
Io non so bene dove mi trovo adesso. So solo che non sento più il rumore secco che mi ha tolto il respiro e che posso parlare senza che nessuno mi dica di farlo piano. Ho tredici anni, almeno li avevo, e non ricordo il mio nome. Questo mi pare molto strano: ricordo il nome degli altri, anche dei miei amici, ma non ricordo il mio. Comunque, prima di morire stavo guardando le immagini delle Olimpiadi di Milano-Cortina.
Per uno strano miracolo quella sera la nostra televisione funzionava. Anche lì fuori, a Cortina, c’era la neve, ma sembrava una neve diversa dalla nostra di questi giorni. Quella alla televisione era una neve bianca, liscia, pulita. Non cadeva per nascondere i morti, per coprire le macerie, non si scioglieva subito diventando fango nero.
Ormai la neve mi faceva paura e desiderio insieme. Qui da noi, una volta, quando arrivava eravamo felici. Poi, con la guerra, è cambiato tutto. La neve è diventata un avviso, la minaccia di un freddo più grande e buio, da cui forse non avremmo saputo difenderci. Entrava nelle scarpe rotte e ti mordeva le dita, ti faceva dimenticare per un attimo i rumori della guerra e poi ti ricordava che avevi freddo, e che quindi eri ancora vivo, mentre tanti altri, anche il mio amico Ivan e i suoi genitori, erano già morti.
Io non sapevo sciare, non avevo mai messo i piedi su una montagna vera, ma lo avevo visto fare qualche volta in tv e, guardando quegli atleti, pensavo che scivolare così, veloci contro il vento, fosse un bel modo per correre senza far rumore. Guardando la televisione quella sera pensavo che, se la neve fosse stata tutta così liscia e morbida, mi ci sarei buttato sopra senza pensare. Avrei lasciato che mi portasse via, lontano, in un mondo dove c’era la gentilezza.
Quella signora che aveva parlato, credo fosse la presidente delle Olimpiadi, lo aveva detto. Una parola strana: gentilezza. Da noi non la usava quasi più nessuno, non perché non esistesse, ma perché sembrava inutile. Eppure io l’ho capita lo stesso. Gentilezza era quando mia madre mi copriva meglio la notte, anche se tremava anche lei. Gentilezza era dividere un pezzo di pane senza guardare se l’altro ne aveva già mangiato di più. Quando ho sentito dire che degli atleti si abbracciavano dopo essersi sfidati, ho pensato che fosse una cosa impossibile e bellissima, come correre senza avere paura.
Ho desiderato parteciparci, a quei giochi. Mi sarebbe piaciuto anche vincere una medaglia, anche di bronzo, ma non era per vincere che volevo andarci. Volevo solo essere lì, su una pista lunga, con il vento che ti spinge indietro e tu che spingi più forte in avanti. Volevo sentire il corpo diventare leggero, quasi invisibile, come se per un momento nessuno potesse prenderti di mira. E scivolare via veloce, così veloce da lasciare indietro il rumore.
Ora che sono morto posso dirlo senza vergogna: avrei voluto vivere abbastanza da cadere sulla neve senza che fosse l’ultima volta. Avrei voluto che qualcuno mi dicesse che la forza non è solo resistere, ma anche essere gentili, anche quando tutto intorno questo non sembra vero. Forse quelle Olimpiadi non hanno fermato la guerra, non lo so, non ho fatto in tempo a saperlo. Ma avrei voluto vederle, anche se da lontano. E avrei voluto rivedere quella fiaccola sempre accesa e le piste bianche dentro due strisce azzurre.
Ora comunque la neve che brilla non mi fa più paura. Come quando ero bambino, è tornata amica dei giochi e delle corse con gli altri, e di tutti i nostri scherzi. Anche se si faceva ogni tanto a botte, ho capito che noi in fondo eravamo gentili, come ha detto quella presidente di cui non ricordo il nome alla cerimonia.
Poi ricordo che ho visto un grande arco, con tante stelle sopra che significavano l’Europa, e poi la galassia, che non so se fosse la nostra galassia, ma penso di sì, e poi non ricordo più nulla. Ricordo solo quello che è successo prima che morissi: l’allegria degli atleti che sfilavano, quei loro sorrisi senza tristezza, le bandiere che sventolavano amiche. E dopo non so più nulla. Nemmeno il mio nome. So che sono morto, ma non so cosa voglia dire.

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Terrificante memento della tragedia vissuta (da ben 4 anni) dal popolo ucraino. La morte non è mai una cosa bella, ancor meno in un conflitto ma quando vengono falciate giovani ed innocenti vite, per mano di un aggressore disumano come la ruZZia, la morte è terrificante!!!
Proprio così Samuele, il memento di un ragazzo ignoto.
Bellissimo, vero e commovente.
Grazie Gustavo.
Grazie Nadia, sono contento che ti sia piaciuto.
bellissimo
Grazie Rossana, mi fa molto piacere che tu lo abbia apprezzato.