


Giuseppe Conte prepara la sfida per la guida del campo largo puntando su primarie, Ucraina e riarmo. Il suo disegno sfrutta le divisioni del Pd e la debolezza di Elly Schlein, con il rischio di subordinare e infine disgregare il principale partito della coalizione.
Si tramanda che Enrico Cuccia, il leggendario e taciturno dominus di Mediobanca, prediligesse i canicolari agosti milanesi per pianificare le più sofisticate tra le tante operazioni finanziarie che lo resero famoso. Mercati «sottili», giornalisti in ferie, concorrenti al mare: il contesto di riservatezza ideale per lavorare a fari spenti e apparecchiare novità spiazzanti da far trovare pronte alla ripresa settembrina.
È difficile immaginare un personaggio più diverso da Cuccia, e dai suoi silenzi, di quanto lo sia Giuseppe Conte. L’Avvocato del popolo (russo) comunica di continuo, alla sua maniera ampollosa e fluviale, necessita come d’aria di claque e riflettori e lascia trasparire i suoi obiettivi in maniera persino ossessiva.
Eppure quel che si muove e si percepisce, nei giorni in cui la Roma politica si prepara ad apporre il cartello «chiuso per ferie», richiama proprio quegli agosti operosi. Perché mentre il Pd stacca la spina, nell’illusione di togliere corrente anche alle proprie divisioni e a quelle del campo largo, l’ex premier lavora al dossier più ambizioso della sua carriera: l’acquisizione della guida della coalizione e insieme lo «spezzatino» del Pd, verosimilmente condannato a dividersi e alla subalternità verso il nuovo azionista di riferimento. Un’opa ostile mascherata da cinica demagogia pacifista e apparente slancio unitario.
A una settimana dalla squassante intervista di Asiago, infatti, la sensazione diffusa tra gli osservatori è proprio questa. La chiamata alla conta sull’Ucraina nei gazebo delle primarie è tassello fondamentale, e motore, di un preciso disegno. Conte ha la necessità di sgombrare il tavolo dal più logico e democratico criterio di scelta del candidato premier: quello, a oggi indiscusso nel centrodestra, per cui tale ruolo spetta al leader del maggior partito della coalizione. Primarie siano, dunque, e, come scrivevamo già all’indomani di Asiago, primarie «vere».
Cioè primarie a tesi contrapposte, non finalizzate unicamente a selezionare la voce migliore per declamare lo spartito programmatico partorito (se e quando avverrà) dalle segreterie del caravanserraglio progressista. Il programma comune alla fine ci sarà, ma sarà «comune» quanto lo può essere quello di un’alleanza cementata solo dal «tutto tranne Meloni» e dalla vista sul Colle in ottica 2029. «Il disaccordo (…)» – scrive Antonio Padellaro – «in qualche modo riuscirà a rappattumarsi. Un programma di governo lo scriveranno, attentissimi a restare sul general-generico riguardo ai temi più controversi».
Un programma verosimilmente infarcito di «verità tangenti», per rubare l’espressione illustrata su InOltre da Gaetano Breccia. «La guerra è una terribile tragedia», «le disuguaglianze sono il male» e via discorrendo. Stentoree affermazioni catechistiche, buone per confermarsi buoni, giusti e unitari e soprattutto abbastanza manipolabili perché ogni candidato possa declinarle alla sua maniera. Lì avverrà la conta.
Su queste basi, Conte è fiducioso di poter sovvertire i rapporti di forza di partenza tra lui e la segretaria piddina. La sua fiducia è con ogni probabilità ben riposta. Per tre ragioni.
Innanzitutto, ad Asiago Conte ha dettato l’agenda delle primarie: Ucraina e riarmo. Due temi su cui ha granitiche certezze ed è pronto a praticare la demagogia più bassa e spregiudicata. Due temi, non a caso, sui quali il gruppo dirigente piddino si distingue in costanti, e spesso imbarazzanti, esercizi di rimozione e omissione.
Per non urtare la sensibilità di lui, sì proprio dell’ingrato Conte, per non esplodere come partito e, ragione non ultima, per non incrinare il rapporto con il presidente Mattarella. Ma con il peculiare elettorato delle primarie, identitario, militante e mobilitato, funzionano, ancor più del solito, i messaggi semplicistici, non i distinguo, gli equilibrismi e i «maanchismi» con retrogusto veltroniano.
Così la bandiera della pace sventolata in luogo di quella ucraina e la frusta, truffaldina contrapposizione tra spesa militare e spesa sociale sembrano perfette per fare breccia in due bacini di voto che il Pd considerava cortile di casa: la Cgil e il mondo cattolico.
In secondo luogo, c’è da aspettarsi, come prevede Daniele Capezzone, che a fine estate Conte espliciti quel che già va ripetendo in privato e che il suo esigente burattinaio, Marco Travaglio, ha più volte messo nero su bianco: «Se il candidato del campo largo sarò io» – dirà Conte – «allora gli elettori grillini ci saranno. Se invece sarai tu, cara Elly, gli elettori M5S non verranno, o almeno non verranno tutti».
Qui risiede la radicale asimmetria dell’alleanza: il Pd potrà anche valere una decina di punti più dei pentastellati, ma per l’elettorato ex grillino il vincolo di coalizione vale finché la guida, dal candidato premier a un sindaco, è «nostra». Il Pd, per la pancia post-grillina, resta il «Pd meno elle»: un partito che si deve emendare e purificare, che per ragioni etiche non può essere senior partner della coalizione e che deve liberarsi di tutte le sue incrostazioni.
