


Samuele Dario Lunghi, studente di scienze politiche e affari europei alla Statale di Milano, è tra i membri di europeisti.eu. Benvenuto Samuele.
Il centro non può più essere una terra di mezzo né un cartello di competenze. Per una generazione cresciuta dentro l’Europa, la scelta è tra sovranità continentale e irrilevanza. Ucraina, debito, energia, difesa e guerra cognitiva impongono non un terzo polo, ma l’ultimo polo possibile.
La firma assente
Il 15 giugno scorso, al Teatro Parenti, settecento persone hanno riempito una sala per un’idea che i giornali danno per spacciata da trent’anni. Pochi giorni dopo, su queste pagine, ne è cominciata l’autopsia. Tanti interventi, altrettante diagnosi lucide, ma c’è una voce che in tutta la serie non compare: quella di chi quell’idea non l’ha mai potuta votare e a cui, comunque vada, tocca ereditarla.
Chi ha lanciato europeisti.eu ha già scritto, qui, che il centro non è un punto schiacciato tra due estremi, ma una rotta. Sottoscrivo.
Ho vent’anni, e il declino che gli altri analizzano da reduci io lo eredito.
Il tetto sbagliato
Stefano Piperno ha ragione, ma la sua tesi va presa di petto, non aggirata. Il centro laico e riformista, scrive, non ha mai superato il 10%, dal PLI di Malagodi in poi, e il suo bacino non è popolare: è la borghesia professionale, colta, produttiva. Un perimetro stretto per definizione. Tutto esatto.
Solo che quel 10% non misura lo spazio del centro. Misura la scadenza di un prodotto.
È il tetto di una merce pensata quarant’anni fa per un cliente che oggi sta uscendo dal mercato, venduta sempre nello stesso modo, nello stesso salotto, con lo stesso lessico.
Un prodotto invecchiato con la sua base. Per alzare quel soffitto non servono argomenti più raffinati per i soliti mille lettori. Serve un altro cliente.
E il cliente che nessuno di quegli interventi ha nominato è il mio: una generazione per cui “Europa o irrilevanza” non è una tesi da convegno, è una previsione sul proprio tenore di vita. Chi ha deciso che quel tetto sia fisso, e non solo la misura di chi finora è entrato nel negozio? La risposta sta in cosa gli si mette sul bancone.
Appartenenza, non competenza
Micheletti dice che la competenza non genera appartenenza e che un partito non nasce da un cartello di sigle. Ha ragione due volte. Ma una diagnosi giusta lasciata senza terapia resta un referto, e i referti non curano.
L’appartenenza non si costruisce a colpi di Einaudi, Schuman e De Gasperi. Quei nomi sono fondamenta, non manifesti elettorali, e chi mi ha preceduto su queste pagine lo sa: ha riconquistato tre parole — pace, sicurezza, prosperità — invece di citare tre busti.
Non è una mera questione di stile. Liberale, socialista, democristiano sono le lingue che la mia generazione non ha mai imparato. Quelle famiglie hanno smesso di dividere il mondo. Ne resta una sola che sentiamo davvero nostra, e non per slancio ideale: per biografia.
Non abbiamo mai conosciuto un’Italia fuori dall’Europa. Siamo cresciuti con una moneta sola, confini che si attraversano senza accorgersene, un’università e un lavoro pensati su scala continentale. Bruxelles, per chi ha la mia età, non è la burocrazia che ci raccontano. È l’aria che abbiamo sempre respirato, l’unica scala su cui un Paese come il nostro può ancora avere un peso.
Per questo si nasce europei oggi come cinquant’anni fa si nasceva di destra o di sinistra: non è una scelta di campo, è il campo in cui siamo nati.
Si appartiene a qualcosa quando si ha qualcosa da perdere. La mia generazione ha da perdere esattamente ciò che gli altri hanno già vissuto: il diritto di pesare qualcosa nel mondo che verrà.
La posta in gioco
Sovranità europea non è una parola da convegno. Vuol dire non dipendere da Pechino per i chip su cui gira metà della nostra economia. Indipendenza energetica sono bollette che non decide un autocrate, fabbriche che restano aperte. Sicurezza è smettere di subappaltare la nostra difesa.
Non sono massimi sistemi. Sono lo stipendio, la spesa, il lavoro che cercherò appena uscito dall’università.
Lo ricorda Marattin: la prossima legislatura troverà un Paese senza più PNRR, con il secondo debito pubblico più alto del mondo e la crescita più bassa degli ultimi trent’anni. Quel debito è un’ipoteca sul mio futuro, firmata da chi non sarà più qui a saldarla.
Poi c’è il fronte che ci riguarda più di ogni altro, perché ci siamo nati dentro.
La guerra non si combatte solo sui confini, si combatte nelle teste. Siamo cresciuti dentro l’infodemia, bersaglio quotidiano della macchina di propaganda di Mosca, di Pechino, del Qatar. Un centro europeo serio non si limita a deprecarla: costruisce uno scudo cognitivo comune, traccia i fondi opachi, difende lo spazio pubblico come si difende un confine.
L’Ucraina, qui, è due cose in una. È la bussola morale, la linea oltre cui la libertà smette di essere negoziabile, il punto da cui si capisce da che parte sta davvero l’Europa. Ed è il cuneo che spacca l’imbroglio del bipopulismo. Perché su Kyiv i due poli si spaccano dall’interno: la destra che strizza l’occhio a Mosca e la sinistra che si fa dettare l’agenda da chi all’Ucraina dice no. Mettere l’Ucraina al centro li costringe a scegliere davanti ai loro elettori, tra l’Europa e Mosca.
La scelta, a partire dall’Italia, è secca. O ci si rende indipendenti unendosi a chi ci sta intorno, o si consegna il Paese pezzo dopo pezzo agli autocrati che hanno tutto l’interesse a spolparlo finché resta solo. Non esiste una terza opzione comoda nel mezzo.
Ed è proprio per questo che il centro inteso come terra di mezzo non serve a niente. Un centro promette equidistanza, e l’equidistanza, qui, è solo un altro nome per la resa. Non serve un centro. Serve un polo.
L’ultimo polo
Nel 1946 De Gasperi parlò alla Conferenza di pace di Parigi da rappresentante di un Paese sconfitto, e da quelle macerie una generazione costruì la Repubblica e portò l’Italia in Europa. Costruì.
La mia generazione rischia il compito opposto: amministrare un declino già deciso, accompagnare la discesa con garbo gattopardiano.
Il voto che cerco non è un voto di testimonianza, da spendere per sentirsi a posto e perdere con dignità. È un voto di governo, condizionato a una cosa sola: che chi lo incassa renda il continente più forte e più unito, e tenga la barra dritta contro chi ci vuole sottomessi. Non un voto buttato. Un voto a disposizione di chi ribalta il declino, non di chi lo gestisce.
Gli altri possono permettersi di sbagliare ancora questo centro. Possono rimandarlo, riscriverlo, ridiscuterlo al prossimo giro di tavolo. Io di elezioni ne vedrò molte, ed è proprio per questo che riconosco quella che conta.
Non è il mio tempo a scadere, è quello dell’Europa. La finestra per contare invece che subire non si riapre a ogni voto. Per questo non è il terzo polo. È l’ultimo.
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Grazie Samuele. Condivido fino al midollo. Una decina di giovani come te e il polo si farà. Filippo, puoi girarmi questa lettera su wapp? Grazie. Nadia
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