
Pubblichiamo la prima parte di questa recensione di Michele Magno. La seconda parte verrà pubblicata domani.
I rapporti fra intellettuali e potere non sono stati quasi mai pacifici. Non lo sono stati quando il potere ha cercato di asservire gli intellettuali, quando ha cercato di blandirli oppure di spegnere la loro voce. E i detentori del potere che non ammettono i propri limiti e le proprie debolezze, che non sanno controllare le proprie ambizioni o la propria vanità, hanno sempre diffidato degli intellettuali.
Si pensi a Donald Trump. Durante la sua prima amministrazione, ha licenziato in tronco tutti i consiglieri dello staff presidenziale – generali inclusi – che osavano mettere in dubbio le sue iniziative più dissennate. Richard Hofstadter non ha conosciuto il tycoon newyorkese, ma lo avrebbe certamente incluso tra i nemici degli intellettuali. E forse, per l’uso spregiudicato della retorica anticomunista, lo avrebbe paragonato al senatore Joseph McCarthy della “caccia alle streghe”.
Probabilmente avrebbe fatto lo stesso anche Indro Montanelli, che in un articolo sul Nuovo Corriere della Sera (giugno 1953) si chiedeva come “un politico mediocre e grossolano diffamatore” avesse potuto tenere sotto scacco una grande democrazia facendo leva sulla paura del “pericolo rosso”. Secondo la sua analisi, che curiosamente collima con quella di Hofstadter, la caccia alle streghe era una specie di bisogno organico degli americani, che col loro “cupo e fosco fondo puritano non riuscivano a restare fedeli al proprio Dio che in stato di perpetua mobilitazione contro il Diavolo.
Un tempo la strega era il fascismo […]. Avantieri era stato l’alcolismo e la prostituzione. E prima ancora il papismo. E i negri, e gli ebrei. Ognuna di queste streghe ha avuto il suo McCarthy; e ognuno di questi McCarthy ha avuto il suo Ku-Klux-Klan. La legge non li riconosce, anzi severamente li condanna […], ma cosa può la legge contro un’etica e un costume?”. In questo senso, il maccartismo non era tanto l’espressione di una tendenza autoritaria, quanto il riflesso di un ethos nazionalistico, di un conformismo culturale che considerava un tradimento ogni fenomeno ostile alla “American way of life”.
Anche per queste assonanze storiche vale la pena leggere “Anti-Intellectualism in American Life”. Pubblicato nel 1963, è stato ora ristampato da Luiss University Press col titolo “L’odio per gli intellettuali in America” (prefazione di Tom Nichols, introduzione di Sergio Fabbrini, novembre 2024).

Hofstadter (1916-1970) è stato uno dei più importanti storici statunitensi del secolo scorso. I suoi libri, come “The Age of Reform” (1955) e “The Paranoid Style in American Politics” (1964), hanno influenzato il dibattito pubblico nei decenni centrali del Novecento. Su quei libri si è formata la generazione dei democratici a cui si deve l’approvazione del “Civil Rights Act” (1964) e del “Voting Rights Act”, che hanno abolito ogni forma di discriminazione razziale: due pietre miliari della legislazione federale sui diritti civili e politici. Quella generazione ha dovuto però fare i conti con una corrente di pensiero ben piantata nella democrazia americana: l’anti-intellettualismo, appunto, il quale sostiene che il governo di un paese non ha bisogno di competenti -siano essi esperti o ideologi- che lo affianchino.
Nell’Ottocento, quando gli uomini d’affari poco istruiti raggiungevano le vette del successo, la preparazione accademica era considerata inutile. La carriera, l’ascesa personale, richiedevano piuttosto un contatto immediato con i problemi pratici della vita. L’educazione scolastica era definita astratta, poco virile. Questo scetticismo è ovviamente scemato con l’avvento della società industriale di massa. Ma non fino a cancellare nell’immaginario collettivo il timore di essere manipolati da “coloro che sanno”.
Il New Deal contribuì a riabilitare gli scienziati della natura ma non quelli sociali, il cui parere continuava e essere ritenuto vacuo o, peggio, funesto. Lo stesso accadde all’inizio degli anni Sessanta, quando John F. Kennedy chiamò a raccolta i migliori astrofisici e ingegneri aerospaziali per superare l’Urss nella corsa alla Luna, impresa paragonata all’epica conquista del West da parte dei pionieri.
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1 pensato su “L’odio per gli intellettuali in America (prima parte)”