
La Russia sta conducendo una guerra ibrida in Europa, portata avanti da agenti consapevoli e non. Sui primi c’è poco da dire: in cambio di una contropartita favorevole, o perché compromessi e ricattabili, spargono la propaganda e la disinformazione del Cremlino.
I secondi, spesso professori, giornalisti o intellettuali, offrono invece gratuitamente e involontariamente il loro supporto, picconando dall’interno le nostre società. Di questo gruppo una parte è composta da carrieristi e gruppettari; un’altra manifesta semplicemente la propria profonda oicofobia.
In un libro del 2004, Roger Scruton definiva questa patologia culturale come “l’esigenza di denigrare i costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come nostri”. Per il filosofo Benedict Beckeld “se la xenofobia indica la paura o l’odio verso gli stranieri o i forestieri, l’oicofobia rappresenta invece la paura o l’odio verso la propria casa o società, dal momento che oikos è la parola greca antica per casa, abitazione, nucleo domestico”.
Un certo grado di critica e di avversione dell’Occidente per se stesso ha radici profonde e non nasce certo oggi. C’è chi lo intravede già nelle teorie sul “buon selvaggio” di Rousseau, che identificava nella società contemporanea l’elemento di corruzione dell’“uomo naturale”.
L’Ottocento, con l’espansione dell’imperialismo europeo e la furia coloniale, ha senza dubbio fornito solide basi per l’odierno senso di colpa: una sorta di fardello dell’uomo bianco al contrario. Il successivo “secolo breve” poi è stato il terreno ideale per lo screditamento finale del positivismo che permeava la società europea e il suo sviluppo.
Le trincee della Prima guerra mondiale hanno restituito al vecchio continente una nuova modernità, assuefatta alla violenza e al fanatismo politico di massa. La Seconda guerra mondiale è stato un ulteriore salto di livello: alla morte e alla distruzione si sono unite le rovine culturali di un mondo collassato su se stesso, sotto il peso degli orrori che aveva prodotto. L’Europa, giustamente, ha faticato a guardarsi allo specchio.
Il senso di colpa, così radicato e in un certo senso giustificato, è stato strumentalizzato da quello che era il maggior avversario delle società libere. Durante la guerra fredda, gli apparati sovietici compresero immediatamente che potevano servirsene per sgretolare dall’interno il nemico occidentale, e procedettero a cooptare tutti quei movimenti legittimi che esponevano i difetti e gli errori del mondo al di qua della cortina di ferro.
L’anticolonialismo, l’anti-imperialismo e persino il pacifismo vennero trasformati in leve per scalzare qualsiasi anelito di fiducia nei nostri principi. La critica – e la libertà di esprimerla, che permea il nostro mondo e che ironicamente è quasi del tutto assente altrove – fu cavalcata per indebolirci.
L’oicofobia, come fenomeno culturale, è un’arma perfetta per tutti i competitor dell’Occidente. È facilmente veicolabile, perché offre una narrazione semplice del mondo. L’analisi si riduce alla ricerca della causa di ogni male da qualche parte nella nostra storia o società, agglutinando così giovani studenti e professori alla moda. Se il torto siamo noi, chiunque ci sia contrapposto rappresenta la ragione. Poco importa che sia Putin, qualche gruppo jihadista o un presidente americano che voglia squassare il sistema vigente.
L’oicofobia utilizza i meccanismi culturali positivi delle stesse società che minaccia, nutrendosi della sana autocritica che ci caratterizza e sfruttando il caposaldo della libertà d’espressione per giustificarsi. È modulabile su tutto lo spettro politico. Per il professore di sinistra, ad esempio, Putin e la sua guerra saranno comunque imputabili all’imperialismo occidentale (sic!), mentre per l’agitatore di destra il dittatore del Cremlino rappresenterà il baluardo contro il nostro decadente mondo fatto di libertà.
Inoltre, si serve di vettori particolarmente adatti. Un corrotto o un kompromat sono prodotti artificiali, poco autentici e potenzialmente intercettabili dalle agenzie di intelligence; un professore, un giornalista o uno studente invece sono organici, in buona fede, abili nel divulgare e non associabili direttamente ai mandatari. Non serve comprarli o indirizzarli, perché agiscono autonomamente, con entusiasmo e fervore.
Infine, l’oicofobia permette di disintegrare le società liberali non attraverso modelli migliori – di cui i nostri avversari sono evidentemente carenti – ma attraverso la sclerotizzazione dei conflitti interni. Fomentarla significa neutralizzare le difese delle democrazie occidentali grazie al disincanto di chi vi partecipa.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Giusto iniziare a capovolgere la narrativa antioccidentale denunciandone la mistificazione. Se è vero che non tutto è perfetto(e come potrebbe esser tale l’operato degli uomini?)tuttavia ciò che è carente negli altri regimi è la mancanza dell’illuminismo, dello stato di diritto senza i quali non c’è libertà civile : cosa di cui dovremmo sentirci fieri. Quanto al passato esso va storicizzato : non può esser misurato con l’ottica contemporanea, non ha senso avere sensi di colpa se si contestualizza. Nel giudicare l’Occidente ci vuole certo umiltà e non suprematismi ma allo stesso tempo ci vuole la consapevolezza che i valori che improntano la società occidentale sono quelli che allo stato attuale consentono di vivere meglio dei paesi in cui vige l’autocrazia