

Nel dibattito europeo sulla guerra tra Israele e Iran si sente ripetere una formula quasi rituale: “il diritto internazionale”. È l’argomento che chiude ogni discussione, il principio invocato come limite assoluto all’uso della forza. Secondo questa impostazione, la Carta delle Nazioni Unite stabilisce un divieto quasi totale di azione militare e qualsiasi intervento senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza costituirebbe una violazione dell’ordine giuridico globale.
Ma il problema è che, se si prende sul serio il diritto internazionale fino alle sue estreme conseguenze, emergono contraddizioni profonde. Il sistema nato nel 1945 non solo presenta ambiguità giuridiche sull’uso della forza, ma mostra anche una serie di paradossi strutturali: Stati che sfruttano le zone grigie del diritto per destabilizzare intere regioni; regimi che si nascondono dietro il principio di sovranità mentre reprimono brutalmente la propria popolazione; istituzioni internazionali che condannano alcuni attori con un’intensità senza paragoni mentre trattano altri con sorprendente cautela.
Chi oggi invoca il diritto internazionale contro Israele o contro qualsiasi intervento militare dovrebbe allora accettare un esercizio più scomodo: guardare al diritto internazionale nella sua interezza. E scoprire che proprio le regole invocate come scudo morale rivelano un sistema molto meno lineare di quanto venga spesso raccontato.
La carta ONU e il mito della legalità assoluta
La Carta delle Nazioni Unite, adottata nel 1945, nasce con un obiettivo chiaro: limitare drasticamente l’uso della forza tra Stati. L’Articolo 2(4) stabilisce il divieto generale della minaccia o dell’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. L’unica eccezione esplicita è prevista dall’Articolo 51, che riconosce il diritto alla legittima difesa individuale o collettiva in caso di attacco armato.
Chi critica l’azione militare di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran parte da questa premessa: senza un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, qualsiasi uso della forza sarebbe illegale.
Il problema è che lo stesso diritto internazionale consente interpretazioni molto meno lineari. I sostenitori della linea dura adottata da Washington e Tel Aviv sostengono che l’Iran conduca da anni un attacco armato continuativo ma indirettamente delegato, attraverso organizzazioni come Hezbollah, Hamas e gli Houthi. Se questi gruppi agiscono sotto controllo effettivo iraniano, allora le loro azioni potrebbero essere attribuite allo Stato iraniano stesso, rendendo legittima una risposta militare ai sensi dell’Articolo 51.
In questa lettura, colpire infrastrutture militari o nucleari iraniane non rappresenterebbe una violazione della Carta ONU, ma un tentativo di cessare un’aggressione permanente condotta attraverso intermediari.
È qui che emerge il primo grande paradosso: il diritto internazionale non viene ignorato, ma utilizzato per giustificare due interpretazioni opposte della stessa realtà.
La guerra nella zona grigia: il diritto internazionale davanti ai proxy
Il secondo problema riguarda la natura stessa del conflitto. L’Iran ha costruito negli ultimi decenni un sistema di proiezione di potere indiretta, basato su una rete di milizie armate che operano formalmente come attori autonomi.
Dal punto di vista giuridico, questo crea quello che gli studiosi definiscono un “conflitto asimmetrico in zona grigia”.
Per invocare l’Articolo 51 contro uno Stato, infatti, è necessario dimostrare che quest’ultimo abbia condotto un attacco armato diretto o eserciti un controllo effettivo sulle operazioni di un gruppo armato. Ma la giurisprudenza internazionale stabilisce anche che fornire armi, finanziamenti o addestramento non costituisce automaticamente un attacco armato.
Questo crea una situazione paradossale. Israele può subire attacchi continui da parte di milizie sostenute dall’Iran, ma dimostrare giuridicamente che sia Teheran a “lanciare” quegli attacchi è estremamente difficile.
