
Ogni tanto mi capita di sfogliare un prezioso volumetto di Cesare Garboli, “Ricordi tristi e civili” (Einaudi, 2001). È uno di quelli in bella mostra sulla mia scrivania, perché non dimostra la sua età. Nei giorni scorsi ne ho riletto un capitolo, intitolato “Il paese dei vicereami”. Quattro pagine in cui il grande critico letterario commenta un fondo di Eugenio Scalfari dedicato alla partitocrazia, pubblicato nell’estate del 1986. La separazione tra paese reale e rappresentanza politica, di cui parlava il direttore della Repubblica nel suo editoriale, viene contestata da Ciriaco De Mita.
Nella replica apparsa sullo stesso giornale un paio di settimane dopo, l’allora segretario della Dc rovescia la vecchia tesi togliattiana secondo la quale la società civile è migliore della classe politica che la rappresenta. Questo pilastro ideologico della sinistra italiana, secondo De Mita, è un vecchio e falso luogo comune, inventato da chi è solo capace di opporsi pregiudizialmente. Se per Scalfari il paese era inquinato da una burocrazia politica soffocante, per De Mita la sua governabilità era compromessa dalla resistenza passiva, dalla presunzione intellettuale e dal menefreghismo dei cittadini.
Il dissenso tra i due, osserva acutamente Garboli, era più immaginario che reale. Perché l’Italia “è un vicereame”, e quindi entrambe le tesi possono agevolmente coesistere. Il vicereame è il modello di governo e di potere a cui gli italiani sono più abituati e quello che più prediligono. Chi conosce un po’ la nostra storia sa che “da Vienna, da Madrid, da Roma, da Torino, gli ordini partivano senza mai violare, mai disturbare il diritto al nostro ‘particolare’, a condizione che questo ‘particolare’ si tenesse ben confinato nel suo recinto, sempre al di qua della soglia dove la vita politica diventa un progetto di trasformazione ordinata e coerente”.
Eravamo e siamo, insomma, una provincia. Una provincia di evasori, di furbi, di mendaci, di baciapile, ma prospero, allegro, vitale, creativo, secondo il più quotato dei qualunquismi nostrani. Una provincia -prosegue- gremita di vicerè, “questi maggiordomi di tutti i re e di nessuno, la gobba e le spalle incurvate, chini sotto il peso ingrato e immane di simulare un governo, di combinare un porto franco con una parvenza di Stato?”. Quello che è veramente cambiato -conclude- dai tempi di Goethe, di Stendal, di Michelet, dal tempo dei viaggiatori affascinati o incuriositi, è che il nostro “particolare”, che allora “ci era concesso di frodo, chiudendo un occhio, ci viene oggi raccomandato e prescritto come l’obiettivo stesso della vita nazionale”.
Scritte quasi quarant’anni fa, queste sconsolate riflessioni sembrano scritte oggi. Sono ovviamente diversi gli attori e la regia, ma la commedia e il teatro in cui va in scena sono gli stessi.
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