
Con questo articolo comincia la collaborazione di Gianluca Damiani con InOltre. Dottore di ricerca in Mutamento Sociale e Politico e storico del pensiero politico ed economico, appassionato di storia politica e militare della Gran Bretagna del XVIII secolo (soprattutto il periodo della Rivoluzione Americana). Benvenuto Gianluca.
La sessione parlamentare che si doveva aprire il 27 novembre 1781 appariva tranquilla per il governo britannico. La crisi irlandese sembrava risolta e la maggioranza poteva contare su un vantaggio di circa novanta parlamentari, sebbene le elezioni dell’anno precedente non fossero state il successo totale per l’amministrazione che il primo ministro, Lord North, aveva sperato.
Le notizie che arrivavano dall’America in rivolta non lasciavano trasparire nulla di drammatico, ma solo lo stesso, ormai costante, stanco trascinarsi degli eventi. Lord Cornwallis, in aprile, aveva vinto una sanguinosa ma eroica battaglia in North Carolina e mietuto altri successi in Virginia, ma niente di decisivo. Nei Caraibi, la presenza della flotta francese suscitava apprensione, ma non più dell’anno precedente. Si sarebbe combattuto anche nel 1782, e fino a quando una delle parti in gioco, i franco-americani o la Gran Bretagna, avrebbe gettato la spugna.
Ma a fine novembre strane voci iniziarono ad arrivare a Londra, da Parigi: Lord Cornwallis, circondato dai franco-americani, si era arreso a Yorktown il 19 ottobre. La voce iniziò a circolare rapidamente tra i parlamentari della maggioranza e dell’opposizione, mentre il governo, tramite canali ufficiali, aspettava ansiosamente conferma. Questa arrivò il 25 novembre e allora, secondo una testimonianza, Lord North si accasciò sulla sedia del suo ufficio, allargando le braccia, ed esclamò: “Oh, God! It is all over!”.
Le settimane e i mesi successivi furono teatro di uno scontro politico drammatico. I gruppi dell’opposizione ripresero forza e, coalizzatisi, iniziarono a martellare il governo sull’America, mentre la maggioranza diventava sempre più risicata. A nulla valse l’allontanamento dei ministri più impopolari, a partire dal principale responsabile della strategia americana, Lord George Germain. Troppo poco e troppo tardi: l’opposizione chiedeva un cambio radicale. Una mozione di sfiducia presentata dalla minoranza non passò solo per diciannove voti, un’altra solo per nove. Il 21 marzo Lord North, che era Primo Ministro da dodici anni, si dimise dal suo incarico, nonostante re Giorgio III fosse disposto a usare ogni mezzo costituzionale per difendere il governo del suo Primo Ministro e amico. Nei mesi successivi i nuovi governi britannici, guidati dall’opposizione, iniziarono le trattative di pace. Nel 1783 l’indipendenza delle colonie ribelli del Nord America fu finalmente riconosciuta.
Un adagio ricorrente, forse più nel passato che oggi, nel dibattito politico del Regno Unito, per definire un’amministrazione particolarmente debole e inefficiente, recita: “il peggior Primo Ministro dai tempi di Lord North”, e basta questo a far capire come l’eredità di questo primo ministro sia così controversa. Eppure Lord North non merita tutto questo biasimo.
Frederick, Lord North (1732-1792), secondo conte di Guilford, ha ricoperto, a partire dagli anni Cinquanta del XVIII secolo, incarichi sempre più importanti, fino a diventare nel 1767 Cancelliere dello Scacchiere e nel 1770 First Lord of the Treasury, l’incarico che era (ed è tuttora) associato al ministro più importante di un’amministrazione, ossia il First Minister (o, come è diventato comune dal XIX secolo in avanti, il Prime Minister). Il suo ministero non riuscì a evitare il riacutizzarsi delle tensioni con le colonie americane, poi sfociate in guerra aperta nel 1775.
Per tutto il XIX secolo e parte del XX secolo, la storiografia britannica, prendendo troppo sul serio Edmund Burke e le bellissime pagine dei Thoughts on the Cause of the Present Discontents (1770) e dimenticandosi che Burke era anche e soprattutto un uomo politico (di opposizione), ha presentato la prima parte del regno di Giorgio III come un tentativo della monarchia di sovvertire, a suo vantaggio, l’ordine costituzionale scaturito dalla Gloriosa Rivoluzione. In questo Lord North sarebbe stato complice del Re, di cui era amico. La crisi americana, e poi la guerra nelle colonie, ne furono le ovvie e drammatiche conseguenze. In altre parole, Giorgio III, Lord North e i membri del suo governo, soprattutto il diabolico Lord Germain e il libertino Lord Sandwich (il probabile inventore dell’omonimo snack), furono i principali responsabili del disastro.
