

Negli ultimi episodi di cronaca che coinvolgono adolescenti, la violenza non appare più come un fatto isolato, ma come il prodotto di ecosistemi digitali che offrono identità, appartenenza e visibilità. Il nodo non è solo l’accesso ai social, ma il vuoto che quei luoghi riescono a riempire.
C’è un filo che lega i fatti di cronaca delle ultime settimane in Italia, e non è solo la violenza. È il luogo dove quella violenza viene coltivata, condivisa, trasmessa.
Un tredicenne che accoltella la sua professoressa riprendendo tutto in diretta su Telegram. Un diciassettenne arrestato mentre pianificava una strage scolastica, dopo essersi radicalizzato in gruppi neonazisti sulla stessa piattaforma. Un quindicenne di Bolzano fermato prima di compiere un attentato, coinvolto in una rete internazionale che operava su Discord.
E poi, più in generale, i sessantadue arresti per terrorismo jihadista registrati in Italia nel 2024, quasi il doppio dell’anno precedente, con una presenza crescente di adolescenti radicalizzati attraverso quello che gli esperti chiamano ormai “TikTok jihad”.
Sono episodi diversi tra loro, ma condividono un meccanismo. I social media non sono più soltanto il luogo dove i giovani comunicano. Nel tempo sono diventati il teatro dove la rabbia si trasforma in progetto, dove l’isolamento trova una comunità, dove la violenza diventa performance identitaria. E questo cambia radicalmente i termini della questione.
Per capire cosa sta succedendo, bisogna partire da un dato che il rapporto “Dis(armati)” di Save the Children ha messo in evidenza: le dinamiche dei gruppi giovanili sono cambiate.
Non si tratta più delle baby gang strutturate di qualche anno fa, ma di aggregazioni temporanee e fluide che nascono e si organizzano attraverso i social media. E in questo contesto la violenza assume una funzione nuova.
Diventa un modo per affermare la propria identità, per ottenere visibilità, per conquistare un posto all’interno di una comunità virtuale che offre quello che spesso manca nella vita reale: riconoscimento, appartenenza, scopo.
Lo schermo, in questo meccanismo, gioca un ruolo duplice. Da una parte filtra la realtà delle conseguenze, quella che si vedrebbe negli occhi di una vittima. Dall’altra amplifica il senso di appartenenza al gruppo, trasformando l’atto violento in uno spettacolo che genera reazioni, commenti, like.
Il 13,4% dei ragazzi intervistati da Save the Children dichiara di aver assistito a scene di violenza che venivano filmate. Non è un dato marginale: è il segno di una normalizzazione in corso.
Sarebbe però un errore pensare che il problema riguardi solo Telegram. Certo, Telegram ha caratteristiche che la rendono particolarmente attraente per chi vuole sfuggire ai controlli: gruppi fino a duecentomila membri, canali senza limiti di iscritti, una moderazione praticamente inesistente con trenta ingegneri per oltre un miliardo di utenti. Ma il fenomeno è più ampio.
Secondo un’analisi dell’ITSTIME, l’86% degli arrestati per estremismo in Italia tra gennaio 2024 e luglio 2025 aveva una presenza attiva online. E le piattaforme utilizzate non erano solo Telegram, ma anche TikTok, Discord, Instagram.
Il meccanismo funziona così: TikTok e Instagram servono per la propaganda, per raggiungere un pubblico più ampio con video brevi e messaggi confezionati dagli algoritmi. Discord e Telegram servono per la fase successiva, quella in cui la radicalizzazione si approfondisce in ambienti più chiusi e difficili da monitorare.
Il caso del quindicenne di Bolzano è emblematico: era in contatto con la rete “764”, nata proprio su Discord durante la pandemia, che il Dipartimento di Giustizia americano ha definito nel 2025 una “minaccia terroristica di primo livello”. Quel ragazzo si era “autoindottrinato” sul web, come ha dichiarato lui stesso, e stava pianificando un attentato durante quella che il gruppo chiamava la “Settimana del terrore”.
Di fronte a questo scenario, cosa fanno le istituzioni?
