare un po’ di meno e lasciarle parlare un po’ di più, senza mettergli le sciarpe della nostra squadra del cuore, come fanno i capi ultras coi propri beniamini. Altrimenti c’è sempre la scelta di una rispettosa indifferenza, a suo modo forse più apprezzabile.
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