

Il mantra è sempre lo stesso: “non si esporta la democrazia”, “non basta ammazzare un dittatore per abbattere un regime”, “e l’Iraq, e la Libia…” Non che questi mantra non contengano delle verità: la storia ha dimostrato che la democrazia non si esporta, che per ogni dittatore eliminato ne spuntano altri, e non si può affermare che Iraq e Libia siano state campagne di successo.
Il problema non è la verità che attestano ma l’uso che se ne fa: i mantra vengono branditi come se eliminare un dittatore sanguinario sia sbagliato in sé, come se il fallimento sia già scritto nell’azione. Mantra che si nutrono di constatazioni reali per decretare l’inutilità di qualsiasi intervento, e così giustificando qualsiasi dittatura perché… “tanto eliminare i dittatori non serve”.
Più utile, allora, mettere da parte le formule e porre una domanda diversa: Qual è la struttura della Repubblica Islamica, e cosa distingue questo caso da tutti i precedenti?
Capire l’Iran è la base per evitare di ripetere il caos della Libia e dell’Iraq.
L’Iran
L’Iran è un paese di oltre 90 milioni di abitanti, grande cinque volte l’Italia e con 31 province. Non è un paese omogeneo. I persiani costituiscono circa il 51% della popolazione, seguiti da azeri, gilaki e mazandarani, curdi, arabi, beluci e turkmeni. Una nazione multietnica tenuta insieme da una lingua dominante — il farsi — e poi, dal 1979, da una teologia di Stato, a dispetto di una popolazione largamente laica. Un paese giovane, istruito, arrabbiato.
C’è un elemento che distingue l’Iran dai paesi in cui il cambio di regime ha fallito: una cultura radicata. Hanno resistito agli arabi nel VII secolo, quando la conquista islamica distrusse lo zoroastrismo, bruciò le scritture, uccise gran parte dell’establishment intellettuale e la maggioranza persiana mantenne comunque la sua lingua, la sua identità.
La Repubblica Islamica è l’ultimo capitolo di questa storia. Khomeini lo capì: non appena prese il potere cercò di invertire la persianizzazione dell’era Pahlavi, arrivando al tentativo, fallito, di distruggere Persepoli. Quarantasei anni dopo, Nowruz si celebra ancora, i genitori iraniani chiamano i figli con nomi della storia persiana e la lingua farsi continua a resistere all’arabizzazione. Il progetto di rifondazione islamica dell’identità iraniana non è mai riuscito. Questo significa che il popolo ha una capacità di resistenza culturale che non ha equivalenti nella regione. È un dato che conta, quando si ragiona su cosa viene dopo.
Ma a chi appartiene, materialmente, l’Iran adesso?
Di Repubblica Islamica all’Iran è rimasto solo il nome. Quello costruito da Khamenei è il feudo di un autarca circondato da una corte di fedelissimi, dove il cittadino ha il rango di suddito. Per costruire questa transizione, Khamenei si era appellato alla Velayat-e Motlaghe faqih — la dottrina del governo assoluto che giustifica il dominio totale del clero sullo Stato fino al ritorno del Mahdi, il messia sciita. Khomeini l’aveva introdotta come strumento di governo. Khamenei l’ha ampliata fino a far derivare l’autorità del faqih direttamente da Dio e sancendo così il suo diritto “divino” a controllare la vita, la ricchezza e l’onore di ogni cittadino. Un controllo totale. E, come tutti i controlli assoluti, enormemente redditizio.
Il Sedat
Il Setad (nome completo Setad Ejraiye Farmane Hazrate Emam, Quartier Generale per l’Esecuzione degli Ordini dell’Imam) nasce nel 1989 con la missione di gestire le proprietà abbandonate nel caos post-rivoluzionario e usare i proventi per aiutare i poveri e i veterani di guerra. Doveva durare due anni. È ancora lì.
Sotto Khamenei si è trasformato in monopolio familiare, con partecipazioni in ogni settore dell’economia iraniana: finanza, petrolio, telecomunicazioni, industria farmaceutica. Nel 2013 un’inchiesta di Reuters calcolò il valore complessivo degli asset in circa 95 miliardi di dollari. Ora è probabilmente più del doppio.
