

Quando il fanatismo si traveste da progresso e il terrorismo viene narrato come resistenza, non siamo più nel campo dell’ambiguità: siamo di fronte a un vero e proprio collasso morale. Esiste un limite oltre il quale il silenzio diventa complicità. E una parte della sinistra italiana quel limite lo ha già superato.
Nel dibattito italiano – tra università, ONG, salotti progressisti e relazioni istituzionali – si è consolidata una deriva inquietante: una sinistra che non solo ha perso il senso del limite, ma sembra ormai prigioniera delle proprie contraddizioni, incapace di distinguere tra diritti e dogmi, tra resistenza e terrorismo.
Si tratta di un cortocircuito morale che affonda le radici in anni di ideologia a senso unico, anti-occidentale e militante, e che oggi si manifesta in un mix esplosivo di posizionamenti apparentemente incompatibili: pacifismo che giustifica le armi, femminismo che tace sugli stupri di Hamas, anticolonialismo che difende i regimi teocratici.
Un mosaico ideologico senza coerenza
A comporre questo scenario sono profili diversi ma accomunati da una grammatica comune: la denuncia dell’Occidente come radice di ogni male. L’intellettuale con la kefiah nel cassetto, nostalgico dei cortei e delle letture di Fanon; l’anticapitalista che sopravvive grazie ai fondi europei e agli inviti nei campus americani; l’attivista anti-Nato che si infiamma solo se un razzo parte da Israele, ma tace quando piove su Kiev o Tel Aviv.
Ci sono poi le ONG che agiscono come bracci operativi di un’ideologia, più che come strumenti neutrali di pace. Realtà che ignorano i crimini di Hamas ma denunciano la legittima difesa d’Israele. O ancora, la relatrice ONU Francesca Albanese, che da tempo rappresenta un caso emblematico di sbilanciamento sistematico, silenzi selettivi e dichiarazioni ambigue, al punto da generare imbarazzo nelle stesse istituzioni che dovrebbe rappresentare.
Il salto nel vuoto morale
Il punto di non ritorno, però, si raggiunge quando si confondono vittime e carnefici. Quando si smette di riconoscere il male, se commesso da chi “resiste”. È successo il 7 ottobre, con il massacro in Israele. Ma al posto di una condanna netta e universale, abbiamo assistito a giustificazioni, relativismi, e silenzi assordanti. In nome della causa palestinese – legittima se orientata alla pace – si è arrivati a difendere o minimizzare le atrocità compiute da un’organizzazione terroristica. È qui che la linea rossa è stata oltrepassata.
Quando si considera il martirio una strategia politica. Quando si accetta che i bambini siano usati come scudi. Quando si pretende di “contestualizzare” gli stupri di guerra. Quello non è più dissenso: è collaborazionismo narrativo con la barbarie.
Attivisti che sputano nel piatto dove sono stati salvati
Non è un caso isolato. È una cultura diffusa. Patrick Zaki, salvato dall’Italia attraverso una complessa operazione diplomatica, ha attaccato lo Stato che lo ha liberato, sminuendo le sue istituzioni democratiche. Un gesto simbolico che rivela un paradosso più profondo: l’ingratitudine come cifra ideologica, l’attacco costante a chi ti garantisce libertà mentre si tace su chi le sopprime.
Questa forma di militanza ingrata è diventata bandiera di un attivismo che non cerca giustizia, ma visibilità. Non cerca la verità, ma una posizione da esibire.
L’indignazione a geometria variabile
La crisi è prima di tutto etica. Perché la selettività nel denunciare i crimini, la rabbia dosata in base alla nazionalità delle vittime, la difesa a prescindere degli “oppressi” reali o presunti, ha trasformato la sinistra radicale in una macchina moralmente fallita. L’indignazione non è più universale, ma calibrata secondo lo schema ideologico. Si grida contro l’oppressione solo quando a commetterla è l’Occidente. Si ignora, si relativizza o si giustifica quando arriva da Teheran, da Mosca, da Gaza.
E in questo schema, la vita umana diventa negoziabile. Il sangue ha peso diverso a seconda della bandiera. Le violenze non fanno tutte lo stesso rumore. La pace è richiesta solo a una parte.
La sinistra che non si guarda più allo specchio
Così facendo, la sinistra radicale ha smarrito la propria ragion d’essere. Da presidio dei diritti, si è fatta sponda del fanatismo. Da portavoce degli oppressi, si è trasformata in megafono di chi opprime. In nome dell’antifascismo, finisce per tollerare i fascismi del terzo millennio: quelli che impongono il velo, lapidano i dissidenti, censurano i media, usano i bambini per uccidere.
Una sinistra che dice di voler salvare il mondo, ma non ha più il coraggio di guardarsi allo specchio. Una sinistra che non distingue più tra giustizia e ideologia, tra la libertà e il culto della lotta.
La linea rossa è stata superata. Non con un passo, ma con una corsa cieca e rumorosa. Il punto ora è: chi avrà il coraggio di fermarsi?
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Ottimo articolo; documentato, leggibilissimo, condivisibile in pieno.
“Le vittime non hanno tutte lo stesso peso” è una verità che accusa, credo, ciascuno di noi. Io per prima non soffro per le vittime (anche vere) a Gaza. Sono certa di stare dalla parte giusta e quindi mi giustifico, ma l’ideologia e la partigianeria sono lenti deformati per chiunque veda attraverso di esse.