Di conseguenza, le operazioni militari israeliane e americane vengono spesso classificate come difesa preventiva. Tuttavia, il diritto internazionale classico accetta la difesa preventiva solo in presenza di una minaccia imminente e inevitabile, un requisito quasi impossibile da dimostrare in un conflitto condotto attraverso intermediari.
In altre parole, la strategia iraniana funziona proprio perché sfrutta i limiti tecnici del diritto internazionale, muovendosi sistematicamente sotto la soglia che renderebbe incontestabile una risposta militare diretta.
Il diritto internazionale come scudo dei regimi
Il terzo paradosso riguarda la dimensione interna del regime iraniano e il modo in cui il sistema internazionale reagisce — o non reagisce — alle violazioni dei diritti umani.
Secondo l’Articolo 2 paragrafo 7 della Carta ONU, le Nazioni Unite non possono intervenire nelle questioni che appartengono alla giurisdizione interna di uno Stato. Questo principio di sovranità, pensato per evitare interferenze nelle politiche nazionali, diventa nella pratica uno scudo legale per i regimi autoritari.
Le repressioni di massa in Iran — con decine di migliaia di morti tra esecuzioni storiche e repressioni delle proteste recenti — restano formalmente una questione interna. Senza un mandato del Consiglio di Sicurezza, qualsiasi intervento esterno verrebbe considerato illegale.
Nemmeno la dottrina della Responsabilità di Proteggere (R2P), adottata nel 2005, riesce a superare questo limite. Anche in questo caso, ogni intervento richiede l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Quando Russia o Cina pongono il veto, la legalità internazionale finisce per proteggere il regime e abbandonare le vittime.
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La stessa ambiguità emerge nella struttura delle istituzioni ONU. Negli ultimi anni l’Iran ha ricoperto ruoli in organismi collegati ai diritti umani, come la presidenza del Social Forum del Consiglio dei Diritti Umani nel 2023 e la vicepresidenza del Comitato ONU sulla Carta delle Nazioni Unite nel 2026. Queste nomine non rappresentano un premio politico, ma derivano da meccanismi di rotazione regionale.
Il risultato, però, resta simbolicamente devastante: uno Stato accusato di gravi violazioni dei diritti umani può trovarsi a guidare forum internazionali dedicati alla loro tutela.
Infine, il sistema delle risoluzioni delle Nazioni Unite ha mostrato uno squilibrio che molti osservatori considerano emblematico del paradosso applicativo del diritto internazionale. Secondo diverse analisi delle votazioni dell’Assemblea Generale, una quota estremamente elevata delle risoluzioni di condanna è stata rivolta a Israele, mentre altri contesti di violazioni sistematiche del diritto internazionale ricevono un’attenzione molto più limitata.
Per avere un’idea, tra il 2015 e il 2023 l’Assemblea Generale ha adottato 154 risoluzioni di condanna contro Israele e solo 71 contro il resto del mondo messo insieme. In alcune sessioni recenti, le risoluzioni dedicate esclusivamente a Israele hanno superato quelle rivolte all’intero resto del mondo messo insieme, includendo Paesi come Iran, Corea del Nord, Siria o Myanmar (15 contro 11).
Questo squilibrio non riguarda solo il numero di risoluzioni, ma anche la struttura istituzionale: il Consiglio dei Diritti Umani mantiene da anni un punto permanente dell’agenda dedicato esclusivamente a Israele, una condizione che non esiste per nessun altro Stato membro delle Nazioni Unite.
Questo non significa che Israele non debba essere criticato o giudicato secondo il diritto internazionale. Il punto è un altro: la selettività nell’applicazione delle norme mina la credibilità dell’intero sistema giuridico.
Il risultato di tutto ciò è una dinamica che molti diplomatici definiscono asimmetria normativa: il diritto internazionale continua formalmente a valere per tutti, ma la sua applicazione politica appare profondamente selettiva, con conseguenze evidenti sulla percezione di legittimità dell’intero sistema multilaterale.
