
Seconda parte della recensione di “L’odio per gli intellettuali in America” (prefazione di Tom Nichols, introduzione di Sergio Fabbrini, novembre 2024). Qui la prima parte
L’anti-intellettualismo è quindi una specie di fiume carsico, che scompare e riappare senza sosta nella storia americana. Anche perché è un parente stretto del populismo. Entrambi convergono sul tema delle sane virtù dell’uomo comune e del “self made man”, contrapposte ai vizi e al malcostume degli ambienti di Washington. Se ne discosta principalmente per l’ossessiva polemica contro il parassitismo delle élite culturali, più che contro l’immoralità dell’establishment economico-finanziario.
Ma Hofstadter non ama perdersi in definizioni. Preferisce far parlare i protagonisti della grande inquisizione contro gli intellettuali esplosa negli anni del maccartismo. Ad esempio, il più celebrato predicatore evangelista di allora, Billy Graham, secondo un’inchiesta Gallup uno degli “uomini più ammirati del mondo” subito dopo Eisenhower, Churchill e Albert Schweitzer, nel 1958 arringava così i fedeli: “[…] Alla Bibbia abbiamo sostituito la ragione, il razionalismo, il culto della scienza, le teorie freudiane, il naturalismo, il behaviorismo, il positivismo, il materialismo e l’idealismo. Tutto questo è opera dei cosiddetti intellettuali”.
In questa invettiva contro le degenerazioni della modernità traspare l’origine religiosa dell’anti-intellettualismo yankee. Esso risale alla travagliata vicenda delle comunità protestanti emigrate oltreoceano, già agli inizi del Seicento, per fuggire dalle guerre confessionali che insanguinavano l’Europa. John Winthrop, il capo dei puritani inglesi che nel 1630 fondarono Boston, in un celebre sermone esaltava -con un esplicito richiamo alle Sacre Scritture- la nascita in Massachusetts di una nuova “città sulla collina”. Di una nuova Gerusalemme, cioè, da cui diffondere la vera parola di Dio contaminata dalla corruzione della chiesa cattolica. Una chiesa che nel Concilio di Trento (1545-1563) aveva riaffermato il proprio primato basato sul principio “Extra Ecclesiam nulla salus”.
Furono quindi i radicali protestanti ad attraversare per primi l’Atlantico, ma non furono gli unici. Nelle sue famosissime “Letters from an American Farmer” (Lettere di un coltivatore americano, 1782), St. John de Crèvecoeur, il nobile normanno stabilitosi a New York prima della Rivoluzione, racconta che tanti europei si erano trasferiti nelle colonie d’oltreoceano poiché “ubi panem ibi patria”. Le colonie accolsero i perseguitati, gli espulsi e i poveri; ma essi si muovevano per ogni dove in Europa. Nel Settecento decine di migliaia di tedeschi emigrarono nella Russia di Caterina II.
Gli ugonotti in fuga dalla Francia andarono in Canada così come in Olanda e in Inghilterra. Crèvecoeur si chiede, con una domanda che viene sempre citata, “What is an American, this New Man?” (Cos’è un americano, questo nuovo uomo?). La risposta è che l’uomo nuovo americano è un uomo autonomo, fiducioso nelle proprie forze e che col suo lavoro può sfamare la sua famiglia. Un uomo felice per quanto ottiene col suo fare, libero da gioghi di qualunque genere.
Non occorre dibattere la verità di questa immagine, sulla quale lo stesso Crèvecoeur nelle ultime lettere appare nutrire qualche dubbio per la presenza della schiavitù. Essa infatti ha soprattutto una validità ideale. È l’espressione di quella cultura da cui nacque il deismo della maggioranza dei “Founding Fhaters” (Padri fondatori), e che modellò il pluralismo religioso delle colonie e poi degli stati.
Un pluralismo religioso peraltro assai vivace, segnato da accese dispute teologiche e da aspri confronti interni alle sette dei riformati sulle autorità legittimate a divulgare il verbo del Signore. Gli anglicani, i presbiteriani e i congregazionisti erano favorevoli a un rigido sistema ecclesiastico, dotato di un clero colto. Gli anabattisti, i millenaristi e i quaccheri anteponevano l’intuizione e il sentimento di Dio all’istruzione e alla dottrina, ed erano contrari a un clero professionale.
I primi fondarono, nella East Coast, i collegi da cui più tardi sarebbero sorte le più prestigiose università americane; tra le altre, quelle di Harvard, Yale e Princeton. I secondi crearono l’evangelismo democratico dei cosiddetti “predicatori ambulanti”, che si spostavano da un villaggio all’altro ciascuno testimoniando la “propria” Bibbia. Di qui, come sottolinea Sergio Fabbrini nel suo saggio introduttivo, la genesi confessionale del confronto fra elitismo e populismo in America. Nel percorso che la condusse a essere una Confederazione (1781) e poi una Federazione (1787), quel confronto si trasformò in una divisione politica che rifletteva il contrasto tra le élite delle scuole teologiche dell’Est e i predicatori che chiamavano le università “fetide paludi”.