In Italia, il dibattito si è concentrato sull’età minima di accesso ai social. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha più volte ribadito la necessità di vietare i social ai minori di quindici anni, e un disegno di legge bipartisan è in discussione al Senato dal 2024. Ma il percorso legislativo è bloccato, in particolare per le difficoltà tecniche legate all’introduzione di sistemi efficaci di verifica dell’età.
Altri Paesi si sono mossi più rapidamente.
L’Australia ha introdotto nel dicembre 2025 un divieto assoluto di accesso ai social per i minori di sedici anni, con sanzioni fino a 49,5 milioni di dollari australiani per le piattaforme che non verificano l’età degli utenti. La Francia, a gennaio 2026, ha approvato un disegno di legge che impone il divieto totale per i minori di quindici anni. L’Unione Europea, dal canto suo, ha approvato una risoluzione non vincolante che invita a fissare a sedici anni la soglia minima, ma lascia libertà agli Stati membri.
E poi c’è il paradosso di Telegram. Nonostante si stimino almeno cinquanta milioni di utenti attivi mensili nell’UE, la piattaforma non è classificata come Very Large Online Platform ai sensi del Digital Services Act.
Di conseguenza, sfugge agli obblighi più stringenti di trasparenza, valutazione dei rischi e moderazione rafforzata. WhatsApp, che compete nello stesso spazio, è già stata designata. Due piattaforme con regole completamente diverse.
Ma il problema vero, quello che nessun divieto potrà risolvere da solo, riguarda il perché.
Perché ragazzi di tredici, quattordici, quindici anni cercano comunità online dove coltivare l’odio? Perché trovano nei gruppi estremisti quello che non trovano altrove?
Il rapporto di Save the Children parla di “fragilità emotive, solitudine e vuoti educativi e relazionali”. L’assessore regionale umbro Fabio Barcaioli, commentando l’arresto del diciassettenne di Perugia, ha dichiarato: “La diffusione di contenuti neonazisti e suprematisti tra i giovani si sviluppa nella solitudine e in spazi digitali chiusi, dove l’odio viene normalizzato e la violenza esaltata. Il contrasto esclusivamente punitivo non può risolvere il problema”.
I dati confermano questa lettura.
Secondo il Rapporto Istat 2025, il 68% dei ragazzi dichiara di aver subito episodi di bullismo o cyberbullismo. Per due giovani su tre, il web è percepito come il luogo più a rischio, più della scuola o della strada. E una meta-analisi del 2026 su 153 studi longitudinali collega l’uso dei social a più depressione, più problemi comportamentali, più autolesionismo.
Non è un caso che il Ministero dell’Istruzione abbia stanziato venti milioni di euro per una campagna di aiuto psicologico, con cinque sedute gratuite per i ragazzi che ne hanno bisogno.
Il punto, però, è che non basta. Non basta vietare l’accesso ai social sotto una certa età, se poi i sistemi di verifica restano aggirabili. Non basta aumentare la moderazione su una piattaforma, se i contenuti migrano su un’altra. Non basta stanziare fondi per il supporto psicologico, se le cause del disagio restano intatte.
Quello che serve è un cambio di prospettiva: smettere di trattare i social come strumenti neutri e iniziare a vederli per quello che sono diventati, cioè ambienti che modellano comportamenti, che amplificano fragilità, che offrono a chi è in cerca di identità risposte che la società non riesce a dare.
Le piattaforme hanno responsabilità precise, e devono essere chiamate a rispondere. Ma la responsabilità non può fermarsi lì.
Riguarda le famiglie, le scuole, i servizi territoriali, le comunità educanti.
Riguarda la capacità di intercettare il disagio prima che sfoci in violenza, di offrire alternative, di creare relazioni solide.
Perché il problema non è lo schermo in sé. Il problema è cosa succede quando lo schermo diventa l’unico spazio dove un adolescente si sente visto, ascoltato, riconosciuto. È lì che bisogna intervenire. E bisogna farlo adesso.
I link di Franz Russo
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Anche questa è una conseguenza (anche) della messa in pensione della religione, con tutto ciò che la pratica della religione includeva, come oratori, patronati e altre istituzioni che aggregavano ragazzi e giovani con attività e interessi vari. In aggiunta alla progressiva dissoluzione della famiglia e all’annullamento della disciplina e dei doveri nella scuola.