Una visione più moderata dei primi anni del regno di Giorgio III, successiva alla rivoluzione metodologica nella storia parlamentare cominciata da Lewis Namier negli anni Venti, ha però messo in discussione questa narrativa. Nessun tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale da parte di Giorgio III, ma al limite un maggiore attivismo rispetto al nonno e predecessore, Giorgio II, in un periodo in cui il ruolo politico della monarchia era molto diverso da quello di oggi. Infatti il Re, pur non potendo decidere direttamente in merito a quasi nessuna questione, poteva influenzare la vita e la durata delle amministrazioni controllando il patronage, essenziale per il mantenimento delle maggioranze, e non esistendo partiti politici di massa, così come neppure elezioni di massa. In estrema sintesi, la costituzione britannica del XVIII secolo era ancora lungi da quell’equilibrio che sarebbe poi stato descritto nelle famose pagine di Walter Bagehot nella seconda metà dell’Ottocento.
Di questa rivalutazione ne hanno beneficiato sia Lord North sia alcuni dei suoi collaboratori (decisamente Lord Sandwich, mentre lo sfortunato Germain ancora aspetta un biografo che ne voglia seriamente approfondire la figura, sebbene una certa simpatia nei suoi confronti traspaia dalle pagine di Piers Mackesy, sia nel suo fondamentale saggio The War for America del 1964 sia nel successivo e bellissimo The Coward of Minden, che si concentra, pur non essendo una biografia completa, sull’evento decisivo e più sfortunato della parabola esistenziale di Lord George – oltre alla guerra in America, si intende).
Lord North guidò la sua amministrazione fino al 1782, passando per due elezioni generali (1774 e 1780). Dopo un periodo di turbolenza politica (1762-1770), caratterizzato da amministrazioni deboli, litigiosità parlamentare e problemi interni (John Wilkes, la libertà di stampa e di parola) ed esterni (la tassazione in America, le Falkland), l’amministrazione North ridiede efficienza alla macchina politica, risolse abilmente alcune crisi internazionali (la crisi delle Falkland con la Spagna) e accelerò una politica di riduzione del debito pubblico (North era considerato un esperto di finanza pubblica), senza contare eccessivamente sulle tasse americane. Il riacutizzarsi della crisi in America, in seguito al famoso Tea Act, un tentativo del governo di salvare dal fallimento la East India Company e al tempo stesso combattere il contrabbando in America concedendo a quest’ultima il diritto di esportare il suo tè direttamente in America pagando le spese di importazione, generò la reazione dei bostoniani. Gli eventi del Boston Tea Party suscitarono a loro volta la reazione del governo, anche se ci si dimentica spesso che maggioranza e minoranza erano abbastanza concordi sulla necessità di una mossa per punire Boston.
La guerra che scoppiò nel 1775 fu forse l’inevitabile conseguenza della mancanza, da parte della Gran Bretagna, di mezzi adeguati per gestire la crisi coloniale in modo diverso dal mandare soldati, ma non bisogna dimenticare che non fu iniziata dalle truppe di Sua Maestà. Nel biennio 1774-1775 Lord North non si colloca tra i falchi per quanto riguarda la crisi americana, a differenza di altri membri della sua amministrazione. Ma nel XVIII secolo il Primo Ministro non è veramente il capo del governo, quanto piuttosto il ministro più importante all’interno di un organo, il gabinetto, che è al tempo stesso collegiale ma in cui i vari ministri spesso operano in parziale o totale autonomia. Una volta che la guerra scoppiò, Lord North non aveva nessuno degli strumenti che avrebbe successivamente avuto un Churchill o un Lloyd George per guidare un vero e proprio War Cabinet. E non poté neppure contare su quella sostanziale unità di intenti, di fronte a una minaccia percepita come esistenziale, di cui godettero Newcastle e Pitt (senior) prima, e anche Pitt (junior) e Portland-Perceval-Liverpool poi, con opposizioni tutto sommato limitate e poco combattive.
