
L’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico. Il pericolo non è il meccanismo in sé, ma il fatto che la tecnica dispieghi il suo dominio sull’essenza dell’uomo, riducendo il mondo a una riserva di risorse manipolabili.
Martin Heidegger
L’idea che il lavoro moderno debba essere inteso come una “vocazione” e il successo economico come un segno di elezione divina ha dato al capitalismo occidentale la sua spinta propulsiva originale.
Max Weber
L’Europa non nasce dall’armonia, ma dal conflitto, e il suo capitalismo ne porta i segni profondi, quasi genetici. Prima ancora che le istituzioni comunitarie tentassero di dare una forma politica al continente, esistevano visioni d’impresa che cercavano di conciliare il profitto con la dignità umana, di cui Adriano Olivetti resta l’esempio più luminoso, anche se in parte utopistico.
La sua idea di impresa non era quella di una macchina per generare dividendi, ma di una “comunità” radicata nel territorio, dove la fabbrica diventava centro di cultura, servizi sociali e bellezza architettonica. Olivetti intuì la potenzialità di un capitalismo che non aliena l’uomo, ma lo eleva.
Eppure, proprio la sua parabola mostra i limiti di questo modello. In un mercato globale spietato, la sua visione, così profondamente europea nel desiderio di armonia sociale, finì per scontrarsi con la necessità di una scala finanziaria e di un’aggressività che il sistema italiano dell’epoca non seppe sostenere.
Come suggeriva Max Weber, l’etica protestante ha sciolto le catene all’aspirazione al guadagno, guardandola come un precetto direttamente voluto da Dio, e questa matrice ha trovato negli Stati Uniti il suo terreno più fertile.
Se oggi osserviamo le due sponde dell’Atlantico, non vediamo solo due sistemi economici in competizione, ma due visioni antropologiche divergenti che affondano le radici in matrici religiose e filosofiche profonde. Da una parte l’America del “destino manifesto” e dell’agilità individuale; dall’altra un’Europa figlia della solidarietà comunitaria cattolica e della norma come protezione dei più deboli.
Questa divergenza nasce in due sguardi diversi sul mondo, ben prima di approdare nelle borse valori. Il capitalismo statunitense è intriso di etica calvinista, dove il successo economico è segno della grazia divina e il fallimento è solo una prova del carattere, una tappa necessaria verso la redenzione finanziaria.
Al contrario, l’Europa resta profondamente segnata dalla matrice cattolica e solidaristica e dalla successiva secolarizzazione socialista prima e socialdemocratica poi, dove l’accumulo di ricchezze è guardato con sospetto se non è accompagnato da una funzione sociale.
Questa visione ha generato il welfare state europeo, un miracolo di protezione sociale che garantisce sanità universale, istruzione e ammortizzatori sociali, ma questo paracadute non è gratuito. Esso richiede un apparato fiscale capillare e onnipresente che, se da un lato tutela la dignità, dall’altro crea un sistema spesso soffocante.
Negli Stati Uniti, l’assenza di questo welfare è una scelta brutale e distruttiva su un piano sociale, ma funzionale all’agilità: lo Stato non protegge, ma non ostacola. Almeno così è stato per decenni, mentre recentemente è entrato a sostegno di aziende come Intel o ha favorito l’ascesa di gruppi come Alphabet, non intralciandone la posizione evidentemente monopolistica.
Questo atteggiamento differente si riflette direttamente sulla capacità di osare. L’Europa appare oggi come un gigante incatenato alle proprie virtù: la nostra predisposizione a creare regole, nata per evitare il ritorno dei fantasmi del Novecento, si è trasformata in un eccesso burocratico che frena l’iniziativa e ha reso difficile l’innovazione.
Siamo diventati i primi al mondo nel normare l’Intelligenza Artificiale, la privacy, le emissioni e i mercati digitali, ma non siamo capaci di produrre le tecnologie che normiamo.
Mario Draghi ha recentemente sottolineato questo stallo, avvertendo che l’iper-regolamentazione è una gabbia: “Mentre l’America innova, l’Europa norma l’innovazione altrui”.
