
La politica interna italiana sembra essere in procinto di entrare in un periodo di fibrillazione, messa in movimento da un momento storico farraginoso, dominato da una variabile impazzita che ha nome e cognome e che sta terremotando uno status quo durato oltre ottant’anni, oggi con tutta evidenza in fase di disgregazione.
In questo frangente la politica estera si sta imponendo come un macigno dirimente, destinato a scompaginare gli attuali equilibri tra maggioranza e opposizione.
Negli anni della Prima Repubblica il PCI fu tenuto fuori da alleanze e governi soprattutto in ragione della collocazione internazionale dell’Italia, del suo ancoraggio al campo occidentale e atlantico e dei vincoli che ne derivavano sul piano delle alleanze.
In continuità con tale impostazione, né Berlusconi né Prodi, né i governi successivi variamente composti, hanno mai realmente messo in discussione questo vincolo, pur con qualche furbizia terzomondista funzionale agli interessi italiani nel Mediterraneo.
Del resto, anche dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Italia resta al secondo posto in Europa per numero di basi militari statunitensi, dopo la Germania e prima del Regno Unito, superata a livello globale solo da Giappone e Corea del Sud.
Il governo guidato da Giorgia Meloni ha finora navigato con una certa accortezza, barcamenandosi tra Unione Europea e Donald Trump. Tuttavia l’improvvisa accelerazione dell’affaire Groenlandia si sta rivelando uno tsunami politico che ha colto di sorpresa l’area sovranista pro Trump, anti UE e filo-putiniana.
A rendere il quadro ancora più critico concorre un elemento strutturale spesso sottovalutato nel dibattito interno: la messa in discussione del primato del dollaro come valuta di riferimento globale. Un suo indebolimento avrebbe effetti potenzialmente drammatici per un Paese fortemente indebitato come l’Italia, la cui stabilità finanziaria dipende in larga misura dagli equilibri monetari internazionali.
In questo contesto, ogni ambiguità di collocazione geopolitica rischia di tradursi rapidamente in costi economici e sociali elevatissimi, perché gli stakeholder internazionali badano al sodo.
Meloni ha perseguito sin qui una linea centrista in economia, di impronta draghiana, europeista e atlantista sul piano internazionale, ma deve continuare a parlare al mondo dei patrioti per non perdere una quota rilevante del proprio elettorato d’elezione.
Per questo si trova alle prese con un Matteo Salvini e con Roberto Vannacci sempre più appiattiti sulle posizioni trumpiane, sostanzialmente convergenti con quelle di Giuseppe Conte, un problema non marginale anche per Elly Schlein.
A complicare ulteriormente il quadro si è aggiunta la questione del board per Gaza, progettato al di fuori di ogni regola del diritto internazionale e corredato dall’inaudita clausola di un ticket di adesione da un miliardo di dollari. Un’iniziativa che ha imposto alla presidente del Consiglio di rimanerne fuori, anche in ragione dei vincoli posti dall’articolo 11 della Costituzione.
Superato lo scoglio del referendum, che i sondaggi tendono a dare favorevole al Sì, la politica nazionale entrerà nella lunga corsa verso le elezioni politiche del 2027, con questo governo ancora in sella, salvo ulteriori e imprevedibili peggioramenti dello scenario internazionale.
Meloni da una parte e Schlein dall’altra condividono dunque il problema degli alleati.
Le questioni di politica interna, sociale ed economica appaiono in linea di principio risolvibili mediante compromessi; la politica estera, invece, rischia di diventare il vero detonatore capace di far esplodere assetti finora considerati precostituiti.
Alcuni segnali sotterranei lasciano immaginare che Meloni possa valutare l’ipotesi di sostituire Salvini con Carlo Calenda, o quantomeno di coinvolgerlo per riequilibrare la coalizione senza una rottura formale con la Lega.
Ipotesi complessa, anche perché il leader di Azione ha dichiarato con fermezza che non parteciperà mai ad alleanze con forze filo-putiniane, posizione che vale anche nei confronti di Conte.
I numeri, del resto, non aiutano le operazioni di ingegneria politica: la Lega vale oggi qualche decimale più dell’8 per cento, Azione forse il 3, mentre Fratelli d’Italia si attesta intorno al 30 per cento, un dato da vecchia Democrazia Cristiana.
Difficile immaginare una crescita ulteriore di cinque punti, anche considerando il prevedibile incremento di Forza Italia, sostenuta attivamente dalla famiglia Berlusconi.
A sinistra la situazione appare, se possibile, ancora più controversa. L’attuale linea massimalista del Partito Democratico a guida Schlein lo ha riportato verso una configurazione da vecchio PCI, con forte sofferenza dell’ala riformista.
Quest’ultima probabilmente eviterà una scissione più per garantirsi seggi parlamentari che per convinzione politica.
Il quadro resta comunque molto complesso: gli alleati del cosiddetto campo largo, sommati, sfiorano il 20 per cento, avvicinandosi al 23 attribuito al PD, e sono quindi in grado di esercitare un condizionamento significativo, come già avviene oggi, anche alla luce delle ambizioni di Conte.
Quanto a Matteo Renzi, assicuratasi per sé e per alcuni dei suoi una presenza parlamentare, non è affatto scontato che nel dopo elezioni resti stabilmente nella coalizione.
Tutto ciò rende meno fantasiosa l’ipotesi di colloqui riservati tra gli sherpa dei due schieramenti per studiare una nuova legge elettorale con una quota significativa di proporzionale.
I vantaggi sarebbero evidenti per molti: recuperare parte dell’astensione, spostare la costruzione delle alleanze a risultati acquisiti, ridare spazio ai piccoli partiti. Il prezzo da pagare sarebbe quello di compromessi più complessi e di una maggiore ricattabilità politica.
A questo possibile assetto si oppone però la volontà dell’attuale maggioranza di imporre il premierato o, quantomeno, l’indicazione sulla scheda elettorale del capo della coalizione destinato a Palazzo Chigi.
Una scelta che comporterebbe una compressione evidente delle prerogative del Presidente della Repubblica previste dalla Costituzione, soprattutto se il tutto fosse integrato dalla cosiddetta sfiducia costruttiva.
Fortunatamente, almeno su questo ultimo aspetto, i tempi parlamentari appaiono stretti e difficilmente si arriverà a dama prima della fine della legislatura.
Come andrà a finire è difficile dirlo. Le variabili sono molteplici, il quadro resta aperto, ma una cosa appare certa: il futuro politico italiano sarà profondamente condizionato da ciò che accadrà fuori dai nostri confini.

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