Le industrie della Russia stanno affrontando la sospensione e l’arresto della produzione a causa dell’impossibilità di acquistare materie prime chimiche all’estero, anche nei Paesi classificati “amichevoli” da Mosca come la Cina o l’Arabia Saudita. A lanciare l’allarme è un gruppo di 20 grandi aziende fra le quali ci sono produttori di auto, elettrodomestici, materiali per la cantieristica e costruttori edili. In base a quanto riportato dal canale televisivo russo Rbc (specializzato in economia e finanza), le imprese si sono rivolte al ministro dell’Industria e del Commercio Anton Alichanov con una lettera congiunta.
A complicare una situazione gia problematica è stata l’introduzione del 14° pacchetto di sanzioni dell’Unione europea, adottato a giugno, e delle sanzioni secondarie statunitensi, approvate dalla Casa Bianca alla fine dell’anno scorso e potenziate nei mesi successivi. La Russia in generale ha una grande disponibilità di materie prime, ma per lavorare i materiali grezzi è necessario l’utilizzo di prodotti chimici che le industrie russe importano dall’estero. Un esempio molto semplice è il legno, che senza sostanze chimiche non può essere trattato per costruire mobili.
Con le nuove sanzioni l’Ue ha bloccato le forniture in Russia del metilene difenilmetano disocianato (Mdi), un sofisticato composto chimico usato principalmente per la fabbricazione dei poliuretani, che trovano impiego nella produzione di sigillanti, schiume da installazione, isolanti termici, fibre elastiche, materiali per frigoriferi, componentistica per le auto (come i cruscotti) e tanto altro. Nella lettera al ministro gli industriali affermano che per questo composto chimico la Russia «dipende al 100% dall’estero».
Finora le aziende russe hanno importato Mdi dalla tedesca Basf, dalle americane Huntsman e Dow Chemical, dalla giapponese Mitsui Chemicals e dalla cinese Wanhua Chemical. Queste società sono tutte fra i principali produttori globali di Mdi e fondamentalmente non ci sono alternative. Gli autori della lettera sottolineano che di recente anche i cinesi della Wanhua hanno annunciato l’arresto completo dell’accettazione degli ordini da Russia e Bielorussia, mentre la saudita Sadara Chemical – una società frutto della partnership fra Saudi Aramco e l’americana Dow – non ha confermato la disponibilità a rifornire le imprese russe.
A frenare i Paesi “amichevoli” sono le sanzioni secondarie statunitensi, che hanno reso pericolose le transazioni bancarie con la Russia persino per la Cina. L’Mdi ha un periodo di stoccaggio limitato e complesso, pertanto le aziende russe non dispongono di scorte per il lungo periodo e temono che nei prossimi mesi saranno costrette a terminare la produzione e dichiarare bancarotta. Gli industriali chiedono al Cremlino di occuparsi urgentemente della questione, avviando un dialogo «a tutti i livelli di cooperazione» con Pechino per risolvere i problemi nei pagamenti e ripristinare le forniture, e convincendo i sauditi a negoziare contratti con i russi.
La pressione delle sanzioni si sta manifestando in modo sempre più incisivo sull’economia russa, mitigata solo dall’esistenza di quello che ormai è un sistema con due economie. Una è legata all’invasione dell’Ucraina e al settore militare-industriale che la serve (in crescita), alimentata dalla spesa pubblica e amministrata dal governo. L’altra è l’economia civile, ridotta alla stagnazione a causa delle sanzioni, della sottrazione di capitali e risorse umane e dal disinteresse di Mosca per le conseguenze a lungo termine della guerra.
Articolo pubblicato su LA RAGIONE del 24 agosto 2024
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