Esiste una profonda e drammatica assenza di innovazione nel capitalismo europeo contemporaneo: i capitali fuggono conseguentemente verso mercati più elastici e le nostre imprese migliori spesso preferiscono andare oltreoceano per sfuggire al labirinto regolatorio del Vecchio Continente.
Questa stasi non è solo economica, ma culturale. Mentre la predisposizione USA all’estrema agilità permette di distruggere e ricostruire interi settori industriali in un decennio, l’Europa procede per compromessi e avanzamenti minimi, rischiando di diventare un museo a cielo aperto: perfetto nelle regole, ma morto nell’iniziativa.
Se l’Europa soffre di questa asfissia burocratica, gli Stati Uniti stanno però affrontando quel “pericolo” prefigurato con lucidità da Heidegger: la trasformazione del mondo in una riserva manipolabile attraverso la tecnica, che oggi prende la forma di un’oligarchia tecnocratica.
Nelle mani di pochi individui — i padroni degli algoritmi e delle piattaforme — si sta accentrando un potere economico di tale portata da trasformarsi inevitabilmente in potere politico non elettivo, capace di influenzare le agende legislative al di fuori dei circuiti democratici.
Non siamo più di fronte al capitalismo industriale del secolo scorso, ma a una forma di neo-feudalesimo tecnologico, dove il rischio monopolistico è realtà: pochi colossi decidono cosa dobbiamo comprare, cosa dobbiamo leggere e, in ultima analisi, cosa dobbiamo pensare.
Questa concentrazione ha portato, tra l’altro, a una crescita dell’erosione della ricchezza della middle class, riducendo il “sogno americano” a un gioco a somma zero. Come sottolineato dall’economista Joseph Stiglitz, la disuguaglianza non è un destino, ma una scelta politica che canalizza la ricchezza verso l’alto, svuotando il centro della società.
Questa crisi della classe media americana trova un’eco distorta nelle frammentazioni interne del mercato europeo, dove le diverse realtà nazionali faticano a trovare una sintesi comune, un’armonia degna di un mercato unico.
Il confronto sul costo del lavoro tra Italia e Polonia è emblematico: l’Italia rappresenta il paradigma della sofferenza del sistema europeo, con un cuneo fiscale altissimo che penalizza sia imprese sia lavoratori in un contesto di bassa produttività.
Dall’altra parte, la Polonia ha saputo sfruttare una maggiore flessibilità per diventare il nuovo hub manifatturiero del continente, attirando produzioni che fuggono dal Mediterraneo.
Questa divergenza mette in luce l’assenza di un’unione fiscale e trasforma il mercato comune in un campo di battaglia, dove la competizione al ribasso rischia di distruggere quel modello di benessere che l’Europa aveva promesso di difendere.
Eppure, nonostante l’eccesso di regole e la mancanza di campioni tecnologici, questa Europa tanto disprezzata resta probabilmente l’ultimo rilevante baluardo all’estinzione della democrazia parlamentare per come l’abbiamo intesa dal secondo dopoguerra. Non è poco.
Se il modello americano sta scivolando verso un’oligarchia tecnocratica che cancella la classe media e accentra il potere nelle mani di pochi monopolisti, il compito dell’Europa è trovare una terza via.
La sfida è recuperare l’agilità perduta senza sacrificare l’anima del suo welfare e l’eredità ideale di quegli “imprenditori di comunità” come Olivetti.
L’Europa è un progetto costitutivamente incompiuto, un’utopia che deve fare i conti con un mondo accelerato e feroce.
Non è ancora detta l’ultima parola, ma il momento è critico e, come ammoniva Altiero Spinelli, la malattia che porta al totalitarismo — o a un nuovo autoritarismo economico — si nutre della nostra rinuncia a difendere lo spazio della libertà collettiva e della dignità individuale.
In memoria dell’amico Pietro Iotti, recentemente scomparso, amministratore delegato di Sabaf S.p.A., a cui sono debitore per le discussioni appassionanti avute con lui negli ultimi anni su questi temi, oltre che per i bei ricordi di quando eravamo ragazzi.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