In America, contrariamente a ciò che avverrà nel Vecchio continente, le due tradizioni hanno continuato a svilupparsi entro i confini della democrazia. L’elitismo non ha mai acquisito caratteristiche oligarchiche, e il populismo non ha mai acquisito caratterstiche autoritarie. Almeno fino a quando sulla scena politica non è comparso il “ciclone Trump”.
Come si è accennato, anche il populismo maccartista aveva tratti illiberali, alimentati dalla sindrome complottista che da sempre accompagna i progetti antidemocratici. Il populismo trumpiano ha tuttavia fatto un salto in avanti rispetto a quello maccartista, mettendo in discussione la cultura del liberalismo politico che scorre nelle vene della repubblica costituzionale.
Come l’anti-intellettualismo analizzato da Hofstadter, anche quello di “Deranged Donald” (Donald il folle), il soprannome affibiatogli dall’avvocato conservatore George Conway, si regge su una realtà inventata in cui le élite raggirano il “common man” che non ha studiato. Vi aggiunge però un elemento nuovo: il leader salvifico che governa con i i suoi “guts” (istinti) e non già con la sua competenza, che sa cosa fare anche se non conosce le astuzie dei politici professionisti.
Per altro verso, il trumpismo non è semplicemente l’erede dei predicatori ambulanti, avversi alle gerarchie religiose, ma introduce una vera e propria rottura nella tradizione populista. Il trumpismo coltiva l’idea che le élite sono pericolose, non solo inutili. Spetta al popolo governare attraverso il suo leader carismatico, non già ai “professori” che si sono formati nei college e nei campus più prestigiosi.
Così, il paese che vanta le più importanti università del mondo, il più alto numero di premi Nobel, che è all’avanguardia nella ricerca scientifica e tecnologica, è anche il paese in cui è più radicato l’anti-intellettualismo, più pervicace la sfiducia nella scienza, più ricorrente l’ostilità verso la ricerca e i centri che la promuovono.
Hofstadter ricostruisce non solo le radici religiose di questa antinomia, ma come la sua evoluzione, in un’America divenuta potenza capitalistica planetaria, ha finito col partorire un contrasto tra la cultura pratica degli affari e quella teorica della ricerca scientifica, tra la cultura bassa delle scuole professionali, che hanno alfabetizzato generazioni di migranti, e la cultura alta delle istituzioni universitaries, che hanno plasmato le classi dirigenti del paese.
Se è vero, come dimostra Hofstadter nel suo volume, che l’anti-intellettualismo è un orientamento culturale presente nella democrazia americana fin dai suoi esordi, è anche vero che i suoi cicli politici sono stati contrassegnati dai fallimenti di quelle élite democratiche che hanno trasformato i loro privilegi in una rendita di
posizione. E la bruciante sconfitta dell’Asinello nelle ultime elezioni presidenziali ne è una prova inconfutabile. Ma questo è un problema che vale non solo per gli Stati Uniti. I movimenti anti-intellettuali vogliono affermare, in fondo, il principio che “uno vale uno”. In Italia il movimento pentastellato lo ha archiviato dopo una lunga e sofferta stagione politica, le cui macerie non sono state ancora del tutto smaltite.
Questo principio è non solo irrealistico ma truffaldino, in quanto l’ignoranza ha sempre prodotto miseria economica e miseria politica. Epperò quei movimenti costituiscono la febbre di una malattia in cui le istituzioni non funzionano e le èlite non circolano, dove il ruolo di queste ultime non è giustificato dal merito ma è protetto dal privilegio. “Anti-Intellectualism in American Life” ci ammonisce a non prendere sotto gamba i movimenti anti-intellettuali che oggi minacciano le fondamenta costituzionali gettate nella Convenzione di Filadelfia del 1787. Ma la soluzione del problema non è l’elitismo.
Una democrazia ha bisogno di popolo e di élite. Chi intende contrastare l’anti-intellettualismo “dovrebbe impegnarsi a costruire sistemi educativi adeguati, a promuovere una cultura politica basata sulla competenza tecnica e sociale, a legittimare sistemi competitivi in cui nessun detentore di qualsiasi potere possa considerarsi al riparo dalla sostituzione da parte di chi ha più talento e più capacità”(Fabbrini). L’antidoto all’anti-intelllettualismo, insomma, è una democrazia liberale aperta e efficiente.
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Peccato solo che siano proprio i liberali a essersi autoeletti élite insostituibile.
Ecco, questo è il tipo di risposta che impedisce il dialogo.
E dimostra quello che ho detto.
Argomento complesso e attualissimo. L’antintellettualismo, padre del populismo, ha generato un morbo che si è diffuso fino a diventare anticulturalismo se non addirittura
Misocultura, cioè odio verso la cultura. Come un mostro che partorisce altri mostri.
Non è facile stabilire le responsabilità. Personalmente ritengo ci siano, intrecciate, colpe della politica, sia di sinistra che di destra. Comunque grazie per le vostre sempre interessanti osservazioni.
Altro che recensione, questo è un mini trattato socio-storico-politico! Utile non solo a cercare di capire gli americani (per noi della vecchia Europa è sempre difficile) e il “fenomeno Trump”, ma anche a coltivare la speranza di un antidoto alla pandemia populista che alligna nel mondo.