

Una riflessione sul degrado del linguaggio mediatico in un tempo dominato da guerre, polarizzazione e marketing dell’attenzione. Quando enfasi, tifo e slogan sostituiscono misura, verifica e analisi, il rischio non è solo la cattiva informazione, ma la perdita stessa del rapporto tra parole, fatti e realtà.
In un momento storico segnato da due guerre in corso e da una ridefinizione profonda degli equilibri internazionali dopo oltre ottant’anni, lo stile comunicativo dei mass media — dalla stampa alla televisione — dovrebbe uniformarsi a una responsabilità superiore alla norma: raccontare con chiarezza, aiutare a comprendere, distinguere i fatti dalle interpretazioni, evitare previsioni apodittiche.
È proprio in questa fase, invece, che l’approccio dei media è sembrato allontanarsi ulteriormente dalla sua funzione primaria; da troppi anni il suo linguaggio ha progressivamente abbandonato il dettato etico del descrivere e commentare; opera invece per orientare e, per farlo, amplifica.
Ogni notizia diventa “storica”, ogni evento “epocale”, ogni dichiarazione “destinata a cambiare tutto”.
È la progressiva sostituzione del rigore con l’impatto, della misura con l’enfasi.
Il primo segnale è linguistico, ed è il più evidente: parole un tempo usate con cautela oggi vengono consumate quotidianamente fino a perdere significato.
“Strage”, “shock”, “dramma”, “rivoluzione”, “boom”, fino a “genocidio”, sono diventate formule automatiche, veri tic redazionali, che campeggiano nella titolazione.
Il risultato è paradossale: più si alza il volume, meno si distingue il contenuto; lo scopo è rendere tutto eccezionale, anche quando non lo è davvero.
I media non si limitano più a riportare i fatti: li organizzano dentro una narrazione.
Non è necessariamente una manipolazione esplicita, ma una costruzione continua che passa attraverso tre passaggi semplici e decisivi: la selezione di ciò che merita visibilità, la gerarchia che stabilisce cosa è importante e il tono con cui tutto viene raccontato.
È proprio nel tono che si insinua una visione del mondo, sottilmente implicita, raramente dichiarata.
Non si impone al lettore o allo spettatore cosa pensare, ma si suggerisce come reagire, si orientano emozioni prima ancora che giudizi.
La differenza è sottile ma decisiva: si è chiamati ad aderire, non a riflettere.
Non è un caso che i dibattiti televisivi più accesi abbiano assunto la forma dei cosiddetti talk show dal contenuto preconfezionato: spazi in cui il confronto cede il passo alla contrapposizione e l’argomentazione viene sostituita dallo slogan gridato.
A tutto questo si aggiunge un elemento divenuto strutturale: il peso crescente del marketing editoriale.
Gli editori non vendono più soltanto contenuti, ma attenzione fidelizzante, che è una risorsa competitiva per catturare audience e attrarre pubblicità.
Si conquista con strumenti precisi: semplificazione, polarizzazione, ripetizione. Il titolo deve catturare, non necessariamente corrispondere; chi scrive un articolo o conduce un programma deve appagare il tifo più che approfondire.
Il lettore e lo spettatore, in questo schema, cambiano ruolo: non sono più interlocutori, ma target.
Il corto circuito si completa con l’influenza dei social. I media tradizionali, invece di rappresentare un’alternativa, fungono ormai da innesco e ne imitano le logiche.
La velocità sostituisce la verifica, la reazione prende il posto dell’analisi, il consenso elude la responsabilità: si scrive o si va in onda per essere condivisi, non per essere chiari.
A peggiorare le cose, si è innescato un meccanismo perverso utilizzato da quegli editori che possiedono giornali e canali televisivi: in quel caso la stampa su carta, sempre più marginale, ma anche via internet, diventa strumento di supporto a un network in cui il peso degli introiti pubblicitari televisivi è determinante per sostenere il business.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un linguaggio sempre più eccessivo, a scapito della credibilità.
Del resto, il pubblico sembra apparire più interessato alla messa in scena che alla comprensione dei fatti; lettori e spettatori non smettono di consumare informazione, ma tendono a rivolgersi a chi li rassicura, confermando le loro convinzioni.
Ed è forse questo il punto più critico, non l’esistenza delle distorsioni di fatti e idee — presenti da sempre nell’informazione — ma la loro normalizzazione.
Quando l’enfasi diventa la regola, l’accuratezza appare quasi un limite; quando tutto è eclatante, solo l’iperbole può avere rilevanza.
Qui entra in gioco lo stile, che non è una questione estetica ma etica.
Parlare e scrivere con misura oggi significherebbe restituire alle parole il loro peso e ai fatti la loro proporzione, rinunciando all’effetto immediato per recuperare una corretta esposizione dei fatti.
In un contesto che spinge costantemente verso l’eccesso, la sobrietà, appannaggio di professionisti di alto livello, è una scelta quasi controcorrente e una forma di rispetto verso chi legge o ascolta.
Perché il vero lusso contemporaneo è penetrare gli accadimenti e riconoscere ciò che merita davvero attenzione, in un tempo dominato dal flusso continuo di informazioni sugli schermi degli smartphone.
P.S.
InOltre si è data la missione di perseguire uno stile di informazione che vada incontro alla domanda di conoscenza e comprensione dei fatti da parte dei lettori; per questo ospita molte voci non univoche, ma polifoniche, perché ci si avvicina alla verità con l’uso della dialettica, del dubbio e del diverso parere.

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Un altro dei vizi attuali è quello delle “verità”, che noi neanche sospettiamo ma il giornalista, unico al mondo, ha capito (o gli è stata rivelata): “Qual è il vero obiettivo di Trump” “Che cosa ha davvero in mente Putin”, “Qual è il vero scopo di Elon Musk”… Però c’è anche da dire che è da un pezzo che ci siamo abituati al fatto che non esistono più eventi atmosferici che non siano estremi, dal caldo e temporali in estate al freddo e neve in inverno. E il freddo (-2° in gennaio) è sempre polare e il caldo è sempre tropicale e le piogge sono torrenziali e i nubifragi sono promossi a bombe d’acqua… Ma ricordo anche un articolo, di cui non indico la datazione perché non è necessaria, che diceva: “Seguiamo una partita di calcio e veniamo sommersi da cannonate, bombardamenti ecc.; poi si ripiega: scontri a Beirut”. Verissimo che oggi il livello si è notevolmente innalzato, però il vizio è parecchio vecchio.