Muhammad Yunus, l’economista bengalese premio Nobel grazie all’invenzione del microcredito, non è il nuovo “Premier ad interim” del Bangladesh. La sua carica attuale – concordata dopo una riunione tra il presidente Mohammed Shahabuddin, gli studenti a capo delle proteste e i capi delle tre branche delle Forze armate – è quella di «capo consigliere del governo di transizione». Un ruolo ben più sfumato che segnala sia quanto la delicatezza della situazione, sia la mancanza di una forte fazione alternativa al governo della ex primo ministro Sheikh Hasina Wazed (ora fuggiasca in India).
D’altronde, Yunus al momento era in Francia per un’operazione medica e il suo ruolo nelle proteste è stato nullo o quasi. La scelta del suo nome è quindi una sorta di pezzuola omeopatica per calmare gli animi e impedire che il regime change infiammi la capitale Dacca e il resto del Paese, già provato da due mesi di manifestazioni durissime. Nonostante il regime di Hasina stesse cadendo a pezzi da qualche mese, nessuno ha potuto prevedere un abbandono tanto subitaneo per preparare almeno una parvenza di successione.
Il giornale più diffuso del Paese, il “Daily Prothom Alo” (Prima Luce), ha ricostruito per i suoi 7 milioni e mezzo di lettori la cronistoria di questo disastro politico: fino a 45 minuti prima di imbarcarsi sull’elicottero, Hasina era disposta a mantenere il potere a costo di un massacro. Lunedì scorso infatti un torpedone immenso di milioni di scontenti si era radunato per chiedere le dimissioni sue e del suo governo, nonostante il ritiro della controversa legge che forniva vantaggi lavorativi sproporzionati alle famiglie dei veterani della guerra d’indipendenza.
In risposta, Hasina ha chiamato perentoriamente i capi dell’esercito e della polizia, colpevoli – secondo lei – di non aprire il fuoco indiscriminatamente sugli studenti in rivolta. Rinfacciare favori e corruttele non è però servito a convincere i due a creare gli ‘squadroni della morte’ che desiderava la primo ministro, mentre le milizie del suo partito Lega Awami erano in netta inferiorità numerica e armate soltanto di bastoni. La sorella Rehana l’ha pregata di mollare la presa per evitare di venire aggredita dalla folla (come tutti i suoi altri familiari e consiglieri stretti), ma è stato suo figlio Sajeeb Ahmed – residente negli Usa – a convincerla in extremis ad abbandonare infine il potere.
Così il regime ultraventennale di Hasina è crollato in appena 45 minuti, lasciando i membri del partito di governo improvvisamente acefali e senza direttive. Gli studenti hanno subito rigettato l’idea di un governo militare di transizione e quindi Shahabuddin ha pensato alla figura di Yunus, come una sorta di ‘santino’ della meritocrazia agognata dai rivoltosi. La magra figura della figlia dell’eroe nazionale bengalese Sheikh Mujibur Rahman ha poi pregiudicato il futuro politico della Lega Awami: gli iscritti più furbi si sono resi subito irrintracciabili, temendo ritorsioni fisiche e legali, e il loro partito potrebbe andare incontro allo scioglimento.
La partita del prossimo governo si giocherà dunque a quattro tra movimento degli studenti, militari, destra islamista e centrodestra del Partito Nazionalista del Bangladesh. Spinte centrifughe di cui il debole Yunus difficilmente potrà essere arbitro soltanto in base alla sua autorevolezza, ma che saranno osservate attentamente dal convitato di pietra di questa rivoluzione: il confinante governo indiano di Narendra Modi.
Con un oscura minaccia: anche Al-Q??ida ha dichiarato apertamente di vedere il Bangladesh come una nuova frontiera dell’islamismo, ora che l’influenza indiana potrebbe cedere. Una strategia già annunciata il 1 luglio 2016 con l’attentato nella capitale Dacca e che ora, con l’autoritaria Hasina fuori gioco, potrebbe trovare spazio nel caos della nuova era politica del Paese.
Articolo uscito originariamente, e in forma ridotta, a pagina 5 del quotidiano “La Ragione” di giovedì 08 agosto 2024
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