
Settimo articolo del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. Qui i precedenti articoli:
La liquefazione del pensiero: anatomia di una civiltà smarrita di Alessandro Tedesco
Menti in corto circuito di Enrico Marani
Il regno del simulacro. Dallo schermo al cortocircuito collettivo di Alessandro Tedesco
La libertà, una dimensione sublime tra desiderio, caos, paura e disprezzo di Enrico Marani
La Pre-Crimine algoritmica: viviamo già nel “Minority Report”? di Alessandro Tedesco
Niente è per sempre, dalla libertà al deserto è un attimo di Enrico Marani
Il prolifico e piacevole dialogo – si spera anche per i lettori – con Enrico Marani ci ha portato su un crinale pericoloso, che lui ha sigillato con la domanda più precisa e fatale di tutte: “Qual è il peso della cultura nel nostro intendimento di libertà?”
Questa domanda non è una chiosa: è l’epicentro del problema, per l’Occidente. E il peso è così schiacciante che ci costringe a guardare in faccia una verità intollerabile, quello che definirei il “paradosso della libertà”: perché la cultura occidentale possa sopravvivere, deve perdere parte della sua libertà per opporsi al potere dell’autoritarismo.
Questa non è una speculazione filosofica; è una tesi di ingegneria del potere. Ed è, guarda caso, l’esatto e unico teorema di potere su cui si fonda l’intero universo di Dune, da cui eravamo partiti.
L’opera di Herbert non è una favola su eroi e vermi giganti; è un trattato sulla sopravvivenza delle specie in termini politici. Il “Sentiero Dorato” di Leto II, il tiranno-dio che governa per 3.500 anni, è il mio paradosso elevato a potenza cosmica. Leto II non è un malvagio: è un medico spietato. Vede il futuro e capisce che l’umanità, lasciata libera, è destinata all’estinzione perché è diventata stagnante, prevedibile e, in una parola, permeabile: la sua libertà l’ha resa debole.
Qual è la sua cura? La tirannia assoluta. Leto “toglie la libertà” – tutta la libertà – e impone un’era di oppressione così intollerabile da costringere l’umanità a evolvere, a disperdersi, a nascondersi, a diventare impermeabile e imprevedibile. Per salvare la specie, deve distruggere la sua libertà.
Questo è il “peso della cultura” di cui parlava Enrico Marani. E siamo costretti a contemplarlo non per un capriccio intellettuale, ma perché la nostra cultura occidentale ha mostrato non solo la sua fragilità, ma una deriva di principi e valori che l’ha resa un guscio vuoto. Il processo di autodistruzione non è iniziato con la nostra difesa; è iniziato molto prima, con la nostra resa.
Il nostro “intendimento di libertà” è diventato sinonimo di “permeabilità” assoluta. Abbiamo dimenticato l’avvertimento fondamentale, quello che Karl Popper chiamava il “paradosso della tolleranza”: la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo la tolleranza illimitata anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’assalto degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.
Noi abbiamo fatto esattamente questo: abbiamo disarmato la nostra tolleranza, trasformandola in un suicidio assistito. È una degenerazione inevitabile: Aristotele lo sosteneva; la democrazia può degenerare in un’oclocrazia (il “governo della massa”), dove l’eccessiva libertà porta a una disuguaglianza di fatto e a un clima di instabilità. Noi, oggi, abbiamo confuso la libertà con l’assenza di confini, la tolleranza con l’assenza di giudizio, l’accoglienza con l’assenza di identità.
Ed è in questo vuoto culturale che abbiamo creato che si inseriscono altre culture. Culture che ai nostri occhi appaiono povere, culturalmente vuote o addirittura primitive, ma che possiedono un fondamento che noi abbiamo perduto: sono dirompenti, forti e fondate sulla guerra.
La loro cultura è il conflitto. Non sono appesantite dai nostri dubbi morali, dal nostro masochismo post-coloniale, dalla nostra autocritica paralizzante. Non hanno letto Pico della Mirandola e, se lo hanno fatto, lo considerano un manuale di debolezza.
Esse vedono la nostra permeabilità non come una virtù, ma come un invito. E usano la nostra stessa libertà – la libertà di parola, di culto, di associazione – come un esplosivo per detonare dall’interno le nostre società indulgenti. La loro forza non risiede nella loro ricchezza economica o filosofica, ma nella loro coesione tribale e nella loro volontà di potenza.
Questo ci porta alla conclusione del nostro ragionamento. Il “rovesciamento” di Herbert non è una minaccia futura. È già in atto.
Non siamo in pace. Siamo già in guerra da anni, una guerra a bassa intensità, ibrida, culturale e demografica, che ci logora piano piano, senza dichiarazioni formali e senza battaglie campali. È la guerra del Terzo Millennio.
Il timore è evidente: ne saremo costretti, ad adottare quel paradosso.
Siamo arrivati nel futuro.
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La Libertà “nuoce gravemente” alla salute”.
Dio, o la cultura, ci ha voluti liberi, ma quanti rinuncerebbero volentieri a questo privilegio.
Quanta fatica essere responsabili, decidere. Quanto è più semplice “credere, obbedire, combattere”. Questo vogliono le masse, e gli spaturi pensatori che propugnano il valore della libertà non potranno che soccombere alle orde mosse da cieco fanatismo.
Non voglio “politicizzare” l’approccio, ma il tema – lo si voglia o no – è eminentemente politico. Dentro queste riflessioni (che condivido al 200%) ci leggo, con molta meno enfasi e molta più razionalità, anche alcune delle grida d’allarme di persone che, pur appartenendo culturalmente ad un’area della sinistra, sono state demonizzate e marchiate di infamia per il solo fatto di avere denunciato come la nostra società occidentale incarnasse sempre di più quel paradosso. Che ora stiamo vedendo e vivendo.
Penso, una su tutte, a Oriana Fallaci. Sì, d’accordo, lei lo ha scritto (con lo stile letterario che la contraddistingueva) con più rabbia che razionalità. Ma la rabbia era dichiarata sin dal titolo della sua opera finale: per quanto la rabbia per qualcuno sia un’emozione riprovevole, era trasparentemente autodenunciata; ed era pur sempre lo scritto di una anziana signora, permeata di veracità toscana, abituata a parlare “pane al pane” persino con Henry Kissinger o con Khomeini. E ancora (non trascurabile) di una persona afflitta da un male incurabile, che minava la sua innata vitalità.
Ma penso anche ad altri, subito bollati, come Oriana, di tradimento. Di essere “diventati di destra”. Come se la tenuta della nostra cultura e civiltà, l’aspirazione a un dialogo interculturale senza soccombere, la tutela del diritto a poter essere tolleranti anche in futuro, fossero argomenti “di destra”. Mentre la ragione per cui tale approccio e tali aspirazioni possono considerarsi “di destra” è, solo e unicamente, il fatto che esse sono state (deliberatamente o meno) lasciate alla destra. Che le ha trasformate in una sorta di assurdo monopolio, in battaglie sue proprie, spesso sgangherate, rivendicandovi un’esclusiva. Finché oggi (vedansi le dichiarazioni di un Bonaccini, giusto ieri) qualcuno all’interno della coalizione di sinistra sembra accorgersene, forse più per “smarcarsi” e marcare il territorio rispetto alla attuale leadership, che non per vera convinzione.
Scusi se ho “politicizzato”. L’ho fatto solo con intenzione di riflessione, nessuna polemica.
Quanto era scritto tra le righe lo hai enucleato tu alla perfezione.
Grazie
Alessandro