

L’uccisione di Renee Good è il punto di rottura, il momento esatto in cui il trumpismo ha gettato definitivamente la maschera. L’ICE aveva già disseminato indizi inquietanti lungo il percorso. Abusi, auto senza insegne, volti coperti, minacce: dall’inizio dell’amministrazione Trump ci siamo via via assuefatti a scene impensabili per l’America pre-MAGA. I tre colpi che hanno ucciso una cittadina americana bianca di 37 anni, però, sono un salto nel buio. Non solo per la gravità del fatto in sé, ma per la reazione sfacciata dei responsabili, che hanno negato ogni evidenza e offerto immunità assoluta all’agente. L’ICE, e l’amministrazione Trump che le sta dietro, ha smesso di nascondersi, rivelando apertamente la sua vocazione a essere una milizia politica più che una polizia dedicata all’immigrazione.
La genesi: funzionari, non soldati
Tra le numerose agenzie sorte in risposta all’11 settembre, l’ICE occupa un posto centrale. Fu concepita nel 2003 per fondere le funzioni investigative e doganali sotto il nuovo ombrello del Department of Homeland Security, blindando i confini contro il terrorismo e i traffici illeciti transnazionali.
Gli agenti della prima ora erano profili tecnici, più funzionari che poliziotti d’assalto. Il loro raggio d’azione copriva crimini federali complessi: dal narcotraffico al riciclaggio, fino allo sfruttamento minorile. L’immigrazione era solo una delle tante competenze, gestita come una pratica amministrativa, non come un fronte di guerra interna.
La trasformazione: dalla legge alla caccia
Se il Muro col Messico è stato il totem simbolico della vittoria di Trump nel 2016, l’ICE ne è diventato il braccio armato. La metamorfosi scatta ufficialmente nel gennaio 2017 con l’Executive Order 13768: un cambio di paradigma che cancella le “gerarchie di priorità” dell’era precedente.
Se prima le risorse erano focalizzate su terroristi e criminali violenti, improvvisamente il concetto di target viene esteso alla totalità degli irregolari. Una madre fermata per un fanale rotto diventa, ai fini dell’espulsione, statisticamente equivalente a un narcotrafficante.
Il salto di qualità: la militarizzazione
Il secondo mandato nasce sotto il segno dell’epurazione. Trump ha rimosso chiunque avesse mostrato esitazioni dopo i fatti di Capitol Hill, circondandosi di yes-man, ideologi e fedelissimi. La rimozione di ogni freno inibitore permette il salto definitivo: la militarizzazione sistemica. Stephen Miller fissa un obiettivo di un milione di espulsioni l’anno, una quota senza precedenti nella storia americana.
Per raggiungere questi numeri, l’amministrazione attiva i “force multipliers”. Attraverso la deputizzazione degli sceriffi delle contee allineate e la mobilitazione della Guardia Nazionale, il potere federale si innesta nelle forze locali. Non è più semplice enforcement, è occupazione territoriale. Tornano i raid di massa nei luoghi di lavoro che trasformano fabbriche, cantieri e campi agricoli in teatri di guerra lampo. L’obiettivo non è più un individuo specifico, ma la saturazione dell’area e il terrore psicologico di massa.
Per sostenere questo sforzo, l’ICE è stata inondata di liquidità, trasformandosi in un leviatano burocratico blindato da miliardi di dollari. Ma i soldi non bastano, servono stivali sul terreno. Per riempire i ranghi a velocità record, i filtri di selezione sono stati smantellati: standard psicologici abbassati e background check ridotti al minimo. Con stipendi fuori mercato rispetto alle polizie locali, l’agenzia sta drenando personale e attirando la base militante più radicale. Chi si arruola oggi non cerca una carriera tra le forze dell’ordine ma un ruolo attivo nella “reconquista” della nazione.
Una volta dentro, il training interno cementa la trasformazione attraverso la cultura del warrior cop. Il linguaggio burocratico è cancellato a favore di un glossario puramente bellico: nei briefing non si parla di indagini, ma di “operazioni”; non di quartieri, ma di “teatri operativi”; non di fermare sospetti, ma di “target acquisition”. L’agente viene indottrinato a percepirsi non come un amministratore della legge, ma come la “prima linea di difesa” fisica della nazione contro un’invasione.