Ma il punto non è l’ammontare. È la struttura. Il parlamento iraniano nel 2008 rinunciò a monitorare le organizzazioni controllate dalla Guida Suprema. Per tanto, il Setad era formalmente intestato a Khamenei, invisibile a qualsiasi controllo pubblico; una ricchezza costruita sulla confisca di proprietà appartenenti a minoranze religiose: ebrei, baha’i, cristiani, e ai dissidenti. Ora passerà alla prossima Guida Suprema o alla famiglia Khamenei? Tenete a mente questo contenzioso: ne parleremo più avanti.
I Pasdaran
Accanto al Sedat, e in parte sovrapposto, opera un secondo impero economico, quello delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Nate nel 1979 come forza paramilitare fedele a Khomeini, i Pasdaran si sono trasformati in una sovrastruttura: alcune stime sostengono che controllino circa un terzo del totale economico del paese mediante fiduciari e imprese controllate, con un fatturato superiore ai 12 miliardi di dollari.
Il braccio economico operativo è la Khatam al-Anbiya – letteralmente “Sigillo del Profeta”. Creata durante la guerra Iran-Iraq come divisione ingegneristica, è diventata il più grande appaltatore di lavori pubblici in Iran, controllando progetti da miliardi di dollari in dighe, porti, autostrade, metropolitane, oleodotti e gasdotti. In un’economia dove lo Stato è il principale committente, controllare Khatam al-Anbiya significa controllare l’economia.
Il paradosso è che le sanzioni hanno rafforzato i Pasdaran, non indeboliti, perché gestiscono reti internazionali di contrabbando petrolifero e riciclaggio. Eliminata la concorrenza del settore privato e delle aziende straniere, i Pasdaran si sono ritrovati monopolisti. Il risultato è un’economia a doppia velocità: da un lato una popolazione sempre più povera, dall’altro un’élite economico-militare-religiosa che non ha alcun interesse a stabilizzare il sistema, perché vive proprio degli squilibri.
Sommando Setad e Pasdaran, con le Bonyad — le fondazioni religiose esentasse e fuori da qualsiasi controllo — si ottiene il quadro: un sistema progettato strutturalmente per estrarre ricchezza e concentrarla nelle mani di un numero ristretto di famiglie. Il cittadino iraniano non è un suddito mal governato. È la fonte del reddito.
Insomma, quando si sentono i giovani islamo-marxisti occidentali sventolare bandiere in difesa della Repubblica Islamica, viene da sorridere a pensare che difendano un tale sistema. Un orrore che di islamico o di marxista non ha assolutamente nulla. È solo mafia. Uno stato-mafia. Una sanguisuga.
I proprietari dell’Iran
Per capire cosa si è incrinato con la morte di Khamenei, bisogna guardare non al trono ma a chi stava seduto intorno al trono. La Repubblica Islamica è governata da una costellazione di famiglie che si tengono insieme attraverso un sistema di lealtà reciproche, matrimoni strategici e spartizione di potere economico.
Al centro di questa rete, il secondo figlio di Khamenei: Mojtaba, per anni intermediario tra il padre e i vari centri della complessa architettura istituzionale iraniana.
Mojtaba controlla asset finanziari, ed è ritenuto direttamente in carica del Basij, la milizia paramilitare che reprime il dissenso. Un’indagine Bloomberg del gennaio 2026 ha ricostruito una rete finanziaria offshore collegata a Mojtaba: immobili di lusso a Londra e Dubai, interessi nel settore bancario, navale e alberghiero in Europa, strutturati attraverso intermediari e società-schermo in più giurisdizioni. Il patrimonio personale stimato supera i 3 miliardi di dollari, distribuiti tra istituti bancari negli Emirati Arabi, in Siria, in Venezuela e in diversi paesi africani, oltre a circa 300 milioni in oro e diamanti e vasti terreni nella zona di Mashhad. È come se fosse l’amministratore delegato di una holding che non compare in nessun registro.
Il suo matrimonio con la figlia di Gholam-Ali Haddad-Adel, già presidente del parlamento e figura di primo piano del conservatorismo iraniano rappresenta un’alleanza. Come lo sono tutti i matrimoni all’interno dell’establishment iraniano, in fondo.
