
Una pace duratura può nascere solo da una convergenza economica e dal contenimento delle potenze regionali
Negli anni passati ho scritto un articolo in cui sostenevo che l’unica via per contenere le ambizioni delle potenze regionali in Medio Oriente fosse la creazione di un meccanismo simile alla Comunità Economica Europea (CEE):
un modello capace di riunire in una cornice politico-economica comune i paesi chiave della regione? come Iran, Turchia, Arabia Saudita ed Egitto, con l’obiettivo di limitare le ambizioni politiche e militari di ciascuno.
Questo modello dovrebbe ispirarsi al percorso intrapreso dall’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Francia, Germania, Italia e Regno Unito furono progressivamente integrati in un’unione economica e politica che pose fine a secoli di guerre sanguinose e di rivalità distruttive sul continente.
La logica alla base di questa proposta è semplice, ma profondamente radicata: le potenze regionali, spinte dalla struttura delle loro economie e dai bisogni legati alla crescita, tendono inevitabilmente a espandere la propria sfera di influenza e, in molti casi, il proprio territorio.
In assenza di un quadro istituzionale che gestisca questa competizione, tale dinamica conduce inevitabilmente allo scontro diretto e alla guerra.
È lo stesso schema che l’Europa ha conosciuto per secoli, fino a quando la nascita della CEE – e in seguito dell’Unione Europea – ha reso la guerra non solo moralmente inaccettabile, ma anche economicamente e politicamente troppo costosa.
Nel primo articolo sostenevo che la forma di governo o l’ideologia dominante – che si tratti di repubblica, monarchia o regime teocratico – abbia un impatto marginale su questa dinamica di fondo.
Le ideologie, infatti, funzionano per lo più come un velo narrativo che maschera le vere motivazioni dei conflitti.
Le guerre che oggi insanguinano il Medio Oriente e che spesso assumono una veste religiosa non sono altro che conflitti geopolitici per il controllo di risorse, mercati e aree strategiche, esattamente come avvenne in Europa durante i secoli di rivalità tra imperi e Stati-nazione.
In altre parole, le guerre di religione in Medio Oriente sono soprattutto una “narrativa”, uno strumento per mobilitare le masse e legittimare le ambizioni geopolitiche delle élite politiche.
Dietro questa facciata, opera una fredda logica di economia politica: ogni potenza regionale, per garantire la propria sopravvivenza e sostenere la crescita economica, deve accedere a nuove risorse e mercati, un processo che porta inevitabilmente al conflitto.
Se l’obiettivo è dunque porre fine al ciclo infinito di guerre e instabilità che caratterizza il Medio Oriente, non possiamo affidarci unicamente al cambio di regime o alla riforma ideologica.
Ciò che serve è un quadro istituzionale comune, simile a quello europeo, in grado di creare interessi economici condivisi e meccanismi di risoluzione pacifica dei conflitti.
Solo attraverso questo approccio sarà possibile trasformare la guerra da strumento naturale della politica a opzione troppo costosa e rischiosa.
L’Iran nel cuore delle dinamiche geopolitiche
Oggi è cruciale analizzare il ruolo dell’Iran nelle dinamiche di potere regionali.
La competizione iraniana per l’egemonia non è frutto esclusivo di un progetto ideologico né dipende unicamente dalla natura del regime al potere.
È piuttosto il risultato strutturale della posizione geografica del paese, delle sue risorse naturali, della sua popolazione e della sua funzione come crocevia dei principali corridoi di transito energetici e commerciali.
Interpretare i conflitti attuali come uno scontro religioso tra “ebraismo e islam” o come “guerra tra sciiti e sunniti” è riduttivo e fuorviante: religione e ideologia sono principalmente strumenti, non cause.
Questo approccio può essere riassunto nel concetto di “Instrumental Religion”, ossia la religione intesa come strumento politico.
Storicamente, in Medio Oriente la religione è stata utilizzata dalle potenze regionali e globali per consolidare il proprio potere e manipolare la scena politica.
Dall’epoca dei Safavidi fino ai giorni nostri, la religione ha funzionato come carburante per la macchina della competizione geopolitica.
Nuove variabili: Israele e i corridoi di transito
Negli ultimi anni, nuovi fattori hanno reso la competizione ancora più complessa.
