


L’Iran consuma risorse fuori dai propri confini mentre dentro il paese si aggravano crisi strutturali: acqua, infrastrutture, commercio e connessione digitale raccontano il costo interno di una strategia regionale sempre più onerosa.
Le crisi dell’Iran, dalle risorse idriche al commercio estero
Nel corso degli anni, il regime iraniano ha indirizzato le proprie risorse principalmente nel fomentare disordini in Medio Oriente tramite i suoi proxy, sottraendole alla risoluzione dei problemi che affliggono la propria popolazione.
Ciò è particolarmente evidente per quanto riguarda la crisi delle risorse idriche in Iran, un problema di lungo periodo che però il regime non ha mai affrontato sul serio.
Carenza d’acqua
Sulla questione ha fatto luce una recente analisi dell’emittente “Iran International”, fondata da dissidenti iraniani nel Regno Unito.
Secondo l’analisi, laghi di una certa importanza come quello di Urmia si sono drasticamente ridotti di volume. Le acque provenienti dalle falde sotterranee si sono esaurite in più della metà delle pianure del paese, e la disponibilità pro capite d’acqua è scesa sotto i 1.000 metri cubi.
Allo stesso tempo, l’accesso all’acqua potabile è sempre più limitato. La qualità dell’acqua sta diminuendo a causa della cattiva gestione delle acque reflue e delle infrastrutture per il loro trattamento, mentre la politica continua a puntare sull’autosufficienza agricola su larga scala nonostante i crescenti problemi che questo comporta per l’ambiente.
Secondo “Iran International”, la crisi idrica non è dovuta tanto a una scarsità di risorse, quanto al modo in cui queste vengono utilizzate.
L’emittente ha avuto accesso al budget della Repubblica islamica per il periodo 2025-2026, e stima che per istituzioni religiose e legate all’ideologia di Stato siano stati spesi tra i 750 e gli 860 milioni di dollari.
Allo stesso tempo, sostenere i proxy del regime in Medio Oriente (Hamas, Hezbollah, Houthi, ecc.) costa all’Iran tra 1,1 e 1,5 miliardi di dollari all’anno.
Complessivamente, ogni anno l’Iran spende da 1,8 a 2,4 miliardi di dollari per queste attività, sottraendo ingenti risorse che potrebbero essere impiegate per risolvere i problemi interni.
L’analisi spiega che, reindirizzandoli tutti sulla gestione dell’acqua e delle infrastrutture idriche, in cinque anni potrebbero essere investiti 10 miliardi di dollari per risolvere questi problemi.
Gli scambi commerciali
In Iran a soffrire della situazione attuale è anche il commercio estero.
Sempre “Iran International” ha rivelato, a fine aprile, che nel periodo dal 21 febbraio al 22 marzo gli scambi commerciali non legati al petrolio sono scesi del 30% rispetto al mese precedente e del 50% rispetto a un anno prima.
A pesare sono stati i bombardamenti iraniani sui paesi arabi affacciati sul Golfo Persico.
In particolare, gli Emirati Arabi Uniti erano il secondo principale partner commerciale dell’Iran prima della guerra, ma ai primi di marzo hanno sospeso lo scambio di merci.
Saeed Ghasseminejad, analista presso il NUFDI (National Union for Democracy in Iran), ha spiegato sul sito di “Iran International” che i danni inferti durante la guerra alle infrastrutture delle industrie petrolchimica e metallurgica hanno un peso considerevole, in quanto le esportazioni legate a questi due settori nel 2024 generavano complessivamente dai 25 ai 30 miliardi di dollari.
Anche la politica del regime di bloccare internet, al fine di chiudere le comunicazioni durante le proteste e insabbiarne la repressione, ha provocato ingenti danni economici.
A causa del blocco di vendite online e sistemi di pagamento digitali, si stima che la chiusura di internet abbia causato perdite di almeno 37 milioni di dollari al giorno.
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