Proteggere l’ambiguità
Il vero paradosso della legalità internazionale non è che alcuni Stati la violino. È che il sistema giuridico globale può trasformarsi in uno strumento che protegge proprio chi ha imparato a sfruttarne le ambiguità.
L’Iran non ha bisogno di ignorare il diritto internazionale: gli basta muoversi nelle sue zone grigie. Sostenere milizie proxy senza assumersene formalmente la responsabilità. Reprimere il dissenso interno protetto dal principio di sovranità. Partecipare alle istituzioni internazionali che dovrebbero giudicarlo.
Per questo il dibattito occidentale appare spesso ipocrita. Molti invocano il diritto internazionale come un principio assoluto, ma lo fanno in modo selettivo, dimenticando le contraddizioni e i doppi standard che attraversano l’intero sistema.
La vera domanda non è se il diritto internazionale debba essere rispettato. La domanda è più scomoda: se un ordine giuridico applicato in modo selettivo possa ancora pretendere di essere considerato universale.

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Attacchi tramite intermediari fino a un certo punto: i missili arrivati direttamente dall’Iran l’anno scorso sono stati molte centinaia.
A parte questo, bombardare l’ambasciata cinese in Jugoslavia – oltre a migliaia di altre cose – ossia di uno stato che con la guerra non aveva niente a che fare, dal momento che quell’intervento è stato approvato dall’Onu è stato legittimo?
Bell’articolo e ringrazio per gli spunti di riflessione che suggerisce. Se posso abbozzo qualche considerazione che più che di critica, vorrebbe porsi come un contributo.
1) La realtà del secondo dopoguerra è radicalmente diversa rispetto all’attuale e come ben scrive l’autore il fine era limitare il più possibile l’uso della forza: fine nobile.
2) Le ambiguità sono costitutive, per lasciare un certo “gioco” alle superpotenze vincitrici. Non tutti erano uguali su tutto e in questo senso trovare discrepanze nel famoso “diritto internazionale” è un esercizio semplice: nasce con vuoti e contraddizioni
3) Non considererei quindi il “diritto internazionale” come un sistema coerente 4) La crisi dell’ONU parte fin dalle crisi balcaniche degli anni 90 in maniera sistematica e mostra un crollo dell’istituzione con la guerra ucraina. A quel punto il diritto internazionale è oggettivamente entrato in una crisi sistematica.
5) La questione di Israele è in questa situazione impossibile da districare. Oggi nella sostanza sia all’amministrazione americana che al governo Netanyahu del diritto internazionale non interesse più assolutamente nulla.
6) Questo ha inesorabilmente aperto la strada ad un nuovo diritto internazionale: la legge del più forte, e quindi al fiorire continuo di guerre di conquista a cui non sono estranei gli USA, si vedano velleità su Cuba, Groenlandia e Canada, e non è estraneo Israele, si pensi alle continue e inarrestabili annessioni in Cisgiordania con continui nuovi insediamenti di coloni. Lo stesso vale per la Russia in Ucraina, che per la Cina, con il povero Tibet, la Birmania, Taiwan e tutto il Mar della Cina, con dispute con Giappone e Filippine: stessa tendenza a sviluppare conflitti e a depredare i vicini di casa.
7) Il punto per il futuro, la sfida, credo che sia su come ripensare una logica che è evidentemente più distruttiva di quella del pur ambiguo “diritto internazionale” per andare verso il superamento della “legge del più forte”, chiunque sia il bullo di turno, logica che ci riporta alla guerra come strumento lecito e alle scuola piene di ragazzine annichilite da un missile, sparato per annettersi o territori o risorse, o alle palazzine ucraine sventrate. I nobili fini, liberare popoli oppressi o instaurare democrazie, sono un paravento a cui ormai credono solo gli ingenui o i complici.
Pienamente d’accordo.