


Il caso di Modena non riguarda solo un’auto lanciata sui passanti, i feriti, la fuga e l’uomo fermato. Riguarda anche il modo in cui la notizia è stata raccontata: “italiano”, “di origine marocchina”, “nordafricano”, “di seconda generazione”. Parole diverse per orientare, attenuare o caricare lo stesso fatto.
A Modena, in pieno centro, un’auto è finita contro i passanti. Il bilancio, secondo le prime ricostruzioni, è pesante: otto feriti, alcuni gravi, una donna sottoposta ad amputazione, un uomo fermato dopo la fuga. Il conducente, secondo le ricostruzioni disponibili, avrebbe imboccato via Emilia Centro a velocità sostenuta con una Citroën C3, per poi scendere dall’auto e fuggire a piedi. Le autorità stanno ancora ricostruendo dinamica, intenzionalità e movente. Nel frattempo, però, la notizia è già entrata nel tritacarne delle parole.
Attorno all’uomo fermato è cominciata subito un’altra partita, meno visibile e forse più rivelatrice: quella delle definizioni. “Italiano”, “italiano di origine marocchina”, “di origini nordafricane”, “nordafricano”, “italiano di seconda generazione”. Nessuna di queste formule è automaticamente falsa. Ma nessuna è neutra. Ognuna sposta l’occhio del lettore in una direzione diversa.
“Italiano” richiama il dato giuridico. “Di origine marocchina” aggiunge la biografia familiare. “Nordafricano” allarga il campo a una categoria geografica e culturale più indistinta. “Seconda generazione” fa un’altra operazione: prende un dato potenzialmente ruvido e lo traduce nel vocabolario dell’integrazione. Non cancella l’origine, ma la filtra. Non la nasconde, ma la rende più presentabile.
È qui che entra in gioco il politicamente corretto. Non come semplice divieto di dire certe cose, ma come abitudine a scegliere le parole in base alla paura della loro conseguenza politica. La domanda non è più soltanto: che cosa sappiamo? Diventa: che cosa succede se lo diciamo in questo modo?
Il punto non è pretendere che ogni fatto di cronaca diventi un inventario etnico. L’origine di una persona va citata solo se serve a capire il fatto, il contesto, il movente o il percorso biografico. Ma proprio per questo il criterio dovrebbe essere limpido: se non serve, si omette; se serve, si scrive con accuratezza.
La differenza tra le testate mostra bene il meccanismo. I giornali più vicini alla destra tendono a caricare il dato identitario dentro la cornice della sicurezza: origine, pericolo, allarme, controllo. I giornali più prudenti o più istituzionali tendono invece a spostarlo dentro la cornice sociale: cittadinanza, integrazione, seconda generazione, percorso personale. In entrambi i casi il linguaggio non fotografa soltanto. Ordina il fatto, lo incornicia, suggerisce al lettore come interpretarlo.
Il confronto con altri casi mostra quanto questa prudenza sia intermittente. Quando il 25 aprile, a Roma, un ventunenne venne fermato per gli spari contro due attivisti dell’Anpi, molte cronache non ebbero bisogno di grandi perifrasi: “giovane della comunità ebraica”, “legato alla Comunità ebraica”, “appartenente alla Brigata Ebraica”. In quel caso l’identità non fu sciolta dentro formule sociologiche, né accompagnata da troppi giri di parole. Fu messa in pagina, spesso già nel titolo. Evidentemente la cautela non funziona sempre allo stesso modo.
Naturalmente anche lì il criterio avrebbe dovuto essere lo stesso: distinguere il gesto individuale dall’appartenenza religiosa o comunitaria, e citare quel dato solo se utile alla comprensione del fatto. Ma la differenza di registro resta evidente. Davanti ad alcune identità il giornalismo nomina; davanti ad altre traduce. Davanti ad alcune appartenenze vede subito una cornice politica; davanti ad altre teme di produrla.
