
Abbiamo ricevuto questo articolo da Anania Casale, laureato in Filosofia, giornalista e addetto stampa della Federazione Scacchistica Italiana (FSI). Molto volentieri lo pubblichiamo.
Qualche volta un elenco di semplici date evidenzia una razionalità, o almeno una tendenza della storia, senza necessità di ulteriori commenti. Gli storici degli scacchi, come Mario Leoncini, sono concordi nel far partire la nascita degli scacchi moderni dal grande torneo di Londra del 1851, organizzato da Howard Staunton e vinto da Adolf Anderssen.
Pochi anni prima, nel 1847, a Cambridge venivano per la prima volta definite per iscritto le regole del calcio moderno, mentre pochi anni dopo, nel 1858, nasceva il primo club dedicato esclusivamente al football, lo Sheffield. Nel 1871 poi si svolgeva la prima edizione della Coppa d’Inghilterra, il torneo calcistico più antico del mondo. Spostiamoci avanti di qualche anno, e constatiamo che il primo match ufficiale per il Campionato del mondo di scacchi, tra Wilhelm Steinitz e Johannes Zukertort, ha luogo nel 1886. Nel 1888 nasce il Campionato di calcio inglese. Nel 1889 Pierre de Coubertin inizia a manifestare pubblicamente il suo proposito di far rivivere i Giochi Olimpici, la cui prima edizione si svolgerà ad Atene nel 1896. Due anni dopo si disputa il primo Campionato di calcio italiano, vinto dal Genoa.
Questi percorsi paralleli di nascita e consolidamento dell’attività sportiva, attraverso la definizione di regole comuni e l’organizzazione di competizioni nazionali e internazionali, sono analoghi a quelli di altre discipline, ed evidenziano che nella seconda metà dell’800, quasi all’improvviso, emerge nella società un’esigenza impellente, di cui non si era mai sentita la necessità nell’era cristiana: quella di fare sport. Vale a dire un’attività fisica (o mentale, nel caso degli scacchi) organizzata, competitiva, con regole rigorose e in cui trionfi il più meritevole.
Se ci si pensa bene, nulla del genere era mai esistito nella civiltà umana, con l’eccezione dell’Antica Grecia, che preciseremo meglio in seguito. Difficile accomunare allo sport le corse di cavalli, le gare tra galee nelle arene allagate, le battaglie tra i gladiatori, o magari i tornei medioevali. Erano giochi, divertimenti per corti annoiate, o talvolta sfide anche dure, violente. Non mancava la competizione e la voglia (o la necessità vitale) di vincere, ma non era nulla di simile allo sport come noi lo consideriamo oggi.
Va anche detto che il problema dell’attività fisica non si poneva: i contadini che aravano i campi del feudatario in cambio della sua “protezione”, o i soldati mercenari, non avevano alcun bisogno di fare ginnastica o atletica: di fatica fisica ne facevano fin troppa. Ma anche tra le classi privilegiate l’idea della sfida egualitaria non ha mai attecchito. Gli scacchi stessi erano meraviglia, esibizione, talvolta manifestazione di gloria e di potenza per i regnanti che proteggevano i campioni, ma non certo uno sport come oggi lo intendiamo.
Eppure, a metà Ottocento, si apre lo spazio per un’attività umana praticata, per tutt’altri motivi, solo nella civiltà greca (la più egualitaria, peraltro, del mondo antico) e che ha solo pochi e confusi precedenti nei millenni precedenti. Per quale motivo? Se qualcosa ci ha insegnato Karl Marx, è che la storia è storia soprattutto dei sommovimenti sociali ed economici che stanno alla radice di quelli politici e ideologici.
Ebbene, che cosa accade intorno al 1850 nel mondo occidentale? Molto semplicemente, i valori della Rivoluzione francese — libertà, uguaglianza e fraternità — che si erano diffusi come un incendio in tutta Europa cinquant’anni prima, ed erano poi stati repressi dalla Restaurazione, si erano presi la loro rivincita e stavano diventando dominanti. Mentre nel Manifesto del 1848 Marx già preconizzava la sua scomparsa, la borghesia entrava invece nel suo apogeo e si apprestava a dominare definitivamente con le proprie idee la società europea e americana.
La rivoluzione industriale si stava ormai consolidando, e aveva rovesciato dalle fondamenta (proprio come Marx aveva previsto) e una volta per sempre tutti i sistemi di credenze e i rapporti sociali dei secoli passati. La classe lavoratrice entrava di prepotenza nella storia, e iniziava a pretendere il suo giusto spazio.
I nuovi valori dominanti sono la giustizia, intesa come parità di diritti e doveri, il merito, il successo, la legge uguale per tutti al di sopra dei vetusti principi religiosi e feudali, la democrazia, intesa, alla maniera di Alexis de Tocqueville, come “stato sociale democratico”, in cui la massa influenza il potere politico sia per le sue esigenze materiali, sia per il suo ruolo decisivo quando si trasforma in “pubblica opinione”.
