

L’inchiesta di Genova sui flussi finanziari destinati, secondo l’accusa, a Hamas attraverso canali formalmente umanitari ha prodotto una reazione prevedibile: stupore, indignazione, prese di distanza. Come se ci si fosse improvvisamente accorti che il sostegno economico e politico a Gaza, lecito o illecito, non potesse che tradursi, in larga parte, in un sostegno a Hamas.
In realtà non si tratta di una scoperta, ma di una rimozione dolosa, di una ambiguità coltivata consapevolmente. Da anni la comunità internazionale agisce come se fosse possibile separare artificialmente la società palestinese dalle sue espressioni politiche e militari. Hamas e Fatah vengono trattati come anomalie, deviazioni imposte dall’esterno, mentre sono in realtà prodotti interni di una struttura sociale e politica che nessuno ha mai davvero voluto mettere in discussione.
Come ha scritto su X David Sayn, “non cessa di colpirmi la totale incapacità della comunità internazionale di prendere atto del fatto che Hamas, come Fatah, sia espressione diretta della società palestinese e che, di conseguenza, sia la società stessa a dover essere messa in discussione e, in ultima analisi, trasformata. Vi è un continuo eludere, da parte della politica, il confronto con quelle caratteristiche strutturali del movimento palestinese che nessuno, di fatto, ha mai davvero voluto affrontare, da cento anni a questa parte”.
Sayn ha ragione, e lo avevamo già evidenziato su queste pagine. In un secolo, il movimento palestinese non ha conosciuto una vera trasformazione. Nazionalismo e religione continuano a intrecciarsi nella stessa forma, le stesse pratiche si ripresentano ciclicamente, la violenza contro i civili resta parte integrante del repertorio politico. Guerriglia, terrorismo, presa di ostaggi non sono deviazioni occasionali, ma strumenti reiterati.
Nonostante ciò, il sostegno internazionale non è mai venuto meno. Al contrario, è stato spesso rafforzato, senza condizioni politiche reali, senza pretese di evoluzione. L’esatto contrario della sistematica messa in stato d’accusa di Israele e di tutti i suoi governi negli ultimi decenni.
Il problema palestinese, dunque, non è soltanto l’influenza esercitata da attori esterni – Qatar, Fratelli Musulmani, Iran, reti transnazionali – che pure esiste ed è documentata. Il problema è anche e soprattutto una responsabilità occidentale autoctona: non l’incapacità di vedere, ma la scelta di non nominare ciò che si vede. La retorica umanitaria, fortemente condizionata dalla condanna storica e morale del “demoniaco e illecito” Stato d’Israele, ha funzionato come una maschera utile a celare una tacita legittimazione della violenza, riletta come forma di “resistenza”, purché non venga mai rivendicata apertamente.
Neppure il massacro del 7 ottobre, fieramente rivendicato da Hamas, ha spinto ad affrontare il nodo centrale di chi governa Gaza, con quale legittimità e secondo quali presupposti culturali e politici. Si continua a eludere la questione di fondo: l’assenza di una società palestinese disposta a ripensare sé stessa e la propria identità politica al di fuori della violenza. Il risentimento identitario verso Israele, spesso accompagnato da un antisemitismo diffuso e inconfesso, prevale su qualunque analisi che chiami in causa responsabilità palestinesi.
In questo contesto, stupirsi che fondi raccolti “per Gaza” finiscano a Hamas equivale a rifiutare di vedere ciò che è sempre stato evidente. Non si tratta di giustificare reati o di minimizzare responsabilità penali, ma di riconoscere una continuità. I flussi illegali fanno scandalo perché infrangono le regole; quelli legali vengono celebrati perché rassicurano le coscienze. Ma entrambi hanno spesso contribuito a mantenere intatto lo status quo che a Gaza da vent’anni si chiama Hamas.
La domanda che l’Occidente liberale e democratico continua a evitare è semplice: perché una società dovrebbe cambiare, se la reiterazione delle stesse modalità ha garantito sopravvivenza ideologica, riconoscimento politico e sostegno materiale? Deporre le armi, reali e simboliche, significherebbe una dissoluzione identitaria. E nessuno, dall’esterno, ha mai preteso davvero che ciò accadesse.
Genova non è un’eccezione. È una cartina di tornasole. E ciò che riflette non è tanto uno scandalo locale, quanto l’ipocrisia strutturale di un approccio internazionale che ha continuato a finanziare, direttamente o indirettamente, un’organizzazione terroristica per teoria e per prassi.
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