Anche la politica è entrata subito nella partita. Matteo Salvini ha usato polemicamente la formula “criminale di seconda generazione”, rovesciando contro la stampa il suo stesso lessico. È una provocazione, naturalmente. Ma funziona perché intercetta una percezione diffusa: l’idea che, davanti ad alcuni fatti, il giornalismo sembri più impegnato a gestire l’impatto simbolico della notizia che a raccontarla senza contorsioni.
La vera faglia, però, non è solo italiana. E non passa semplicemente tra destra e sinistra. Passa dal modo in cui l’Occidente affronta tutto ciò che lambisce immigrazione, origine nordafricana, mondo musulmano, identità culturale. Nel caso di Modena non sappiamo se l’uomo fermato sia musulmano, se abbia un rapporto reale con l’Islam, né tantomeno se il gesto abbia una matrice religiosa. E infatti non va suggerito. Ma proprio qui sta il punto: la prudenza scatta prima ancora che il dato religioso entri davvero nella notizia.
È una postura pavloviana. Appena compaiono parole-spia — Marocco, Nord Africa, seconda generazione, immigrazione — il linguaggio pubblico si irrigidisce. Comincia a cercare formule che non accendano troppo, che non regalino argomenti alla parte sbagliata, che non trasformino un caso individuale in un giudizio collettivo. L’intenzione può anche essere comprensibile. L’effetto, però, è spesso l’opposto: il lettore percepisce cautela selettiva e sospetta omissione.
Questo non significa che la destra abbia sempre ragione quando denuncia l’omissione, né che il politicamente corretto sia sempre malafede. Spesso nasce da una preoccupazione reale: evitare generalizzazioni, stigma, cacce al colpevole collettivo. Ma quando diventa riflesso automatico, produce un’informazione impastata. Non protegge la complessità: la sostituisce con formule prefabbricate.
Il punto è la confusione dei piani. Cittadinanza, origine familiare, religione, movente, responsabilità penale, contesto sociale non sono la stessa cosa. Quando vengono fusi insieme, il racconto diventa propaganda. Quando vengono schermati dietro parole elastiche, diventa una forma di manipolazione gentile.
Il caso di Modena, prima di tutto, resta una notizia di cronaca: feriti, indagini, responsabilità da accertare. Il resto è già in corso: nei commenti, nei titoli, nelle formule scelte per dire e non dire. Forse il punto non è trovare la definizione perfetta per raccontare certi fatti. È chiedersi perché alcune origini richiedano una formula e altre no.
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Anche le testate straniere si sono date da fare per sviare l’attenzione:
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/wp-content/uploads/2026/05/attentato-modena-3.jpg
Premesso che al momento non è dato sapere il credo religioso dell’investitore, in passato ho però notato che in casi analoghi si è al massimo evidenziato la nazionalità di chi ha commesso il reato come ad esempio “marocchino”, “tunisino”, “egiziano” ecc. ma mai musulmano; cito a titolo di esempio “Donna violentata da un nordafricano” mai “Donna violentata da un musulmano”. Quando però a compiere il reato è un ebreo la parola “ebreo” appare addirittura nel lancio della notizia.
Si narra che Albert Einstein abbia affermato: “Se le mie teorie si riveleranno corrette, i tedeschi mi considereranno tedesco, i francesi diranno che sono uno di loro e gli americani mi considereranno uno di loro. Se le mie teorie saranno errate, diranno tutti che sono ebreo”.
Chissà come mai.
Esemplare
Grazie Luciano
Concordo pienamente. L’informazione e la politica è totalmente contaminata dalla emotività oltre che dalle ideologie e questo non è accettabile. La manipolazione dei cittadini attraverso la leva emotiva e ideologica produce solo disastri e allontana le persone dalle soluzioni razionali e funzionali. Il problema immigrazione incontrollata è uno di questi. Problema mai affrontato, in Europa, con razionalità, scientificità, strutturalmente e pragmaticamente. Tutte premesse per un finale drammatico e incontrollabile.