Lo sport, questa è la tesi del nostro articolo, è il manifesto della nuova era, una rappresentazione ideale, una proiezione ideologica, quasi una sublimazione della civiltà illuministica e borghese. I criteri di base dei nuovi valori sportivi sono:
- Uguaglianza: tutti partono alla pari, nessun privilegio di nascita o di censo influenza la competizione.
- Merito: vince il migliore, chi si è dimostrato più bravo in una gara leale.
- Formalismo delle regole: la competizione è gestita attraverso leggi scritte, interpretate da giudici terzi, e che hanno valore di per se stesse, e non perché coerenti con idee morali, religiose o tradizionali.
- Universalismo: la sfida sportiva non conosce confini nazionali, può anzi deve essere estesa agli esseri umani di ogni etnia e cultura, anche la più lontana.
Vale la pena di entrare nel dettaglio di questi punti. Il primo e il secondo sono intuitivi: si tratta dei valori di base della società illuminista e democratica, ancorché liberale o individualista.
Va notato però che lo sport “supera” ampiamente la realtà della società in cui opera. Nella competizione sportiva, l’uguaglianza è effettiva, non determinata dalla ricchezza o dal ceto sociale, e sappiamo bene quanto questo avvenga di rado nella vita vera. Il criterio del merito è assoluto, e anche il fatto che il trofeo va sempre rimesso in palio rafforza questo ideale, mentre siamo consapevoli che, nel mondo reale, le posizioni di preminenza economica o sociale ben difficilmente vengono “rimesse in gioco”, come un titolo sportivo.
In questo senso lo sport è realmente “ideologia”, vale a dire mistificazione e falsa coscienza, se si vuole aderire al marxismo ortodosso, giustificazione ideale di un sistema sociale se invece, come lo scrivente, si apprezzano i valori su cui si fonda e si ritengono positivi.
Il terzo punto è forse il più intrigante. Lo sport non può esistere senza regole, ma le regole dello sport non hanno una dimensione morale o religiosa, non devono rispettare tradizioni o usanze, non sono insomma elaborate in coerenza a dei “valori” comunque enunciati. Vigono solo perché funzionano, e perché su di esse c’è accordo tra i contendenti.
Lo sport insomma incarna una delle grandi intuizioni di Hobbes, vale a dire la superiorità della legge positiva (“imposta”) su una presunta legge naturale. È ben vero che esiste in alcune discipline un criterio in qualche modo naturale per decidere il vincitore: nell’atletica vince chi arriva primo, così come nel nuoto. Ma non esiste motivo “naturale” al mondo per cui, in una gara “a rana”, si venga squalificati per aver nuotato a stile libero. Se si trattasse di salvarsi la vita dopo un naufragio, sarebbe più che ammesso, anzi perfettamente razionale. Nel nuoto sportivo invece comporta la squalifica. Perché? Soltanto perché è così che funziona, e perché la gara vale solo a questi patti.
Se prendiamo il calcio è lo stesso: perché mai dovrebbe essere un “valore” gettare una palla tra due pali e una traversa? Eppure chi lo fa più spesso, chi fa più gol, vince partita e campionato. Perché mai viene punito il fuorigioco, vale a dire stare davanti all’ultimo difensore mentre il compagno ti lancia il pallone? Non c’è alcuna giustizia intrinseca in questa regola.
Negli scacchi, gioco astratto per eccellenza, pura creazione mentale, la cosa è ancora più evidente. Non esiste un senso morale o religioso nel movimento dei pezzi: il Cavallo non ha motivo di muoversi a “L”; chi se l’è inventato ha ideato un qualcosa del tutto “innaturale” e anti-intuitivo, così come il fatto che il Pedone cammini dritto e mangi in diagonale, o che l’Alfiere possa muoversi sulle case di un solo colore.
Sono regole che seguono criteri lontani da ogni dimensione di valore, e perfino di coerenza con il personaggio che i pezzi in teoria raffigurano (il potente Re, ad esempio, è uno dei pezzi più deboli), e che hanno senso solo perché i giocatori concordano su di esse e perché — ma solo in subordine — “funzionano”. Se non funzionassero, o se nascesse tra i giocatori discordia sul loro utilizzo, sarebbe impossibile giocare. O si dovrebbe cambiare gioco (ad esempio, giocare a Scacchi 960, con regole diverse).
Questo, come già accennato, è il trionfo del ruolo moderno della legge, che dipende quindi solo dal consenso (o dal potere del sovrano), in primo luogo, e dall’utilità, in secondo. Non potrebbe esserci competizione sportiva senza avere interiorizzato la neutralità delle regole intesa come neutralità da ogni criterio di valore, di morale, di fedeltà alla tradizione.
Veniamo al quarto punto, l’universalismo. Qui partiamo con una brevissima digressione sul grande “inventore” dello sport moderno, Pierre de Coubertin. C’è da chiedersi quanto, immaginando la sua creatura, il barone De Coubertin, di nobile casata ma fedele — non si sa quanto sinceramente — agli ideali democratici (è forte qui l’analogia con Tocqueville), fosse consapevole di essere un portavoce dello spirito del tempo.
