

Nella Vienna d’inizio Novecento visse una figura che sembra creata apposta per capire un tratto oscuro della nostra epoca: Otto Weininger. Giovane filosofo, ebreo di nascita, autore di un solo libro – Sesso e carattere – divenne celebre e poi, a ventitré anni, si tolse la vita. Era uno sfrenato misogino e un feroce antisemita. Ma ciò che lo rende inquietante non è l’antisemitismo in sé – la storia europea ne è piena – bensì la sua direzione: Weininger odiava l’ebreo dentro di sé. Cercò di liberarsene convertendosi al cristianesimo e, infine, cancellando sé stesso. Il suo antisemitismo culminò nel suicidio.
A prima vista, è un caso clinico, una patologia individuale. Ma Weininger può anche assurgere a simbolo utile di un fenomeno collettivo: l’odio di sé di una civiltà. Il suo gesto – annullare l’ebreo perché colpevole, impuro, compromesso – anticipa un meccanismo che oggi agisce su scala culturale. L’Occidente, in una parte significativa della sua intelligencija di sinistra, ha assunto una forma di auto-disprezzo morale: l’idea che la civiltà occidentale sia fonte di male, oppressione e colpa. In quel racconto l’Occidente è il problema, non la soluzione.
L’ebraismo è uno dei pilastri fondativi della nostra civiltà. Chi odia l’Occidente finisce, logicamente, per odiare l’ebreo. Non perché sia diverso, ma perché è troppo familiare: parte dell’identità che si vorrebbe cancellare.
L’antisemitismo “democratico”, di sinistra, filantropico, umanitario, che oggi imperversa, non dice “odio gli ebrei”: dice “odio Israele”, che nella fantasia “decoloniale” diventa la quintessenza dell’Occidente, il suo avamposto assoluto. All’ebreo, perciò, viene chiesto di dissociarsi dal “sionismo”, poiché con tale rito – da compiersi con la massima precisione – si abbraccia l’odio antioccidentale e la visione che ne consegue. La dichiarazione di “antisionismo”, insomma, non ha nulla a che fare con la critica al sionismo storico: è una forma di assimilazione estorta col ricatto, una versione postmoderna della conversione forzata.
Il caso di Emanuele Fiano all’Università di Venezia, contestato da un gruppo di studenti al grido di “Fuori i sionisti dall’università”, lo ha mostrato senza maschera: non gli è stato impedito di parlare in quanto politico, ma in quanto ebreo identificato con “l’entità sionista”. Quest’elemento è stato evidenziato, paradossalmente, anche da una parte della solidarietà ricevuta dall’esponente PD. Molti hanno rimarcato, infatti, le forti critiche mosse da Fiano alle politiche di Israele, come a suggerire l’illogicità dell’attacco alla sua persona. La domanda, dunque, sorge spontanea: e se non le avesse mosse quelle critiche? Il suo diritto di parola poteva essere revocato?
È un meccanismo che ricorda la parabola di Weininger, solo in versione collettiva: l’ebreo è accettabile se si auto-cancella. L’Occidente, nel rifiutare sé stesso, chiede all’ebreo di precederlo nell’autodissoluzione. Per questo Weininger è ancora attuale: il denominatore comune tra il giovane intellettuale e l’antisemitismo “democratico” è l’odio di sé. La parte della sinistra che odia l’Occidente finisce, inevitabilmente, per odiare l’ebreo che percepisce come non assimilato alla propria oikofobia.
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