


L’attacco israeliano e la guerra con gli Stati Uniti hanno riacceso un interrogativo ricorrente: il regime iraniano è vicino al collasso? Da decenni, a ogni crisi, riemerge l’idea di un imminente “Termidoro” persiano. Ma la storia della Repubblica islamica racconta qualcosa di diverso: un sistema capace di trasformare anche le proprie sconfitte in strumenti di sopravvivenza.
Il collasso del Memorandum of Understanding siglato a Versailles e la ripresa delle ostilità fra Stati Uniti e Iran hanno formalizzato ciò che la realtà sul campo indicava da settimane. L’intesa di Versailles si è rivelata una tregua effimera, precocemente logorata dal risorgente oltranzismo militare di Teheran.
L’escalation di queste ore, innescata dagli attacchi sistematici dell’Iran contro i mercantili in transito e dalla pretesa della giunta militare di imporre rotte, protocolli e pedaggi arbitrari sotto il proprio controllo esclusivo, svela la reale postura strategica di Teheran.
Per interpretare questa ostinata scommessa sul conflitto permanente, il parallelo storico più fecondo non risiede nelle classiche crisi mediorientali del secolo scorso, ma nelle dinamiche istituzionali e dottrinali dell’Unione Sovietica degli anni Venti e Trenta.
Ciò a cui assistiamo è la sottomissione totale della logica economica e dello Stato formale a un’architettura di sopravvivenza militarizzata: la sindrome dello Stato-fortezza.
Nel 1924, dinanzi all’evidenza del fallimento del contagio rivoluzionario globale, Iosif Stalin formulò la dottrina del socialismo in un solo Paese. Non si trattava di un ripiegamento volto alla coabitazione, ma della subordinazione tattica dell’ideologia universalistica alla sicurezza del perimetro dello Stato sovietico.
Da quel momento, ogni asset estero – dal Comintern ai partiti comunisti alleati – e ogni risorsa geografica controllata da Mosca vennero militarizzati come prima linea difensiva sacrificabile.
Il regime iraniano, orfano di Ali Khamenei, sta completando questa esatta transizione dottrinale. Sepolto a Mashhad, non solo letteralmente ma anche politicamente, l’universalismo khomeinista delle origini, la giunta che ha assunto il controllo del Paese ha trasformato l’Asse della Resistenza nel proprio Comintern e lo Stretto di Hormuz nella propria linea di faglia invalicabile.
I proxy regionali, un tempo feticcio dell’esportazione della rivoluzione, vengono retrocessi a scudi umani avanzati per proteggere il perimetro della giunta di Teheran.
La pretesa di esercitare un controllo monopolistico sul canale, sfidando i raid americani e bloccando di fatto il traffico mercantile, non è una mossa estemporanea: è la declinazione marittima della dottrina della fortezza assediata.
Come l’URSS considerava il Mar Nero e gli accessi terrestri alla Russia zone di sovranità assoluta, nelle quali il diritto internazionale era subordinato alla sicurezza della Rivoluzione, così l’Iran odierno considera Hormuz una proprietà esclusiva dell’apparato di sicurezza, un’arma di ricatto esistenziale da cui dipende la propria capacità di costringere il mondo a riconoscere la legittimità della giunta.
Sotto il profilo dell’architettura interna del potere, l’URSS degli anni Trenta fu segnata dal passaggio dalla guida carismatica e ideologica alla burocratizzazione centralizzata e spietata degli apparati di sicurezza gestiti dall’NKVD.
Lo Stato formale e i ministeri divennero scatole vuote; il Politburo e gli apparati di sicurezza assunsero il controllo totale dei mezzi di produzione, della logistica e della pianificazione economica, convertendola in una macchina di guerra perpetua.
La sepoltura di Khamenei a Mashhad ha catapultato l’Iran esattamente nel suo 1924, il momento post-leniniano della successione ideologica. Il crollo dell’intesa di Versailles e la ripresa del conflitto aperto con Washington mettono a nudo il trionfo definitivo dei Pasdaran.
Questa transizione ha trovato il proprio sigillo ideologico e politico nella nomina del generale Mohammad Baqr Zolghadr a segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.
Zolghadr è il direttore operativo di un NKVD in salsa persiana che ha formalizzato il passaggio a una giunta militare di fatto, nella quale l’apparato clericale è ridotto a una scatola vuota.
La stessa nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, confinata in una totale invisibilità pubblica, viene utilizzata dai generali come mimesi politica dell’occultamento sciita, che serve da scudo teologico per proteggere il potere securitario dal giudizio di una popolazione che ha ormai reciso ogni legame di consenso con il regime.
L’Iran contemporaneo non è più una teocrazia classica mediata dal clero di Qom o dalle flessibilità diplomatiche della Presidenza della Repubblica. È una dittatura militare-tecnocratica.
Come l’NKVD passò da organo di polizia a colosso industriale, gestendo le grandi infrastrutture dello Stato sovietico, così l’IRGC controlla oggi la spina dorsale economica del Paese attraverso le proprie fondazioni opache.
La decisione di far saltare la tregua e di rivendicare la giurisdizione esclusiva su Hormuz risponde alla logica corporativa dei Pasdaran: la pace, la de-escalation e la riapertura dei mercati legali favorirebbero la rinascita di una tecnocrazia civile e un allentamento del controllo sociale.