Il doppio Stato: analisi del potere
La creazione di sistemi di polizia paralleli a quelli tradizionali è quasi sempre la mossa decisiva per disarticolare un sistema dall’interno. L’esempio da manuale resta quello del 1923, quando Mussolini istituzionalizzò lo squadrismo nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Ma al di là del precedente storico, ciò che conta è il meccanismo antropologico che si attiva. Si crea quella che i politologi definiscono la frattura del “Doppio Stato”: da una parte c’è lo Stato Normativo (le leggi, i codici, la procedura), dall’altra emerge lo Stato Discrezionale (l’arbitrio, l’emergenza, l’azione diretta). L’ICE sta scivolando in questa seconda dimensione.
Il mutamento non è solo organizzativo ma anche identitario. L’agente smette di percepirsi come un funzionario pubblico vincolato dalla Costituzione e inizia a sentirsi un “guardiano” investito di una missione superiore. Quando la fedeltà alla “Causa” supera la fedeltà allo Stato, la polizia cessa di essere uno strumento di garanzia e diventa, nei fatti, una milizia politica.
L’estetica della minaccia
Basta guardarli per capire la mutazione. Gli agenti dell’ICE hanno abbandonato le divise da ufficio per il tactical gear: elmetti balistici, giubbotti pesanti, uniformi mimetiche. Anche in centro città. Spesso l’unico identificativo è una scritta generica: “POLICE” o “ICE”. Niente nome. Non è moda, è sostanza. Questa estetica cancella l’immagine del funzionario che serve la comunità e proietta quella del soldato d’élite in territorio ostile.
La zona grigia del diritto
Ma l’occupazione non è solo visiva, è giuridica. La vera violenza si consuma nelle aule. L’ICE opera in uno stato di eccezione permanente. I bersagli finiscono nel circuito dei tribunali amministrativi per l’immigrazione, un sistema parallelo dove le garanzie penali svaniscono. Niente avvocato d’ufficio, procedure accelerate, onere della prova ribaltato. È in questa zona grigia che lo Stato ottiene per via burocratica la libertà d’azione assoluta che le Camicie Nere ottenevano con il manganello.
La doppia fedeltà
Il parallelo con la MVSN fascista diventa chirurgico quando si guarda alla catena di comando. La Milizia del 1923 giurava al Capo del Governo, creando un cortocircuito con l’Esercito fedele al Re. Oggi l’ICE si posiziona come unico difensore della sovranità, in aperto contrasto con le polizie locali o i giudici federali definiti “attivisti”. Si è creata una frattura nel corpo dello Stato: da una parte l’apparato tradizionale (bollato come “Deep State”), dall’altra una forza che risponde, idealmente e praticamente, solo alla visione del Leader.
Il teatro della forza
E poiché rispondono solo al Leader, ne mettono in scena la volontà. I raid nei luoghi di lavoro o i presidi armati davanti alle scuole non sono operazioni di polizia. Sono atti di guerra psicologica. I numeri degli arresti sono irrilevanti. L’obiettivo tattico è la saturazione visiva. L’ICE non cerca solo l’arresto, cerca il messaggio. Ogni irruzione, ogni madre prelevata davanti ai figli, serve a urlare un avvertimento: “Siamo qui, siamo armati, non avete zone sicure”. È la dimostrazione materiale che Trump comanda. Nonostante le resistenze locali, i tribunali, le proteste.
Conclusione: il bivio è già stato superato
Il bivio non è domani, è stato ieri. Con i tre colpi a Renee Good, l’America ha già svoltato. Lo Stato Discrezionale non è più un’ipotesi teorica, è prassi operativa. L’ICE ha smesso di applicare la legge per incarnare la volontà del Leader, e l’ha fatto alla luce del sole, ottenendo immunità assoluta.
E colpisce quanto lì, ma anche qui, in pochi sembrino accorgersene. I segnali sono evidenti: Trump è esplicitamente antidemocratico nelle risposte, nelle politiche, nella postura. La domanda è quanto a lungo il sistema giudiziario e la società civile riusciranno a rallentare una macchina che ha già rotto i freni.

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