

Ingabbiato nello stretto spazio di una rubrica a tema, questa volta sosterrò una tesi che mi renderà immediatamente sospetto: il miglior stile è non averlo. Lo dico dopo una vita passata a osservarlo, celebrarlo, talvolta subirlo. È il classico paradosso — ma nemmeno tanto — di chi ha vissuto tanto e visto troppo.
Ho già chiarito in passato che “stile” deriva dal latino stylus, lo strumento con cui si scriveva. Era il mezzo con cui si lasciava un segno. Per molto tempo lo abbiamo scambiato per il supremo strumento di comunicazione di sé stessi e delle opere d’ingegno, mentre oggi è spesso più rumore che sostanza.
La mia prima, forte picconata incide sulle convinzioni correnti: in realtà ciò che chiamiamo stile autentico non nasce dall’aggiunta, ma dalla sottrazione. Rinuncia al segno riconoscibile, alla firma evidente, al coordinamento ostentato. In questo senso rinunciare allo stile come feticcio significa aver superato lo stadio infantile del travestimento: è ciò che resta quando smetti di pensare di dover dimostrare.
Coco Chanel diceva che l’eleganza è togliere, non aggiungere. Ma se si porta l’affermazione un passo oltre, si scopre che quando non c’è più nulla da togliere scompare anche lo stile come categoria. Al suo posto resta qualcosa di meno decorativo e più impegnativo: una postura.
Ogni stile riconoscibile diventa rapidamente una prigione: ti obbliga a confermarti, a ripeterti, a essere fedele a un’immagine. La postura, invece, non chiede coerenza estetica ma responsabilità. Non si esibisce: si mantiene.
La scelta dello stilista belga Martin Margiela è un caso limite: anonimato, assenza di volto, rifiuto della firma. Non uno stile alternativo, ma la sua cancellazione. Una postura radicale.
Oggi il vero lusso è non essere leggibili. Non appartenere a una tribù visiva, non dichiararsi. In un mondo saturo di codici, la sottrazione diventa un privilegio.
In questo senso, l’assenza di stile è prerogativa di chi non ha bisogno di essere riconosciuto. È una buona traduzione di un’idea di Roland Barthes: il segno più forte è quello che smette di farsi notare come segno.
Anche nel mondo degli archistar esistono dei riduttori.
Tadao Ando, che lavora da tutta la vita per ridurre l’architettura a luce, spazio, silenzio.
Lacaton & Vassal, vincitori del premio Pritzker, costruendo edifici che sembrano non voler “dire” nulla.
John Pawson, il cui linguaggio è talmente rarefatto da coincidere con l’assenza.
Del resto ogni corrente stilistica si esaurisce nel degrado e nel birignao: dal barocco al rococò, dal razionalismo italiano alle periferie di Roma, dalla commedia all’italiana ai cinepanettoni, dal rock al rap.
In un mondo griffato, oberato dai rumori di fondo, potrebbe essere rassicurante immaginarsi come Phantom che si aggira furtivo e indisturbato, celando il suo costume sotto un cappotto qualunque, un cappello a tesa abbassata e occhiali scuri.
Oppure come l’anonimo e impacciato Clark Kent, sotto le cui spoglie si nasconde Superman.
Essere veramente se stessi significa fuggire dall’omologazione, che è faticosa e costosa da raggiungere. La spasmodica ricerca di stile ha finito per produrre soprattutto imitazione.
Tutto finisce per assomigliarsi: le città, i palazzi, le auto, la gente per strada; la merce nelle vetrine, il cibo nei ristoranti; perfino i libri nelle librerie, gli articoli dei giornali, i discorsi dei politici in televisione.
Per difendersi da tutto questo, forse non resta che rinunciare agli stili per lo più imposti e fare da soli o, più semplicemente, diventare un fu Mattia Pascal.
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Sono andata a cercare in google questo Martin Margiela e ho guardato le sue creazioni: ho trovato cose vistosissime, orrende, pacchiane. Secondo me più che un rifiuto della firma, è che proprio si vergogna a firmare quegli obbrobri.