

Fateci caso: i recenti grattacieli svettanti, dall’Asia all’America passando per l’Europa, sono assai simili; le auto sembrano tutte uguali, ma l’abbigliamento delle persone non è da meno.
Ci lamentiamo dell’omologazione che domina la scena e, persino nei ristoranti, la proposta è “alla moda”: risotto o carbonara, pur cucinati in mille modi diversi, quelli sono, con buona pace degli chef che rivendicano l’autenticità filologica della loro specifica preparazione.
In realtà è sempre stato così, malgrado i fanatici sostenitori dei “tempi loro”, quando un’Alfa non era una Lancia, la gente per strada era ben vestita e ne riconoscevi la classe sociale, mentre il ristorante del centro non era la trattoria popolare.
Stile, moda e costume, anche alimentare, sono facilmente databili e, calandosi in uno specifico momento storico, si scopre che l’omologazione ha sempre accompagnato i cambiamenti.
Cos’è allora che fa evolvere le cose? Più che cosa, bisogna dire chi, perché i veri mutamenti nascono da individui, aziende, gruppi ristretti che introducono una discontinuità, non da un clima diffuso.
Nel 1955 la Citroën DS19 non assomigliava a nessun’altra automobile: non era una variazione sul tema, ma un salto, nelle linee, nell’assetto, nel comfort, nell’idea stessa di modernità. Parlava una lingua che gli altri avrebbero imparato solo dopo; lo stile non fu un punto di partenza, ma l’effetto di un’anticipazione riuscita.
Qualcosa di analogo è accaduto mezzo secolo più tardi con lo smartphone: quando Apple presentò il primo iPhone, la vera innovazione non fu solo funzionale ma anche formale.
Le app unificarono telefono e computer in un unico ambiente operativo portatile, ma fu il design a rendere tutto inevitabile: una forma semplice, continua, priva di segni superflui, talmente equilibrata da diventare un archetipo. Da quel momento nessuno ha più potuto, o forse osato, discostarsene, non per mancanza di alternative, ma perché quella soluzione appariva definitiva.
In casi come questi l’innovazione non nasce da una scoperta assoluta, ma da una riconfigurazione radicale di ciò che già esiste: cambia la scala, cambia l’accesso, cambia l’impatto. È un salto di regime più che un’invenzione, ed è proprio questo salto a produrre stile.
C’è poi un equivoco di fondo che alimenta la confusione tra stile e novità: si tende a pensare che innovare significhi produrre differenze visibili, moltiplicare le varianti, accelerare il ricambio; in realtà accade spesso il contrario. Le innovazioni che contano riducono il campo, semplificano, rendono inutili molte alternative.
È ciò che è accaduto, per esempio, con l’interfaccia dello smartphone: dopo l’iPhone, pulsanti, tastiere e soluzioni ibride sono progressivamente scomparse, non per un’imposizione esterna ma perché apparivano superflue. Quando una soluzione funziona davvero, il resto smette semplicemente di avere senso; per questo, a posteriori, l’innovazione appare come un momento di ordine più che di rottura e genera adesione, imitazione, sistema.
Lo stesso accade negli oggetti e nei comportamenti quotidiani: il jeans nasce come indumento da lavoro e diventa linguaggio universale; le Desert Boot di Clarks attraversano decenni senza inseguire stagioni; la Coca-Cola trasforma una bevanda in un sistema di segni immediatamente riconoscibili; la pizza napoletana diventa modello globale non perché progettata per esserlo, ma perché così compiuta da poter essere replicata senza perdere identità. In tutti questi casi lo stile non è un obiettivo dichiarato, ma una conseguenza: prima viene la necessità, poi l’intuizione, infine la forma; il resto è adesione, imitazione, omologazione.
Anche l’intelligenza artificiale segue questo schema: non introduce un pensiero nuovo, ma modifica il rapporto tra tempo, conoscenza e produzione; rende immediato ciò che era lento, accessibile ciò che era riservato, ripetibile ciò che era eccezione.
Prima cambia il campo di gioco. Per questo l’omologazione non è una patologia del presente, ma una costante storica: cambiano gli oggetti e i linguaggi, non il meccanismo. Pochi creano, molti seguono; il problema non è che tutto si assomigli, ma che sempre più spesso ciò che si assomiglia nasce già come citazione.
Come ricordava Albert Einstein, il nuovo nasce dal dubbio, dal sospetto che ciò che vediamo non sia tutto, che esista un dietro, un sopra, un non ancora compreso. È quella scintilla a muovere il mondo: quando scocca, tutto cambia; uno o pochi avvicinano i poli, tutti gli altri seguono.

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(Daniela Martino)
La sua analisi sull’omologazione come “vittoria di una soluzione che funziona” è molto interessante e lucidissima. Spesso confondiamo la ripetizione con la mancanza di idee, dimenticando che l’innovazione autentica non mira a moltiplicare le varianti, ma a rendere inutile ogni alternativa.
C’è un oggetto che, secondo me, forse più dell’iPhone o della Citroën DS, incarna questo “salto di regime”: la Bic Cristal. Da decenni, nel silenzio di un astuccio, essa sconfigge l’obsolescenza restando identica a se stessa.
La Bic è un capolavoro di sottrazione. Marcel Bich non ha aggiunto funzioni; ha rimosso i problemi, trasformando uno strumento di lusso e capriccioso in un’estensione naturale della mano. Dalla geometria esagonale che ne impedisce il rotolamento, al minuscolo foro nel fusto che regola la pressione atmosferica, ogni dettaglio è un’intuizione ingegneristica diventata archetipo.
È il paradosso di un design talmente riuscito da farsi invisibile. La Bic non è una “citazione”, è il testo originale. Se oggi tutte le penne a sfera si somigliano, non è per pigrizia dei designer, ma perché è impossibile migliorare il cerchio. È una forma di omologazione democratica: non importa se a impugnarla sia un Capo di Stato o uno studente, la risposta è la medesima, onesta semplicità.
In un mondo che insegue la novità a ogni costo, la Bic ci ricorda che lo stile non è un obiettivo, ma la conseguenza di un equilibrio perfetto tra necessità e forma. Quando una soluzione è definitiva, il resto smette semplicemente di avere senso.
ottimo articolo .. un mio amico, grande vero viaggiatore , di ritorno da uno degli ultimi viaggi era sconsolato …il mondo sta diventando tutto uguale naturalmente american stile life, inutile viaggiare …resta un po\’ di folklore per i turisti ciao!
Interessante.
Semplice, ma non ovvio.
Articolo interessante. Adesso provate a mettervi nei panni di un alieno che osserva i terrestri, cosa noterebbe? Che nella produzione dei nostri prodotti industriali c’è un grande spreco di risorse, per cosa? Per diversificare prodotti , ma non con razionalità e guardando al minimo spreco di risorse per ottenere il massimo risultato, ma solo per avere differenze che agiscono sulla sfera emotiva degli acquirenti. Non si lavora tutti insieme per sviluppare e innovare un prodotto di uso generale, ma si lavora per singoli produttori per diversificare e fare restyling dello stesso prodotto. Se avessimo cooperato tutti insieme avremmo fatto passi da gigante, invece procediamo più lentamente e con grande spreco di risorse.