E sì, l’avete capito, siamo in pieno feudalesimo: un sistema in cui il potere è indistinguibile dalla proprietà e le alleanze tra casate si sanciscono attraverso i matrimoni. Il Medioevo almeno era onesto sulla propria natura. Non si chiamava Repubblica.
Tra le famiglie più rilevanti, ci sono i Larijani: tre fratelli, per decenni, incardinati nel ramo esecutivo, in quello giudiziario e in quello diplomatico – una colonizzazione delle istituzioni da parte di un nucleo familiare che ha trasformato lo Stato in un patrimonio da proteggere.
Quindi, se strutturalmente, per quanto riguarda la catena di comando, il regime è stratificato e protetto contro attacchi esterni o la decapitazione dei vertici, lo è molto meno quando la posta in gioco non è una carica istituzionale o militare ma una successione di proprietà e di controllo — dove non esiste più distinzione tra Stato, potere e patrimonio familiare.
Prepararsi alla successione della carica è diverso dal prepararsi alla successione del patrimonio. Chi eredita il Setad? La famiglia o la carica? Chi eredita i contratti di Khatam al-Anbiya? I discendenti o i nuovi incaricati? Chi eredita le reti di Mojtaba? Queste domande non hanno risposta costituzionale. E sono le uniche che contano perché rappresentano la reale vulnerabilità del sistema nel momento in cui, ad uno ad uno, Israele ed USA decapitano i vertici, il punto in cui una struttura apparentemente granitica può precipitare in lotte intestine, con ogni casata che tira dalla propria parte.
Il confronto: Iraq, Libia, Russia
In Iraq Saddam Hussein fondava il proprio potere su una rete di alleanze patrono-clientelari. Rimossa la testa, quella rete non è scomparsa: si è riciclata. Vent’anni dopo, l’Iraq ancora fatica a trovare una propria stabilità. La Libia è andata peggio.
Ma qui sta l’errore di analisi: trattare tutti questi casi come variazioni dello stesso problema, quando in realtà la variabile decisiva non è il dittatore rimosso ma la struttura patrimoniale che rimane. In Iraq, Saddam aveva costruito un sistema di potere personale su base tribale, ma non aveva privatizzato l’economia dello Stato in modo sistematico intestandola a se stesso. In Libia, Gheddafi aveva le sue reti, ma il paese non aveva nulla di paragonabile alla stratificazione istituzionale del Setad e dei Pasdaran.
La Russia è il confronto più istruttivo. Putin può morire o essere rimosso domani. Ma gli oligarchi che controllano le risorse energetiche, le reti di potere economico costruite negli anni Novanta — quella struttura non dipende da Putin, piuttosto è Putin che dipende da quella struttura. Cambiare il presidente non cambia gli azionisti. Può però metterli in lotta tra loro.
L’Iran è la versione più estrema e consolidata di questo modello, perché ha avuto 46 anni per perfezionarlo, perché ha la teologia come strumento di legittimazione, e perché, a differenza della Russia, ha costruito una classe militare-economica che è allo stesso tempo esercito, polizia, intelligence e conglomerato industriale. Rimuovere Khamenei era necessario ma non sufficiente. Occorre colpire il sistema nella sua criticità: eliminare abbastanza vertici da creare un caos strutturale per quanto riguarda il patrimonio-stato.
Khamenei è morto, e adesso?
Morto Khamenei nulla è cambiato. La struttura è intatta. I Pasdaran hanno colpito basi in Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar. Hanno chiuso lo Stretto di Hormuz al transito marittimo: una minaccia evocata per decenni e mai attuata, fino ad oggi.
La domanda che bisogna porsi allora è: perché un’organizzazione che ha appena perso la sua intera catena di comando reagisce allargando il conflitto?
Ci sono varie ipotesi:
Una prima è che serva a internazionalizzare la crisi. Una guerra che si allarga crea emergenza e sospende il dissenso interno, concentra risorse nei canali militari. Per chi possiede quei canali, è un’opportunità, non una catastrofe.
