L’Italia è tra i membri fondatori dell’Unione Europea e della Nato. Ma la nostra mediocre classe politica sembra fare a gara per farlo dimenticare. L’era del populismo è soprattutto l’era dell’abdicazione delle classi dirigenti che, invece di trovare soluzioni, preferiscono inseguire e solleticare l’antagonismo.


Ho ritrovato un articolo mirabile sul Gazzettino di Venezia del 2019 dedicato all’orazione funebre di Marco Antonio nel “Giulio Cesare” di Shakespeare. Non riesco a trovare l’autore ma questo passo è davvero illuminante: “Ci interessa invece il genio di Shakespeare, che riassume in poche battute uno dei maggior drammi della politica: la credulità della folla, esposta ai pericoli della predicazione apocalittica. Cicerone ammoniva che il buon oratore deve avere «l’acume del dialettico, la profondità dei filosofo, l’abilità verbale dei poeti, la memoria dei giureconsulti, la voce dei tragici e la gestualità degli attori». Tutte qualità oggi perdute, e sostituite dall’impatto immediato delle formule preconfezionate dei network. Ma la capacità quasi ipnotica di queste nuove forme comunicative incide sul medesimo vizio denunciato da Shakespeare: l’inaffidabilità del popolo quando è abbandonato alle sue oscillazioni emotive, e la sua incapacità di filtrare con il raziocinio le insidie ingannevoli degli artifici verbali”. Ecco una perfetta fotografia della nostra attuale classe politica.
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