Tra questi, due elementi si distinguono:
- Il potere militare di Israele, che agisce come attore indipendente e come partner strategico degli Stati Uniti.
- Il “Corridoio Sud”, una rete di infrastrutture che collega Medio Oriente, Eurasia, Europa e Africa.
Questi corridoi hanno un valore economico enorme, ma rappresentano anche un strumento geopolitico di primo piano: chi li controlla acquisisce un vantaggio strategico in termini di commercio, sicurezza e influenza politica.
L’Iran, situato nel cuore di queste rotte, è inevitabilmente al centro della competizione tra potenze regionali e globali.
Questo accresce la pressione su Teheran e rende ancora più urgente la sua corsa verso un ruolo egemonico.
Strategie per contenere l’Iran
I rivali dell’Iran utilizzano diverse strategie per limitarne l’influenza:
- Contenimento geopolitico: creazione di alleanze regionali mirate all’isolamento di Teheran.
- Pressione economica: sanzioni finanziarie e tecnologiche volte a indebolire le capacità economiche e militari iraniane.
- Frammentazione interna: sostegno a movimenti separatisti ed etnici per minare la stabilità interna del paese.
Questi strumenti mirano a ridurre la capacità dell’Iran di agire come potenza centrale nella regione e a prevenire la formazione di un blocco economico-politico sotto la sua guida.
La lezione storica: religione come maschera del potere
L’uso politico della religione in Medio Oriente ha radici profonde:
- Epoca Safavide (1501–1736)
I Safavidi adottarono il sciismo come ideologia di Stato per consolidare il proprio potere. La rivalità con l’Impero Ottomano, ufficialmente basata su differenze religiose tra sciiti e sunniti, era in realtà una lotta per il controllo delle rotte commerciali , come la Via della Seta e dei territori strategici nel Caucaso e in Mesopotamia.
- Epoca Qajar e l’ingerenza coloniale
Nel XIX secolo, potenze come Russia e Gran Bretagna utilizzarono la religione come pretesto per espandere la propria influenza.
La Russia si presentava come protettrice dei cristiani ortodossi nel Caucaso.
La Gran Bretagna, invocando la difesa delle minoranze cristiane ed ebraiche, ottenne concessioni su infrastrutture cruciali come ferrovie e petrolio nel sud dell’Iran.
- Età contemporanea: Pahlavi e Repubblica Islamica
Anche l’Iran secolare dei Pahlavi utilizzava la rete sciita in Libano e Iraq per aumentare la propria influenza.
Arabia Saudita ed Egitto hanno sfruttato le reti sunnite per opporsi all’Iran.
Israele ha costruito la propria narrativa come “rifugio del popolo ebraico” per rafforzare la propria legittimità internazionale.
Questi esempi dimostrano che la religione non è mai stata la vera causa dei conflitti, ma uno strumento narrativo al servizio degli interessi geopolitici.
Iran: logica strutturale della competizione
Tre fattori spiegano perché l’Iran, indipendentemente dal regime politico al potere, si troverà sempre coinvolto nella competizione per l’egemonia:
- Posizione geografica strategica
L’Iran si trova al crocevia tra Asia Centrale, Golfo Persico e Mediterraneo orientale.
Questa collocazione lo rende vitale per i flussi di energia e commercio globale. - Risorse naturali
Secondo riserve mondiali di gas naturale e quarte di petrolio.
Queste risorse costituiscono sia una fonte di ricchezza sia un’arma geopolitica. - Capacità demografica e culturale
Con circa 90 milioni di abitanti e una storia millenaria, l’Iran possiede un capitale umano e culturale che lo rende una potenza naturale nella regione.
In conclusione, la religione fornisce una narrativa utile a mobilitare le masse, ma la radice dei conflitti resta economico-strategica. E, con l’emergere di fattori come il Corridoio Sud, la competizione diventerà sempre più intensa e destabilizzante.
Per garantire la stabilità regionale, è necessario tornare all’idea originaria di una struttura simile alla CEE, capace di integrare economicamente le principali potenze mediorientali.
Senza questa architettura, qualsiasi cambiamento politico interno “dalla caduta di regimi alla riforma ideologica” non farà che sostituire i giocatori senza cambiare le regole del gioco.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Un progetto davvero molto interessante, magari come step avanzato del Piano Mattei che è in corso d’opera….