Una seconda: i Pasdaran sanno che ogni missile su un paese neutrale è un invito all’escalation. Ogni escalation rafforza la narrativa secondo cui l’Iran è vittima di un’aggressione imperialista.
Una terza: in un momento in cui la successione del patrimonio è aperta, la guerra offre a ciascuna fazione una giustificazione per blindare ciò che controlla. Non si combatte per l’Iran. Si combatte per non perdere la propria quota. Il paese è il pretesto. Il patrimonio è la posta.
E qui arriviamo alla domanda cruciale: se domani i Pasdaran si sedessero a un tavolo, se un nuovo governo di stampo militare accettasse di trattare, quella struttura economica sarebbe smantellabile?
La risposta è no. Non senza una pressione che metta lo smantellamento della struttura patrimoniale come condizione non negoziabile di qualsiasi accordo. Non senza una società civile iraniana abbastanza forte da pretenderlo. E non senza che l’Occidente smetta di accontentarsi del cambio di facciata.
La guerra può distruggere un regime. Non può sciogliere un patrimonio.

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Ben detto
Una analisi ben argomentata e illuminanante .
Resterebbe da comprendere quali ragioni non abbiano portato a decidere di togliere pretesti per un attacco eliminando la motivazione o il pretesto di una minaccia per lo Stato ebraico .
Parimenti poco comprensibili le ragioni o gli interessi per promuovere o sostenere le azioni di Hezbollah nei diversi scacchieri
Infine la “minaccia ad Israele può motivare la EU a condividere o non condannare la iniziativa Israeli-americana ?
È una struttura che non può rinunciare alla facciata religiosa o verrebbe smascherata per la struttura mafiosa che è.
La distruzione di Israele è un progetto egemonico della regione. Non possono rinunciarci senza perdere il proprio impero.
Non è una struttura con cui puoi fare compromessi perché quella struttura è troppo rigida.
Perfino il velo alle donne la metteva in crisi, e non per motivi religiosi ma perché minava l’architettura di facciata.
E sono convinta che se avessero ottenuto l’atomica probabilmente l’avrebbero anche usata.
Le minacce contro Israele sono sempre sembrate reali e concrete anche attraverso le azioni dei gruppi alleati contro Israele.
Ma usare addirittura l’atomica? Le conseguenze si potrebbero supporre: gli altri non starebbero a guardare solamente e ci sarebbero ripercussioni devastanti per tutto l’Iran. E non si sa se nel caso esisterebbe ancora e rimarrebbe lo stesso con i confini di oggi.
Inoltre, anche attaccare più Paesi direttamente e non solo le basi americane potrebbe portare non solo ad un rischio di dissoluzione del potere esistente, ma persino ad uno smembramento del Paese dettato da quei nemici esterni attaccati e da fazioni o gruppi interni etnici già in contrasto col regime dominante. Non sembra un’azione intelligente, più da disperazione.
Ricordo quando, un po’ più di una trentina d’anni fa, Khamenei ha cominciato a dire ci serve l’atomica perché dobbiamo distruggere Israele: qualcuno ha fatto notare che anche Israele ha l’atomica, e nel momento in cui fosse stata in gioco la sua sopravvivenza l’avrebbe sicuramente usata; la risposta è stata: Israele è piccolo, con un paio di atomiche lo distruggiamo interamente, mentre l’Iran è enorme. Quanti potranno ammazzarne dei nostri? Dieci milioni? Trenta milioni? Siamo un miliardo e mezzo di musulmani: è una perdita che possiamo permetterci di sostenere. Fra USA e URSS il gioco della deterrenza ha sempre funzionato perché, benché una fosse una democrazia e l’altra no, erano comunque due regimi razionali, ma quando il motore non è la ragione bensì l’ideologia, non ci sono calcoli che tengano, non ci sono perdite che tengano. Tanto più che fra i trenta milioni di possibili morti, sicuramente non ci sarebbero stati quelli che tengono le leve del comando, sicuramente provvisti di bunker antiatomici – e il conto che fanno della vita dei propri sudditi non abbiamo bisogno di usare la fantasia per averne un’idea. Non c’è il minimo dubbio che se fossero arrivati ad avere l’atomica l’avrebbero usata.