

Come tutti gli -ismi, lo stilismo mette in allarme al solo sentirlo nominare. Il dizionario definisce stilista: “Chi cerca con particolare cura, talvolta soltanto formale, di conseguire raffinati e originali risultati espressivi”.
Fu Armani, ancora agli esordi e forse con intento provocatorio, ad autodefinirsi stilista, rifiutando l’appellativo di couturier per contrapporre il proprio approccio alla “haute couture” paludata. Ma il rigore e le felici intuizioni che hanno caratterizzato il suo lavoro hanno smentito quella boutade giovanile.
Il termine stilista è oggi comunemente usato nel mondo della moda in tutte le sue declinazioni, mentre in altri settori la creatività viene attribuita ai designer. Lo stilismo nasce quando la forma smette di rispondere a una necessità.
Lo stile, in senso letterale, è sempre stato una conseguenza: del corpo, del tempo storico, delle tecniche disponibili, di un’idea di società. Anche nelle sue espressioni più decorative o simboliche ha mantenuto un rapporto strutturale con ciò che serviva a vestire, proteggere, rappresentare.
Lo stilismo, al contrario, è autoreferenziale: non risponde, propone; non risolve, mostra e, in questo senso, non è sinonimo dello stile ma il segnale della sua perdita. Compare quando lo stile non è più una pratica individuale ma inscena una proposta prefabbricata: non più una scelta ma un’adesione, il linguaggio di un sistema che si guarda l’ombelico.
Figure come Ralph Lauren, Tom Ford e Karl Lagerfeld aiutano a leggere questa trasformazione mostrando esiti diversi di uno stesso passaggio storico.
Ralph Lauren ha costruito uno stile abitabile, un lessico aperto, pensato per essere combinato, interpretato, vissuto individualmente; i suoi capi non impongono un total look ma si prestano al mix, alla durata, alla scelta personale.
Tom Ford rappresenta invece lo stile come regia: tutto è deciso prima che il corpo entri in scena, l’immagine è imposta, perfettamente controllata, non invita a scegliere, chiede di aderire, funziona come un copione ben scritto; non lo indossi: ne devi rispettare i dettami.
Karl Lagerfeld, grande collezionista di tessuti, abiti e oggetti vintage, cui si attribuisce la frase: “Nessuno inventa, tutti copiano: basta farlo bene, senza farsi beccare”, incarna lo stile come scenografia, anticipando la trasformazione della moda in metalinguaggio.
Non si tratta di stabilire gerarchie moralistiche, ma di riconoscere una traiettoria: dallo stile come scelta individuale allo stile come piatto precotto.
Il confronto con il design in altri ambiti rende questa deriva ancora più evidente. Nell’arredamento, nell’architettura e nell’automotive, l’immagine non può sostituire il progetto senza conseguenze immediate: una sedia che non regge, un edificio disfunzionale, un’auto concepita solo per apparire falliscono nel loro scopo.
In questi settori il designer è costretto a rispondere a vincoli reali – uso, sicurezza, durata, rapporto con lo spazio e con il corpo – la forma può essere audace ma non arbitraria.
Figure come Marco Zanuso, Giorgetto Giugiaro e Renzo Piano dimostrano che la forma può essere seducente, riconoscibile, persino iconica, senza mai emanciparsi dalla funzione, dall’uso e dal contesto: qui lo stile non precede il progetto, ne è la conseguenza.
In quella moda dominata dallo stilismo, invece, l’assenza di vincoli diventa un vantaggio apparente. L’abito può essere scomodo, effimero, inutilizzabile, perché il suo successo non si misura nell’uso ma nella diffusione dell’immagine: è qui che il marketing trova il suo terreno ideale, non cerca lo stile, cerca l’omologazione.
Lo stile autentico è per definizione diseguale, imprevedibile, non replicabile; l’omologazione, al contrario, è misurabile, scalabile, monetizzabile e per questo il marketing non si limita più a promuovere prodotti ma impone una way of style, un repertorio di forme, colori, proporzioni e posture riconoscibili e riproducibili all’infinito.
I social media sono lo strumento perfetto di questa operazione: non mostrano la varietà, la riducono; non favoriscono la scelta, incentivano l’imitazione. L’algoritmo premia ciò che è già familiare, ciò che rientra in un codice condiviso, così lo stilismo diventa linguaggio dominante, semplificato, immediatamente leggibile, privo di ambiguità. L’utente è chiamato ad acquistare solo quello che lo uniforma al suo target di riferimento.
In questo contesto l’individuo non costruisce più il proprio stile attraverso il mix e la selezione personale, ma adotta un’immagine preconfezionata: nel primo caso l’abito è strumento di espressione, nel secondo segnale di appartenenza; non si sceglie per affinità, si aderisce per riconoscimento.
Il paradosso finale è che lo stilismo, nato come promessa di originalità, produce uniformità: tutti diversi nello stesso modo, tutti riconoscibili, quindi intercambiabili, l’esatto contrario di ciò che lo stile ha storicamente rappresentato.
Se nel design l’eccesso dell’orpello è un rischio da contenere perché impoverisce e contrasta la funzione, nella moda degli stilisti è diventato una strategia culturalmente regressiva: quando il marketing comanda, lo stile smette di essere un atto individuale e diventa un protocollo.
Ed è forse qui il punto definitivo: lo stile vive di scelte, lo stilismo vive di consenso, non parla all’individuo, lo incasella; non ne riconosce la peculiarità, la semplifica. Al posto della persona propone appartenenze, al posto dell’identità costruisce tribù: riconoscibili, omologate, intercambiabili.
È così che lo stilismo mette nel mirino l’individuo, contrapponendogli comunità artificiali in cui la differenza non è più un valore ma una deviazione da correggere.
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