

Alcuni giorni fa una notizia, passata quasi sotto silenzio, ha fatto inorridire la comunità ebraica britannica: il ministro israeliano per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, e il presidente della Knesset, Amir Ohana, hanno invitato in Israele Stephen Yaxley-Lennon, meglio conosciuto come Tommy Robinson. Una decisione che lascia perplessi e solleva più di un interrogativo.
È probabile che il fatto che Robinson abbia costruito la propria immagine sulla lotta contro l’islamismo abbia indotto alcuni membri del governo israeliano a considerarlo un alleato naturale. Un errore di prospettiva grave, perché dietro quella facciata si muove uno dei personaggi più controversi e divisivi della destra radicale europea, una figura che – oltre a essere islamofoba – è anche intrisa di retorica antisemita.
Leader dell’English Defence League (Edl), Robinson è tornato di recente al centro della scena grazie al suo legame con Elon Musk. Lo si è visto fomentare i disordini che hanno incendiato le strade britanniche nell’estate del 2024, alimentare le tensioni sulle grooming gangs e incitare gli assalti contro gli hotel che ospitavano immigrati. Poche settimane fa, dopo l’assassinio di Charlie Kirk, ha organizzato una grande manifestazione a Londra durante la quale Musk, in collegamento, ha invitato la folla all’insurrezione.
Ma chi lo segue da tempo conosce bene la sua lunga storia di dichiarazioni antisemite, come il post del 2022 “Tommy’s Statement: The Jewish Question”, pubblicato su Urban Scoop e poi rimosso, in cui riprendeva i soliti stereotipi sul “controllo ebraico” sui media e sulla politica. A ciò si aggiunge la sua adesione alla teoria del “Grande Sostituzione”, di matrice antisemita, secondo cui i “globalisti” – eufemismo per indicare un’élite ebraica – orchestrerebbero l’immigrazione di massa per sostituire la popolazione bianca europea. Insomma, Robinson è sì contro l’immigrazione ma di quella accusa gli ebrei.
Il suo attivismo estremista e i continui richiami a complotti ebraici hanno suscitato la condanna delle principali organizzazioni ebraiche britanniche, dal Board of Deputies of British Jews al Jewish Leadership Council, che hanno definito la sua retorica “pericolosa e divisiva”. E non serve essere ebrei o progressisti per voler stare alla larga da lui: bastano i suoi legami con Mosca, di cui è da anni un megafono puntuale.
Nel 2020 Robinson si recò in Russia per un tour mediatico, durante il quale dichiarò di sentirsi “messo a tacere” nel Regno Unito. I media di Stato lo presentarono come una vittima dell’Occidente e, nel 2021, entrò in contatto con il partito filo-Cremlino “Per la Verità”. Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, diffuse sistematicamente propaganda russa, minimizzando l’aggressione e ripetendo narrazioni di Mosca, come quella dei “nazisti ucraini”.
L’invito rivolto a Robinson rivela così una contraddizione della politica israeliana: da un lato la storica alleanza con gli Stati Uniti e con il fronte trumpiano, dall’altro l’avvicinamento a settori dell’estrema destra occidentale, considerati alleati tattici contro la sinistra pro-palestinese. Una strategia forse dettata dall’emergenza comunicativa, ma che rischia di diventare un cortocircuito. Perché Robinson non è un difensore di Israele né dell’ebraismo: è un estremista che lo usa come strumento nella sua crociata identitaria.
L’errore, dunque, non è solo politico ma anche culturale: confondere la difesa di Israele con la complicità nei confronti di chi ne incarna l’opposto, trasformando la paura dell’isolamento in un abbraccio pericoloso con chi, ieri come oggi, alimenta l’odio cambiando soltanto il bersaglio a seconda della convenienza.
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“L’invito rivolto a Robinson rivela così una contraddizione della politica israeliana: da un lato la storica alleanza con gli Stati Uniti e con il fronte trumpiano, dall’altro l’avvicinamento a settori dell’estrema destra occidentale, considerati alleati tattici contro la sinistra pro-palestinese.”
Trump vuole ergersi come uno dei più moderati all’interno del suo movimento, cercando di mettere ai margini i più estremisti. Ma è solo una tattica, vedere la ricerca ossessiva del premio Nobel apparendo ragionevole in politica estera, quando in quella interna sta prendendo decisioni che violano la costituzione o si avvicinano pericolosamente.
Israele per lui ha un doppio uso ora: arginare l’autolesionistica presa di posizione della sinistra sul conflitto e in generale sui palestinesi, e sfruttare i suoi contatti per fare affari in Medio Oriente coinvolgendo gli Stati arabi.
In più anche il governo Netanyahu ha elementi interni vicini politicamente a Trump, tralasciando che chiaramente l’estrema destra israeliana non può essere antisemita se non nei confronti di arabi e palestinesi.
Il nemico del mio nemico non è (necessariamente) mio amico. Un paio di giorni fa, ho osservato, in risposta a “Toni Baruch”, che seguivo con interesse–sostenitore delle ragioni israeliane e (credo) ebreo–che TR starà anche facendo la cosa giusta, ma per tutti i motivi sbagliati, essendo fondamentalmente razzista. Il signor Baruch mi ha attaccato un pippone, abbastanza sgarbato, chiedendomi a più riprese di dimostrarglielo. Ho postato i link ad alcuni articoli pubblicati su quotidiani (uno britannico, uno francese e uno israeliano, tutti non di sinistra) che evidenziano la natura e il pensiero del signor Yaxley-Lennon. Niente; il signor Baruch me li ha definiti “assiomi autodimostranti”. Con tristezza, non ho insistito. Non lo seguo più.
Lo so, non entra a chi ha scoperto Tommy Robinson solo negli ultimi 2 anni, in cui ha voluto crearsi quest’immagine da paladino della crociata pro-Israele e di difesa dell’occidente. Il fatto è che io lo segue da oltre 10 anni, sa chi è veramente Robinson: un teppista, influencer, filo-russo, antisemita, no-vax, complottista che alimenta odio a colpi di fake e riots. L’uomo perfetto di Mosca. È come la favola di Cappuccetto rosso. Hai voglia a dirgli che quella non è la nonna ma il lupo travestito. Niente, vedono la nonnina e basta.