A partire, oggi, da quelle belliciste. Altrimenti l’elettorato pentastellato va altrove: va dal putiniano Vannacci, o resta anche a casa. Un eventuale bis della Meloni non sarebbe un dramma per una base populista e antisistema (diverso il discorso per Conte e compagnia) che si crogiola nell’opposizione come dimensione esistenziale.
Il Piave della difesa della democrazia e della Costituzione più bella del mondo lo lasciano volentieri all’elettorato piddino che ancora vive di queste fole e in nome della causa digerisce tutto.
Infine, il piano può funzionare perché gode di saldi quanto inconfessati appoggi nel Pd stesso. In tempo di revival omerico, è persino ozioso domandarsi chi possa essere il cavallo di Troia contiano: a parte Bettini, vero e proprio procuratore di Conte, al Nazareno c’è un intero maneggio pronto a «sacrificarsi».
Pullulano là raffinati olfatti che fiutano le compensazioni che seguirebbero al cataclisma di un Conte che sbaraglia Schlein: posti, tanti posti di governo e sottogoverno e soprattutto, numeri parlamentari permettendo, la prenotazione del Posto. Quella Presidenza della Repubblica che, in fondo, da quelle parti si ritiene spetti di diritto agli eredi delle due culture che egemonizzarono la redazione del sacro testo costituzionale.
Resta tuttavia che il sorpasso contiano sarebbe uno shock potenzialmente disgregatore per il Pd. Il partito nettamente più forte della coalizione ridotto, per volontà del popolo delle primarie, a farsi dettare leadership e programma da forze minori (AVS appoggerà Conte) verrà pure compensato in termini di potere.
Ma è un partito destinato a risultare inutile agli occhi del proprio stesso elettorato residuo, a sprofondare nella definitiva crisi di un’identità da sempre irrisolta, a smarrire il legame con la sinistra europea e infine a dividersi. Non si vede, infatti, come la sua componente riformista e filoucraina, peraltro votata all’epurazione in sede di redazione delle liste elettorali, potrebbe accodarsi alla linea Conte.
Questa, dunque, la tenaglia predisposta dal Kissinger di Volturara Appula. A differenza dei piani che architettava Cuccia, il disegno contiano è sufficientemente palese, il che potrebbe in teoria agevolare la predisposizione di difese. Il punto è che Schlein e chi la circonda dovrebbero probabilmente essere altro da sé per opporsi efficacemente.
Beninteso, la subordinazione del Pd ai 5S ha origini ben più lontane e profonde dell’attuale segreteria. Il Pd e i suoi media di riferimento flirtarono a lungo, come apprendisti stregoni, con il brodo di coltura che produsse la creatura allora grillina: il giustizialismo, la questione morale, la subordinazione della politica alla magistratura, la demonizzazione antropologica della destra (allora berlusconiana) e di chi la votava.
Come scriveva già nel 2021 Giovanni Orsina nel libro-dialogo con David Allegranti «Antipolitica», «il M5S nasce contro il Pd non perché abbia una matrice ideologica così diversa, ma perché denuncia il fatto che il Pd quella matrice l’ha tradita. Il M5S – lo dico in forma provocatoria – per certi versi è il Pd come avrebbe dovuto essere».
Quel cerchio potrebbe ora chiudersi, anche nel giudizio del popolo di sinistra, sotto la pressione di nuove e più cogenti parole d’ordine: pacifismo radicale che si risolve in sostegno agli aggressori, neutralismo antioccidentale, palestinismo fanatico (sebbene su quest’ultimo punto il Pd sia purtroppo assolutamente competitivo).
Di certo, Schlein appare la meno attrezzata per evitare questo esito. La storia della sua segreteria è, fino a oggi, una storia di gregarismo verso Conte e il suo partito. L’essere «testardamente unitari» si è risolto sistematicamente nell’abdicazione al ruolo di guida della coalizione, diritto-dovere che incomberebbe sul Pd in forza del suo peso elettorale. «A furia di essere “testardamente unitaria”» – scrive Antonio Polito sul Corriere di sabato – «la segretaria del Pd dà l’impressione che, prima o poi, accetterà qualsiasi cosa pur di fare questo Campo largo».
Tutto ciò vale massimamente per Ucraina e riarmo, il campo da gioco non casualmente tracciato da Conte per la disfida delle primarie. Schlein sa perfettamente che inseguire ancora una volta le posizioni di Conte sarebbe per lei esiziale. L’originale viene sempre preferito alla fotocopia. Il problema è che le manca persino il vocabolario per incarnare un credibile profilo contrapposto al pacifintismo contiano.
Troppe timidezze, reticenze e omissioni in questi anni. Fino a un’intervista concessa a Claudio Cerasa nella quale la difesa dell’Ucraina è apparsa finalmente nitida. Una posizione subito costata l’anatema di Travaglio («Melonelly»), sul quale forse valeva la pena poggiare per costruire una narrazione finalmente contrapposta. Ma così non è stato.
Un consiglio non richiesto? Se fossi lo spin doctor di Schlein le consiglierei di rimediare, in piena pausa estiva e con tutti gli altri leader in vacanza, alla sua più imbarazzante omissione: vada a trascorrere Ferragosto a Kyiv, segretaria. Non è roba da guerrafondai: è un modo di inverare e attualizzare tanta retorica sulla Resistenza di cui vi riempite sempre la bocca.
Non è detto che basti, ovviamente. Ma significherebbe almeno raccogliere apertamente la sfida. Altrimenti il rischio è che, dopo il cartello «chiuso per ferie», la Ditta debba esibire quello «chiuso per cambio di proprietà».
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Certo che anche voi qui col caldo che fa mettervi anche a parlare di Conte: se non è sadismo questo!