

Chi è lettore abituale della rubrica settimanale sullo stile, questa volta non troverà un argomento leggero. I tempi difficili ogni tanto impongono delle riflessioni, cui è bene non sottrarsi.
Lo stile di vita è un complesso di comportamenti che attengono alla sfera etica, da sempre determinato dall’evoluzione dei rapporti sociali, ma anche banalmente dal clima del luogo natio, dagli eventi storici e politici e dall’influenza delle religioni.
La rivoluzione industriale e l’accelerazione spasmodica del progresso scientifico, dal XIX secolo in poi, hanno introdotto elementi di novità nei comportamenti di massa, mai sperimentati prima dall’umanità.
In sostanza scienza e tecnica hanno liberato l’uomo dalla fatica, concedendogli più tempo libero e allungandogli la vita, ma lo hanno reso schiavo del ruolo da svolgere nella società.
Sia nella sfera familiare e sociale, sia nel campo del lavoro, l’individuo è schiacciato dalla sua funzione, una specie di maschera di Pulcinella dietro la quale è costretto a vivere, il prezzo da pagare per esercitare il diritto alla libertà in una società secolarizzata, senza regole né maestri.
Il marketing prima e gli influencer oggi hanno ulteriormente spinto verso la spersonalizzazione, sei quello che devi acquistare, possiedi e puoi mostrare, se non sei omologato sei fritto (Erich Fromm ha spiegato bene come è difficile essere, in una società fondata sull’avere).
Oltre certi limiti incorri nella palese riprovazione sociale, ma già nei limiti della cosiddetta normalità covi in te stesso nevrosi da prestazione.
La mia generazione è nata e cresciuta in un mondo piramidale, con il principio di autorità, le cui regole erano fissate da chi deteneva il potere, in casa, a scuola, in fabbrica e in ufficio, un potere riconosciuto, subìto e rispettato; i giovani attendevano con ansia di divenire adulti per poter a loro volta esercitare il principio di autorità sulle generazioni successive.
Per le donne poi l’unica soluzione fungibile era il matrimonio, pia illusione, perché la dipendenza economica, sancita anche dall’usanza della dote, trasferiva il potere dal padre al marito.
Mio nonno non mi riceveva in casa sua se indossavo i jeans che fanno parte del mio guardaroba di ultraottantenne, questo la dice lunga sul cambio di stile di vita.
Ma non è questo che conta, piuttosto è l’individuo come funzione che ha cambiato alla radice il ruolo di ognuno, in minor misura nelle democrazie, in modo totale nei paesi retti da regimi autoritari, dove spesso, come in Corea del Nord, non hai nemmeno il diritto di scegliere il lavoro, perché è lo stato a decidere cosa farai a vita; certo per secoli è stato così, ma le conquiste sociali del ‘900, soprattutto ad opera della sinistra e dei sindacati nei paesi democratici, avevano illuso che la svolta fosse definitiva.
Però anche i timidi tentativi di scuola/lavoro effettuati qui da noi, sono figli di un’idea utilitaristica, come del resto a suo tempo gli istituti professionali frequentati dalle classi meno abbienti per garantirsi un posto di lavoro.
Nelle grandi multinazionali ci sono i manuali di marca che impongono il comportamento consono allo stile aziendale, frustrando eventuali proposte creative atte a migliorare palesi incongruenze.
Paradossalmente, o forse no, va sparendo l’uomo massa, irregimentato in ideologie e inquadrato negli schemi prefabbricati di dottrine politiche e religiose, al suo posto è apparso l’uomo tribale; infatti, l’attuale assetto sociale è segmentato in tribù accomunate da usi e costumi che ne garantiscono l’appartenenza.
Le definizioni, quali: borghesia, proletariato, classe operaia, contadini, artigiani, sono ampiamente superate da un presente dove anche il tatuaggio è interclassista.
Lungi da me la nostalgia per il mondo rigidamente diviso in classi, ma anche le tribù non sono un bel vedere.
A tutto questo si aggiunge la diminuzione di distanza tra le generazioni intermedie, cioè di adolescenti e maturi, nel senso di una evoluzione rapida che le avvicina e crea una sovrapposizione nei comportamenti e nei costumi, cancellando la memoria storica, da cui sono esclusi gli anziani, sempre di più e sempre più anziani per l’allungamento della vita.
Come non bastasse, il presente ci sta mostrando l’avanzata di pericolosi movimenti populisti e sovranisti intenti senza remore a cercar di sovvertire le democrazie per come le conosciamo, sono soprattutto in pericolo non solo le libertà a cui siamo abituati, ma l’intero stile di vita: AI e bitcoin sono due new entry, per ora nelle mani di tecnocrati e affaristi, ma stanno entrando nelle nostre vite, senza che il potere politico ponga dei limiti di controllo, arrendendosi senza combattere, come ha fatto per web e social.
Immaginiamo che il nostro mondo venga sopraffatto da quanto detto sinora, altro che cambio di stile di vita!
Non oso pensare cosa potrebbe accadere a un mondo sovrappopolato, dominato da tecnocrati e autocrati, un medioevo peggiore dell’originale, che per altro fu malamente etichettato dagli illuministi settecenteschi, mentre in realtà ha spalancato le porte alla modernità.
Al limite dell’apocalisse, mi viene in mente un film di fantascienza nel quale, in una società governata da una dittatura, i cittadini erano soggetti a continui rastrellamenti ingiustificati che determinavano la sparizione dei catturati, mentre gli scampati alle razzie erano alimentati con delle tavolette verdi al posto del cibo tradizionale.
La fine del film mostra che le tavolette erano ricavate dai corpi dei rastrellati (il solito lieto fine all’americana fa comparire un rivoluzionario buono che scopre l’orribile inganno e abbatte la dittatura).
Forse non arriveremo a tanto, ma, anche se in natura gli alveari e i formicai sono popolati da individui divisi geneticamente per funzione, è auspicabile che l’homo sapiens onori il suo aggettivo e sappia sostituire il morente principio di autorità e la presente omologazione tribale con un nuovo stile di vita tutto da inventare.
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La difesa delle democrazie come noi le conosciamo parte, a parer mio, da un assunto di base: mantenere un senso etico del buon vivere ma soprattutto usare il proprio cervello per creare il proprio pensiero, le proprie idee. Il problema è che ciò richiede uno sforzo costante e già adesso moltissimi hanno alzato bandiera bianca, è più comodo accettare le idee preconcette veicolate da bot-farm, AI, piattaforme social….
Lei descrive il mondo globalista, autoritario, totalitario, che trova la sua compiutezza nella sinistra europea e italiana, nell’ appiattimento culturale della correttezza politica. Cioè il partito della vanderleyen, delle banche, di draghi e Prodi, per i quali la democrazia è un fastidioso inciampo formale.
Però poi inopinatamente si attiva il meccanismo pavloviano e vede il pericolo nel populismo (quale? Quello che fa cambiare giudizio su Ucraina, auto elettrica, diritto di opinione in base alle mutate circostanze?) e sul “sovranismo” parola che non si capisce perché debba avere valenza negativa.
Insomma fa un pasticcio di cause senza effetto, e viceversa.