

Si dice in giro che l’Occidente, in particolare l’Europa, sia stanco, che non abbia in sé le risorse per reggere l’urto delle sfide del prossimo futuro, che non comprenda più il proprio ruolo nella storia. Non ho elementi per esprimere giudizi definitivi su tale questione.
Del resto, se diamo retta a certi intellettuali di ieri, è da più di un secolo che l’Occidente starebbe tramontando: sarebbe anche ora di decidersi. Quel che si può ragionevolmente affermare, è che in questo momento storico l’Occidente non ha una grande stima di sé, della propria storia, delle proprie conquiste, neppure della propria capacità di pentimento: anche le più profonde ammissioni di colpa, anziché alleviare, appesantiscono ancora di più l’atmosfera.
Incapace di perdonarsi, l’Occidente non sa neppure realmente assumersi le responsabilità dei propri limiti e provare a porvi rimedio: semplicemente sembra che alcune sue componenti vogliano ritirarsi sempre più dalla scena del mondo, cercando una sorta di collettivo sokushinbutsu, la pratica espiatoria dei monaci buddisti giapponesi, che giungevano all’automummificazione attraverso un dolorosissimo processo di deprivazione delle risorse vitali.
In questo mood emotivo, sono tornate a circolare alcune considerazioni che Joseph Ratzinger, che poi sarebbe diventato papa Benedetto XVI, svolse in un discorso al Senato italiano il 13 maggio 2004. Il cardinale parlò di “un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì, in maniera lodevole, di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro.
L’Europa ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se vuole davvero sopravvivere”. Non pochi, in quel periodo, etichettarono questi pensieri come reazionari o addirittura fondamentalisti. Purtroppo giudicare un discorso in base al binarismo destra-sinistra è quel tipico approccio pigro alla realtà, che per molti rappresenta un impulso irresistibile. Per quanto mi riguarda, conscio del fatto che anche io ho i miei pregiudizi, provo a optare per l’atteggiamento suggerito da Paolo di Tarso nella lettera ai Tessalonicesi: “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”.
Comunque sia, a distanza di due decenni, qualcuno inizia a intuire la profondità di quelle parole, al tempo inattuali, dal momento che la mostrificazione dell’Occidente è ormai una sorta di filastrocca cantata dagli agenti del caos e ripetuta, con poco senso critico, anche da una parte della giovanissima generazione che da un lato si picca della propria autonomia dalla mentalità dei padri, dall’altro strimpella a orecchio molti dei motivetti ascoltati in giro senza approfondire lo spartito. Dico ciò con tutto l’affetto di cui dispongo, a costo di essere tacciato di paternalismo, parola con cui oggi si apostrofa chiunque tenti di non fuggire dalla propria responsabilità di adulto.
Va anche detto, però, che quelle parole di Ratzinger (e altre simili) sono state anche inserite in un collage ideologico e utilizzate in modo strumentale in chiave identitarista, per rinforzare sentimenti di revanscismo euro-cristiano, magari, nei casi più radicali, con implicito richiamo alle gesta di Poitiers, Lepanto e Vienna. Come poter allora valorizzarle senza scadere in questa retorica da rissa metafisica in cui, giustamente, si sente puzza di bruciato da un miglio di distanza?
Bisogna fare lo sforzo di inserirle in un contesto più ampio. Ciò cui quelle parole possono richiamarci – e da qui in poi proviamo ad alzare un po’ lo sguardo – è la capacità di vedere il bene. Sembra poco, in realtà è molto, forse tutto. Uno dei problemi che si fiuta nelle strade d’Europa è l’incapacità di motivare il bene.
Siamo ben capaci, di fronte alle terribili scene che provengono, ad esempio, dall’Ucraina, dall’Iran, dal Medio Oriente, di condannare il male e le brutalità, ma sembriamo infiacchiti nel motivare un impegno per il bene. Così ci limitiamo ad astratte declamazioni di principio, che puntano lodevolmente ad arrestare il male ma non hanno idea di cosa si debba indicare come bene.
Molti di noi proprio non capiscono più perché qualcuno possa affrontare la morte, le torture e lo stupro per poter avere un atomo di libertà in più: lo concepiamo sul piano teorico, certo, ma nella pratica troviamo ogni scusa per censurarlo, quasi solo lo tolleriamo.
In ciò ci aiuta Albert Camus. In una conferenza del 1949, tenuta in Brasile e intitolata “Il tempo degli assassini”, lo scrittore franco-algerino analizza la malattia europea che ha potuto produrre i conflitti mondiali, i totalitarismi e gli stermini di massa e riflette sulla cultura che la sua generazione aveva respirato tra le due guerre: “A questa generazione il nazionalismo appariva come una verità superata, la religione un esilio, vent’anni di politica internazionale le avevano insegnato a dubitare di qualsiasi purezza e a pensare che nessuno potesse avere mai torto dal momento che tutti potevano avere ragione. La morale tradizionale delle società le appariva una mostruosa ipocrisia. Questa generazione ha dunque vissuto nel nichilismo”.
Il problema, prosegue Camus, è che questa generazione, catapultata negli orrori della guerra, si è trovata spiazzata: messa di fronte all’orrore, ha dovuto prendere posizione. L’indifferenza nichilista, il pessimismo patrizio, nella prova più dura, si sono rivelati privi di risorse: “Non amavano né la guerra né la violenza. Hanno dovuto accettare la guerra ed esercitare la violenza. Provavano soltanto odio per l’odio. E tuttavia sono stati costretti a imparare questa difficile scienza. Per combattere, si deve credere in qualcosa”. Se non si combatte, infatti, si accettano i valori del nemico.
Nell’incapacità di saper motivare il bene, l’unica cosa che sentivamo, aggiunge Camus, è che “non potevamo cedere alle belve che si levavano ai quattro angoli dell’Europa. Ma non sapevamo giustificare l’obbligo che sentivamo”.
Motivare il bene è molto più che condannare il male. Per questa seconda cosa, infatti, basta la volontà di vivere, è sufficiente amare la propria vita. Ma la prima cosa, invece, richiede che la nostra anima si ricordi perché si può dare la vita per un’altra vita, cioè per qualcosa o qualcuno che trascenda la mia esistenza. I diritti umani, il valore infinito di ogni singola persona, l’uguale dignità di tutti gli uomini, sono formule assai tradite e sono state anche utilizzate per fini opposti alla loro originaria formalizzazione. Tuttavia proprio le stragi, i sacrifici e le dispute che ci sono costate, dovrebbero suggerirci l’importanza di trasmetterli con timore e tremore, senza supponenza ma anche senza vergogna.
L’odio di sé dell’Occidente, a ben vedere dunque, forse potrebbe essere la giacenza di magazzino della crisi della modernità, la quale, ferita dalla scoperta dell’illusorietà del proprio giovanile idealismo titanico, potrebbe ora accettare con spirito adulto manchevolezze, limiti e soprattutto responsabilità.
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Bel contributo, in sintonia con le vicende di questi nostri preoccupanti tempi. E’ del resto un campo d’argomenti che affiora, più o meno esplicito, da più parti, in più discussioni. Mi pare fosse Thomas Mann a chiedersi: ci sarà pure un modo virile e sereno di affrontare la propria epoca senza ottuse superbie o avvilimenti…
meno male che abbiamo ancora qualche Maestro in grado di ragionare e stimolare il ragionamento … pacatamente ma con solida fermezza di argomenti.