


Con questo articolo ha inizio la collaborazione con InOltre di Elisabetta Cassina Wolff, professore associato in storia europea all’Università di Oslo. Benvenuta Elisabetta.
Christopher Nolan trasforma l’Odissea in uno spettacolo grandioso, mentre Uberto Pasolini sceglie il silenzio e l’introspezione. Due letture moderne e diverse del mito di Ulisse, accomunate dal ritratto di un uomo fragile, arrogante e tormentato, che dopo la guerra cerca disperatamente di tornare a casa e di riconoscere se stesso.
Raccomando spassionatamente di vedere non solo lo straordinario lavoro di intrattenimento di Christopher Nolan, The Odyssey, con i bravissimi Matt Damon e Anne Hathaway, ma anche The Return, con Ralph Fiennes e Juliette Binoche, un film del 2024 per la regia di Uberto Pasolini, meno famoso, tuttavia secondo me molto più bello e realistico.
Entrambi i film sono un’interpretazione moderna della storia di Ulisse, ma The Return si concentra interamente sui giorni successivi all’arrivo di Ulisse a Itaca, quando deve convincere se stesso, la famiglia e i propri nemici di essere ancora l’uomo di un tempo.
Vorrei chiarire subito che ho trovato piuttosto irrilevante la critica al cast multietnico del film di Nolan, così come non mi ha disturbato affatto la lettura moderna dell’opera di Omero in entrambi i film, che raccontano lo shock post-traumatico di un reduce di guerra che disperatamente e metaforicamente cerca di tornare a casa.
Ho trovato anche spocchiosa la critica della filologa Emily Wilson (qui il resoconto de il Post), sul cui lavoro di traduzione, del resto, Nolan si è basato, apprezzando il testo più accessibile e diretto.
L’Odissea è un poema epico che narra il mito della caduta di Troia per mano degli Achei, poema tramandato oralmente per secoli e poi trascritto ripetutamente, tanto che non sappiamo affatto quale sia la versione più originale né chi davvero lo abbia pensato per primo.
La stessa identità di Omero è fonte di discussione poiché si crede che un insieme di autori abbiano elaborato il poema in tempi successivi. Pertanto: chi dice che non si possa riscrivere un mito passando da un’epoca all’altra?
I classici sono tali perché hanno il pregio di parlare ad un pubblico che cambia nel tempo e nel luogo, trasmettendo tuttavia lo stesso messaggio universale. Ebbene, l’Ulisse sia di Nolan sia di Pasolini parlano la lingua dell’eterno poiché eterna è l’indole umana.
Sono entrambi la rappresentazione dell’Uomo, essere complicato quanto fragile, arrogante quanto pentito, orgoglioso quanto insicuro, mentitore, truffatore, violento e cinico, ma anche introspettivo e umile.
Per Matt Damon il compito di mostrare tutti i lati dell’Uomo/Ulisse è più semplice, perché Nolan mette in scena gli episodi più famosi dell’opera di Omero, mostrando un uomo scaltro e per nulla simpatico, eppure in grado di redimersi.
Ralph Fiennes è straordinario nel momento in cui, grazie a Penelope, vede se stesso quale è stato per due decenni: un predatore di donne e di averi altrui, un uomo che ha sacrificato patria e famiglia per assecondare la propria sete di avventura.
Qui appunto ho visto la grandezza della regia di Pasolini rispetto a Nolan: mostrare l’Uomo nudo, nel momento in cui si rende conto del male fatto a se stesso e ai suoi cari, solo attraverso lo sguardo di Fiennes, senza parole e gesti, senza scene grandiose.
The Odyssey di Nolan è straordinariamente spettacolare, con effetti speciali che non sono per nulla digitali, ma fisici, e che quindi pretendono rispetto per un film che ti lascia senza fiato per tre ore consecutive.
The Return di Pasolini è lento, intimo, personale, con il pregio di una ricostruzione d’ambiente ancora più accurata e primitiva. In entrambi i film, però, io ho ritrovato l’Odissea di Omero, così come la ricordavo dai tempi del liceo.
Nolan non lascia spazio agli Dei e questo certamente discosta la sua Odissea da quella di Omero. Addirittura, l’Ulisse/Matt Damon esagera talvolta col suo pragmatismo e con la sua razionalità di stampo illuminista.
Ma anche Dante, che incontra Ulisse nell’Inferno, aveva compiuto una forzatura in senso contrario, cristianizzando il mito antico. Il punto è che entrambe le interpretazioni, di Nolan e di Dante, riescono a parlare ai contemporanei.
E se Nolan è riuscito a far leggere Omero anche solo a dieci giovani lettori, io mi rallegro.
Le figure femminili mi hanno colpito in entrambi i film, con attrici a dir poco perfette nel loro ruolo.
La Penelope di Pasolini racchiude in sé in realtà tutti quei ruoli che Nolan affida ad Atena – la coscienza di Ulisse e la sua guida -, a Circe, che lo mette di fronte ai suoi crimini di guerra, a Calipso, che lo aiuta a vedere e superare il trauma.
Elena nera nel film di Nolan l’ho trovata davvero originale, e non solo per un’interpretazione eccellente dell’attrice Lupita Nyong’o sia della moglie di Menelao sia della sorella Clitemnestra, moglie di Agamennone. Che Elena potesse essere etiope l’hanno detto in tanti, esperti di Omero.
Ma io vi ho visto soprattutto la contrapposizione anche fisica, appunto nel colore, con la Penelope bianchissima di Anne Hathaway, moglie fedele e saggia. Ripeto, una trovata originalissima di grande impatto.
In generale, le donne intelligenti, strategiche e decisive di Nolan, assolutamente moderne, sono una delle più grandi qualità del suo film.
In questa chiave ho letto anche il personaggio di Agamennone in Nolan, forse il più attaccato dai critici. In effetti, assomigliava assai ad un Batman o ad un Darth Vader.
Eppure, presentato come guerriero implacabile e muto, nella sua armatura nera, lucida e perfetta, doveva proprio colpire l’immaginario in quanto esatto opposto di Ulisse, che invece si interroga e sprofonda nel fango e nei dubbi.
Su alcuni personaggi minori si misura infine la regia migliore di Pasolini rispetto a Nolan.
Tra i Proci spicca Antinoo in entrambi i film, ma Nolan ci offre un personaggio crudele e statico, di intrattenimento, soprattutto in vista della scena finale con il massacro dei pretendenti al trono di Itaca, mentre Pasolini ci costringe ad approfondire la natura ambivalente di un uomo ambizioso, ma anche affezionato a Penelope.
Anche Telemaco, con la sua ira e il suo rancore giovanili, è un personaggio più realistico nel film di Pasolini, se guardiamo al suo rapporto sia con la madre sia col padre.
In definitiva, alla pari di una recitazione eccezionale per tutti gli attori, The Odyssey di Nolan è un capolavoro scenografico e di effetti speciali, soprattutto nel passaggio tra Scilla e Cariddi, mentre The Return di Pasolini è un capolavoro di introspezione psicologica.
Entrambi da vedere!
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Io ho preferito l\’Ulisse di Pasolini e mi domando come quello di Nolan sia riuscito a suscitare tanto interesse e dibattito rispetto al primo. Ottima campagna di marketing. Nadia Mai
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