

Probabilmente della disputa sui militari all’Università di Bologna avete già sentito parlare, ma riassumiamo brevemente i fatti. La vicenda riguarda la proposta di attivare un corso di laurea in Filosofia riservato a un gruppo di giovani ufficiali provenienti dall’Accademia militare, con l’intento dichiarato di arricchire la loro formazione attraverso discipline atte a sviluppare capacità critiche, argomentative e decisionali, o come si preferisce dire oggi, “il pensiero laterale”.
Il Dipartimento universitario competente, dopo aver esaminato la richiesta secondo le procedure previste per l’istituzione di nuovi percorsi accademici, ha però scelto di non procedere. L’Università ha spiegato che non si tratta di negare l’accesso ai militari — che restano liberi di iscriversi ai corsi ordinari — ma di una decisione tecnica circa l’attivazione di un percorso ad hoc ritenuto non sostenibile né coerente con i criteri dell’offerta formativa.
La scelta, dunque, non è pregiudiziale, come qualche esponente del governo ha detto, compresa la premier Giorgia Meloni. I sostenitori del progetto, infatti, hanno interpretato il rifiuto come un gesto ideologico, sottolineando la necessità di una collaborazione esplicita tra università e istituzioni statali, comprese le forze armate.
I critici, al contrario, hanno sostenuto che un corso riservato rischiasse di minare l’autonomia universitaria, introducendo un precedente problematico non in linea con la missione della formazione pubblica (si veda, ad esempio, la posizione espressa da Alleanza Verdi-Sinistra Emilia-Romagna).
Indipendentemente dal giudizio sul caso in sé, è interessante, secondo noi, commentare le reazioni da parte della “mediosfera” accademica. Se si allarga un po’ lo sguardo, elevandosi al di sopra della cronaca, è innegabile la persistenza, in una parte della cultura universitaria italiana — nello specifico nell’area degli studi umanistici — di un sospetto, quando non di una vera e propria avversione, verso la dimensione militare.
Non di rado, il “militare” viene percepito come entità monolitica, erede di apparati autoritari, distante dal pluralismo e dalla libertà intellettuale che l’università rivendica come proprie. È un immaginario spesso figlio di sedimentazioni storiche: l’antimilitarismo diffuso nel secondo Novecento, le stagioni dei movimenti studenteschi, la contrapposizione tra caserma e aula universitaria.
Paradossalmente, però, la proposta oggetto di discussione andava in direzione opposta rispetto ai timori espressi: non si trattava di introdurre un controllo militare nell’università, bensì di portare un po’ di università in più dentro la formazione militare, aprendo altri varchi di confronto critico esplicito.
Esiste poi un livello ulteriore della questione, più teorico e per certi versi più delicato. La figura del soldato, in molte correnti del pensiero contemporaneo, incarna ciò da cui la filosofia ha preso le distanze: l’urto del reale, la dimensione tragica dell’esistenza, l’inevitabilità della scelta sotto vincoli, la responsabilità immediata, la presenza del rischio, della vulnerabilità, della contingenza.
Da qui deriva anche un relativo e pericoloso fascino della guerra, rispetto al quale vanno sicuramente attivati in tempo gli anticorpi: chi ha conosciuto da vicino la guerra sa bene che si tratta di una barbarie da scongiurare.
Molte filosofie del Novecento, accentuando la critica delle strutture linguistiche e simboliche, hanno però interpretato il mondo come una trama di narrazioni e dispositivi. In tale quadro, il militare appare spesso non come individuo, ma come funzione, come ingranaggio di un apparato.
Questa lettura, pur sofisticata, tende a espellere la concretezza irriducibile dell’esperienza. Il soldato smentisce l’idea di un reale integralmente negoziabile: ricorda che esistono eventi che non possono essere elusi, alternative che non possono essere sospese, responsabilità che non possono essere rinviate.
È forse anche questa eccedenza del reale — questa resistenza alla dissoluzione teorica — a spiegare una parte della diffidenza accademica e dei gruppi studenteschi, perlomeno se guardiamo al sottosuolo inconscio di certi riflessi.
La figura militare costringe la filosofia a misurarsi con ciò che eccede il linguaggio, con ciò che impone scelte e non soltanto interpretazioni. Il rigetto di ciò che la figura del “milite” rappresenta è visto come espressione di nobile rifiuto di ciò che è violenza, guerra, prevaricazione, in favore della virtù del pensiero, del dialogo, della mediazione.
Il problema è che un pensiero che si propone, giustamente, di diminuire la brutalità e aumentare la civilizzazione, non può evitare il contatto con l’elemento della forza che scorre nell’infrastruttura della realtà. Chi teme — non senza una qualche verità — che in ciò possa annidarsi una “venerazione della forza”, si prepara a venerare un reale costruito a tavolino, in cui il bene è la maschera di una rimozione: di questa diserzione altri pagano immancabilmente il prezzo.
Un bell’inciampo.
A nostro avviso, di fronte al mondo che viviamo, la filosofia dovrebbe avere il coraggio di questo pensiero davvero laterale, in quanto divergente rispetto agli indirizzi soliti. Certo, l’accusa di fare una filosofia “apologia della guerra”, purtroppo, è facilmente formulabile.
Che cosa c’è di più ovvio del pensare che chi evidenzia la necessità di pensare la “forza” affermi immancabilmente la “virtù della guerra”? Da una parte si assumono concetti (antimilitarismo, non violenza ecc.) come positivi in sé. Poi si sente dire che qualcuno se ne distanzia o li problematizza.
E subito questa posizione viene interpretata come negazione pura e semplice, come se volesse distruggere ciò da cui si prende distanza. È facile così convincersi e convincere, quasi automaticamente, che ciò che non si limita ad affermare quei concetti positivi in sé li neghi in senso ostile, e che per questo meriti disapprovazione.
Questa è la logica che si utilizza contro ogni discorso che tenti di sostenere la necessità di un confronto franco col reale. «Si è così imbevuti di “logica” che tutto ciò che contraddice l’abituale sonnolenza dell’opinare viene computato come un’opposizione da rifiutare» (Heidegger).
Probabilmente, però, il nostro discorso non rifiuta gli altissimi valori della pace e della non violenza, ma contesta gli automatismi coi quali, attraverso idee vellutate, si cerca di coniugarli mediante scorciatoie intellettuali da cui non potrà derivare nulla di buono.
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Da quando le civiltà hanno specializzato le loro funzioni, quella militare ha da sempre costituito entità sua. Questa suddivisione venive meno in occasione di ribellioni, rivoluzioni, ovvero sommovimenti sociali estesi, terminati i quali si tornava alla specializzazione. Oggi con la guerra ibrida è l’intera società ad essere chiamata in causa, non la sola componente militare, oggi la guerra impegna anche il mondo civile, sia che si tratti di fake news, sabotaggi digitali, hackeraggi, attentati o attacchi convenzionali. In questo contesto condividere il pensiero filosofico tra militari e civili è un momento di unione e confronto sempre più necessario, perchè oggi siam tutti “militari”, volenti o dolenti.