Al contrario, lo stato di guerra permanente e il controllo militare dei traffici illeciti e dei pedaggi nello Stretto garantiscono la centralità politica ed economica dell’IRGC, che si nutre proprio delle sanzioni e dell’isolamento per giustificare la propria esistenza.
L’Unione Sovietica rispose all’accerchiamento internazionale centralizzando ferocemente le risorse, imponendo l’autarchia e pianificando una povertà di sussistenza collettiva per finanziare l’apparato bellico.
Stalin era disposto ad affamare l’intera popolazione sovietica – in primo luogo quella ucraina – pur di mantenere l’esportazione di grano a prezzi di dumping per industrializzare l’esercito.
L’applicazione iraniana di questo modello è la formalizzazione estrema dell’Economia della Resistenza invocata da Mojtaba Khamenei. Il regime accetta il collasso delle finanze pubbliche, l’iperinflazione e l’immobilità forzata di centinaia di navi mercantili nei propri porti pur di non cedere il controllo delle rotte marittime.
Come l’URSS scaricava i costi dei Piani quinquennali sulla popolazione civile attraverso il razionamento, la giunta dei Pasdaran utilizza l’economia sommersa, il contrabbando istituzionalizzato e le flotte fantasma dirette verso Pechino come polmone finanziario d’emergenza, trasformando la penuria interna in uno strumento di sottomissione della popolazione civile.
Il parallelismo storico si fa ancora più drammatico se analizziamo il fronte interno. Le Grandi Purghe staliniane trovarono il proprio perno giuridico nell’Articolo 58 del codice penale sovietico, una norma talmente elastica da poter catalogare come crimine controrivoluzionario o complicità con lo straniero qualsiasi comportamento non allineato.
Allo stesso modo, oggi a Teheran l’apparato repressivo del regime applica i reati teologici di moharebeh – guerra contro Dio – e di mofsed-e-filarz – diffusione della corruzione sulla Terra – con la medesima elasticità draconiana.
I tribunali rivoluzionari non amministrano la giustizia, ma applicano il terrore preventivo. La leadership militare sa che la fibra sociale iraniana – a differenza di quella rurale e ampiamente isolata dell’URSS degli anni Trenta – è secolarizzata, urbana, giovane e profondamente ostile al dogmatismo di Stato.
Per questo motivo, ogni minima espressione di dissenso politico, economico o civile per le privazioni della guerra viene marchiata come alto tradimento a favore di Washington o Tel Aviv. La militarizzazione dello Stretto di Hormuz richiede, simmetricamente, la militarizzazione del fronte interno.
La storia ci insegna che i regimi rivoluzionari temono il proprio Termidoro più delle bombe nemiche. L’URSS degli anni Trenta scelse la radicalizzazione totalitaria, la militarizzazione e l’isolamento pur di evitare il compromesso, garantendosi decenni di sopravvivenza al prezzo di una sclerosi strutturale che ne avrebbe poi decretato il crollo epocale.
L’Iran sembra aver imboccato la stessa via senza ritorno. Sfidando apertamente la flotta americana e bloccando il principale corridoio energetico globale, la giunta militare di Teheran ha scommesso tutto sulla trasformazione definitiva dell’Iran in uno Stato-caserma.
Resta da capire se l’architettura dei Pasdaran, priva della profondità strategica e demografica che protesse l’URSS nel XX secolo, riuscirà a reggere l’urto combinato dei bombardamenti e di una società civile che osserva il controllo esclusivo di Hormuz non come una vittoria patriottica, ma come la pietra tombale sul proprio futuro.
A differenza della passiva e isolata popolazione rurale della Russia staliniana, la nazione reale iraniana – giovane, iperconnessa e culturalmente secolarizzata – ha ormai consumato il divorzio definitivo da uno Stato-caserma che ha rinunciato alla ricerca del consenso per affidarsi alla forza bruta.
Davanti a questo divorzio ontologico, la comunità internazionale non può commettere l’errore strategico e morale di abbandonare la società civile operante in loco, la sola ad avere la legittimità storica per edificare un’alternativa laica e democratica.
Scommettere ciecamente sui simulacri della diaspora monarchica o sulle rigide strutture del MEK significa aggrapparsi a nostalgie mai rimpiante o a sigle screditate dalla storia, replicando quel feticismo della scorciatoia che ha già condannato al fallimento le transizioni in Afghanistan, Iraq e Siria.
Il dovere dell’Occidente liberale è, al contrario, quello di spezzare l’assedio informativo del regime, costruendo una fitta struttura di encirclement informativo.
Un investimento politico e tecnologico massiccio in reti digitali decentralizzate, VPN e connessioni satellitari resistenti ai blackout censori del regime repressivo di Teheran è l’unica arma in grado di liberare la popolazione dalle false illusioni di gattopardismo e dalle transizioni pilotate.
Solo connettendo, proteggendo e alimentando i nodi della resistenza interna – che oggi scrive il futuro del Paese sulle pareti insanguinate della prigione di Evin – si potrà sostenere la nazione reale nella propria transizione autoctona contro la tirannia.
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Condivido completamente la visione. Eviterei solo di chiamarla “giunta” perché si direbbe meglio “stato maggiore”. A meno che non si aggiunga “militare”. I vari Ghalibaf , Aragchi e Pezeskian contano come il due di coppe quando briscola sta a spade.