Se vi fu unità di intenti nel Parlamento a seguito dell’affronto della Dichiarazione di Indipendenza delle tredici colonie (4 luglio 1776), questa subito finì quando la guerra in America iniziò a diventare difficile per la Gran Bretagna, specialmente a seguito dell’inaspettata sconfitta di Saratoga (1777) e dell’entrata in guerra della Francia (e poi della Spagna) a fianco delle colonie ribelli (1778-1779).
Con difficoltà crescenti, esacerbate anche da altre crisi, come quella relativa all’autonomia irlandese e la mai sopita questione cattolica, un’opposizione sempre più ostile e soprattutto strumenti inadeguati, sia per controllare il gabinetto e la macchina statale sia per gestire la guerra (a partire dalla difficoltà di comunicazione tra Gran Bretagna e America, quando un messaggio poteva impiegare anche tre mesi per attraversare l’Atlantico), non sorprende che la seconda parte del governo di Lord North sia stata, per il primo ministro, una lunga agonia, fino a Yorktown.
Ma sono forse le ultime pagine del suo governo a gettare una luce diversa sul fallimento della sua amministrazione. Mentre giorno dopo giorno la maggioranza si dissanguava respingendo gli attacchi dell’opposizione, e Giorgio III sembrava disposto a usare tutti gli strumenti costituzionali per puntellare il governo, anche se questo avrebbe generato una crisi politica con la minoranza, Lord North scrisse al Re parole che, sebbene non nuove, rappresentano una pietra miliare nella storia politica della Gran Bretagna: il sentimento del Parlamento nei confronti del governo è cambiato e questo, opinabile o meno, deve essere accettato. North, contro la volontà del Re, incontrò i capi dell’opposizione, Lord Shelburne e Lord Rockingham, e iniziò a discutere il passaggio di potere con loro. Per la prima volta un governo in carica accettava un cambio totale di amministrazione e questa finiva nelle mani della minoranza, ora diventata maggioranza. In precedenza, di solito, un cambio di amministrazione implicava solo un cambio di alcuni ministri chiave per creare nuove maggioranze. Ma nel 1782 fu radicalmente diverso.
Il Re accettò il cambiamento, ma non perdonò mai Lord North e l’amicizia tra i due finì per sempre, sebbene privatamente sembri che Giorgio III abbia sempre avuto parole di stima per il suo ex primo ministro.
North sarebbe tornato al governo, brevemente, nel 1783, insieme alla sua nemesi Charles James Fox (e Edmund Burke), in una maggioranza destinata a durare molto poco, anche per l’opposizione del Re. Avrebbe poi trascorso gli ultimi anni ad affrontare sia la sopraggiunta cecità sia il declino della sua influenza politica, spesso accompagnato da crudeli attacchi, pubblici e privati, alla condotta del suo governo durante la guerra, a scapito del nuovo Primo Ministro favorito dal Re, il giovane William Pitt.
North, abile oratore e noto anche per la sua bonomia e ironia, sopportò gli ultimi anni circondato dall’affetto della sua famiglia e senza, apparentemente, perdere il suo buon umore. Famosa è la battuta che avrebbe pronunciato a Isaac Barré, parlamentare dell’opposizione, feroce nemico della sua amministrazione e diventato anche lui, in vecchiaia, cieco: “A dispetto della nostra precedente rivalità, sono persuaso che non ci sarebbero due persone più felici di vedersi” (Whatever may have been our former animosities, I am persuaded that there are no two men who would now be more glad to see one another than you and I).
Il fallimento di Lord North come primo ministro sembra ricalcare quello di un altro politico americano, scaltro e di lungo corso, i cui successi furono tragicamente cancellati da una disastrosa politica estera: Lyndon B. Johnson. Non a caso, per parte della storiografia americana, la guerra di indipendenza nelle colonie è stata il “Vietnam della Gran Bretagna”. Come North, Johnson non si trovò mai a suo agio nella gestione di una guerra che personalmente non aveva cercato, ma la cui difficoltà la sua amministrazione aveva completamente sottovalutato. Come Johnson, anche North merita pienamente il revisionismo simpatetico che gli storici hanno praticato negli ultimi decenni.
Se qualche commentatore politico rispolvererà il vecchio adagio “il peggior Primo Ministro dai tempi di Lord North”, allora forse varrà la pena chiedersi – a maggior ragione dopo amministrazioni come quelle che si sono succedute negli ultimi dieci anni –: ma è stato davvero tanto male, questo Lord North?
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Bello poter approfondire la storia.