

Il malinteso di fondo è alimentato con ostinazione dagli intellettuali della semicoltura contemporanea e rinvigorito proprio in questi giorni, in cui ricorre il decennale della sua scomparsa: l’idea che Umberto Eco fosse un rassicurante santino della sinistra, una figurina da sbandierare per darsi un tono di superiorità morale.
Niente di più falso e, per certi versi, niente di più offensivo per la sua eredità intellettuale. Se Eco potesse osservare il panorama politico odierno, bacchetterebbe senza pietà proprio quella parte politica che oggi, a dieci anni esatti da quel 19 febbraio 2016, lo cita a sproposito, ignorando sistematicamente la complessità del suo pensiero.
Il cortocircuito nasce da un equivoco fondamentale: Eco non era un sociologo prestato al dibattito televisivo, ma un semiotico. Era, a tutti gli effetti, un chirurgo del linguaggio. Il suo bisturi analizzava i segni, smontava le retoriche e, soprattutto, sanzionava la deriva di un vocabolario pubblico che andava impoverendosi.
È proprio in questa deriva linguistica che oggi vediamo naufragare la politica e l’intera società. Quando le parole perdono di spessore e si riducono a slogan, il pensiero si atrofizza, diventando facile preda dei populismi di ogni colore.
Quando Eco teorizzò il concetto di “Ur-Fascismo”, o fascismo eterno, non parlava solo di manganello e saluti romani. Parlava di un’attitudine mentale, prima ancora che politica. Il fascismo eterno si nutre del culto della tradizione, del rifiuto della critica, della paura della differenza e, in modo cruciale, dell’impoverimento del linguaggio.
La “neolingua” di cui parlava Eco è fatta di un lessico povero e di una sintassi elementare, strumenti progettati per limitare la capacità di ragionamento complesso. Quanta di questa intolleranza per l’analisi, quanta di questa tendenza a fabbricare un nemico semplificato permea oggi le narrazioni della sinistra? Moltissima.
La riduzione del dibattito a un tifo da stadio, a una caccia alle streghe contro chi si discosta dal dogma, o l’uso di formule vuote per mascherare l’assenza di idee, è l’esatta incarnazione di quel fascismo eterno che Eco denunciava.
Eco, d’altronde, non ha mai risparmiato critiche feroci alla sua stessa area di riferimento intellettuale, dimostrando un’indipendenza di giudizio che oggi sembra smarrita. Lo fece da vivo, con la stessa lucidità implacabile con cui lo facevano grandi spiriti liberi come Leonardo Sciascia, allergici alle ipocrisie del conformismo di partito e implacabili nel denunciare le derive morali dei “compagni”.
Oggi, questo ruolo di coscienza critica e di fustigatori della sinistra viene portato avanti da pensatori fuori dal coro come Federico Rampini, ma anche da voci storicamente radicate a sinistra come il giornalista Carlo Panella, l’ex deputata e attivista Anna Paola Concia e da profili intellettualmente irregolari come Giovanni Lindo Ferretti – storico leader dei CCCP -, capaci di sviscerare le contraddizioni e l’intolleranza di un mondo che un tempo era il loro.
Costoro non smettono di evidenziare lo scollamento tra le élite sedicenti progressiste, prigioniere di un perbenismo linguistico asfissiante, e la realtà materiale della società.
Citare Eco per giustificare la propria pigrizia intellettuale è il paradosso finale dei nostri tempi. Il suo “fascismo eterno” non è uno spauracchio da agitare contro l’avversario di turno per sentirsi dalla parte giusta della storia, ma uno specchio in cui la società odierna – e in particolare chi si erge a difensore della cultura – dovrebbe avere il coraggio di guardarsi.
La vera eredità del chirurgo del linguaggio non sta nelle citazioni estrapolate dal contesto, ma nell’insegnamento più scomodo: diffidare sempre di chi usa il linguaggio non per svelare il mondo, ma per nasconderne le contraddizioni dietro a un comodo nemico.

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