In realtà, dal suo punto di vista, le Olimpiadi nascevano da due esigenze che noi consideriamo laterali in questa analisi: la necessità di diffondere un’attività fisica coordinata, e il richiamo alla tradizione classica della grecità.
La prima è in effetti legata anch’essa al periodo storico, perché se contadini e operai non avevano certo urgente necessità di praticare ginnastica e atletica (ricordiamo la bonaria satira di Edmondo De Amicis in Amore e ginnastica, del 1892), questa esigenza era evidentemente viva in un ceto borghese dedito soprattutto a lavori “di concetto”.
La seconda ispirazione per le Olimpiadi è l’imitazione di un’antichità classica idealizzata. De Coubertin fraintende in parte il senso dei Giochi olimpici dell’Antica Grecia, che erano in realtà un rito religioso che serviva ai Greci per riconoscersi come un unico popolo nonostante le divisioni politiche, e ne coglie invece l’aspetto più urgente ai suoi tempi: quello di una manifestazione che richiama alla pace e alla concordia tra i popoli, anzi la impone.
Fare lo sport, per non fare la guerra: questa la grande intuizione del barone, che aggiunge di suo altri due aspetti — l’interclassismo, nella consapevolezza che lo sport poteva e doveva essere patrimonio anche delle classi popolari, e contribuire così all’attenuazione delle tensioni sociali, e l’universalismo.
Questa, a nostro parere, è l’idea più forte del movimento olimpico, che poi ha finito per permeare di sé tutto il mondo dello sport. Un progetto perseguito con ostinazione, perché De Coubertin rifiutò sempre, anche rischiando di finire in minoranza nel movimento olimpico, di confinare la sua creatura in una sola nazione — la Grecia delle origini o la sua Francia — e anzi accettò di buon grado che la terza edizione (fallimentare, peraltro) dei Giochi olimpici si disputasse oltre Oceano, a Saint Louis.
L’inventore dell’olimpismo sapeva perfettamente che il suo movimento non avrebbe avuto senso se non fosse diventato universale, globale, se non si fosse aperto a ogni cultura e ogni nazione.
I risultati di questa tensione ideale li vediamo oggi. Da quegli incerti inizi dell’800, lo sport, nonostante due guerre mondiali, tensioni geopolitiche, totalitarismi, strumentalizzazioni varie, doping e altre brutture, è in continua espansione. La stessa FIDE è un centro di attività e anche di potere globale, con dimensioni un tempo inimmaginabili, e continua ad aggiungere competizioni alle già numerose in essere.
Lo sport è diventato un grande affare, certo: muove miliardi di euro in alcuni casi (il calcio), milioni in altri, ma non crediamo che il segreto reale del suo successo sia l’essere diventato un’“industria”.
Lo sport è uno dei grandi protagonisti del mondo moderno perché ne traduce le aspirazioni utopiche in una realtà visibile, concreta, pratica. È un’oasi di giustizia, in un mondo sempre più ingiusto. È uno spazio comunitario in una realtà sempre più ristretta, dove le “chiusure”, sia delle menti che delle frontiere, la fanno da padrone.
Aiuta a mantenere l’antico splendore e la bellezza suggestiva degli ideali liberal-democratici, che invece nel mondo reale, come il ritratto di Dorian Gray, paiono invecchiare senza rimedio.
Se non esistesse questo aspetto ideale, che per lo spettatore medio agisce a livello inconscio, difficilmente potrebbe avere la popolarità che ha.
Ed è per questo — ci sarà consentito un giudizio personale a conclusione dell’analisi — che il vero pericolo per lo sport, e per gli scacchi con esso, non viene dai “troppi soldi” o dalla “mercificazione”, o meglio non viene direttamente da lì.
Ma arriva dalla tentazione, ormai manifesta, degli attori più potenti di organizzare una sorta di “serrata”. Fuor di metafora: dal tentativo di creare nel mondo sportivo un circolo di privilegiati, ed escludere tutti gli altri, di mettere in discussione insomma la regola fondamentale della competizione sportiva: vince chi merita.
Il pericolo di iniziative come la Superlega nel calcio, oppure, negli scacchi, le competizioni “a chiamata” riservate a mega super GM che si sfidano solo tra loro, è quello di minare alle fondamenta i principi di eguaglianza e di merito, senza i quali lo sport si trasforma in pura esibizione.
Sappiamo bene che il più ricco e potente spesso vince, anzi quasi sempre. Ma il fatto che comunque debba sudarsela fino in fondo, e che sia costretto a mettersi in gioco anche contro il più povero e umile, salva il valore spirituale della competizione sportiva.
Lo sport è una piccola società ideale, sempre più assediata da una realtà brutale. Dobbiamo difenderla, per difendere anche noi stessi e i nostri valori più profondi.
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Qualcuno è in grado di spiegarmi per quale bizzarro motivo gli scacchi si debbano considerare uno sport?