Si dice che l’inferno sia lastricato delle buone intenzioni di coloro che commettono disastri nella convinzione di agire per il meglio.
Si dice anche che la frase sia stata pronunciata da Carletto Marx, un tizio che senza dubbio conosceva i propri simili.
Da Marx a Churchill, lontani anni luce ma anche lui convinto della velleitarietà delle illusioni: “un pacifista”, disse, “è colui che nutre un coccodrillo sperando che lo mangi per ultimo”.
Per entrambi vale il concetto, sottinteso, dei buoni propositi stroncati dalla realtà, ovvero dal crudo realismo di chi si ha di fronte come antagonista. Il che calza a pennello col rapporto sciagurato intessuto per almeno dieci anni con Putin dai principali leaders del mondo occidentale: l’illusione cioè che trattando amichevolmente l’autocrate russo, ovvero vincolandolo in lucrosi rapporti commerciali, lo si potesse disinnescare facendone di lui un partner magari bizzoso ma basicamente affidabile e comunque inseribile a buon titolo nel consesso razional-mercantilista tipico delle società occidentali.
Ecco l’errore di fondo: aver voluto misurare Putin con le logiche delle liberaldemocrazie e non con quelle della psichiatria criminale applicata ad un piccolo burocrate impregnato di ossessioni paranoiche e narcisismo maligno ed assillato dall’idea di vedere il proprio nome scolpito nella Storia ed abbinato agli altri tiranni, da Ivan IV a Stalin, edificatori non benemeriti della potenza imperiale russa.

Così, mentre i leaders occidentali in un misto di ingenuità, stoltezza ed interesse venale si affannavano a blandirlo anche dopo la rapina a mano armata di Crimea, intavolando con lui affari vantaggiosi miliardari (gas in primis, ma non solo) nell’illusione mercantile di creare col denaro una interdipendenza reciproca, Putin tesseva le sue trame visionarie, per certi versi millenaristiche e comunque lontane dalla razionale schematicità delle logiche d’affari su cui si basano le nostre società: così impigrite e solipsistiche da ritenere che sviluppo e benessere fossero di per sé armi di distensione, in grado di sostituire quelle armi di dissuasione che per tutta la Guerra Fredda avevano garantito sicurezza e quindi appunto benessere e sviluppo e che venivano ora invece giudicate immorali da una morale compulsiva del tutto fine a sé stessa.
Errore esiziale, l’illusione cioè, mal riposta ed ostinata, che i dividendi della pace post 1989 potessero continuare ad essere incassati anche in uno scenario in radicale mutamento.
Valutazione miope resa ancor più grave dal fatto che Putin aveva compreso l’Occidente molto meglio di quanto l’Occidente avesse compreso Putin: oramai rinchiuso in una greve bolla di revanscismo, ossessioni e gelido rancore ma sempre sufficientemente lucido ed astuto da nascondersi dietro una gigantesca maskirovka recitata per anni a beneficio di un pubblico occidentale tanto colto quanto stolto.
Quindi politica del gas con la tecnica del pusher, lotta al terrorismo come specchietto per le allodole, valori della tradizione spacciati per antidoto ai disvalori del progresso: fanfaluche da imbonitore, trucchi da illusionista per abbindolare gli ingenui e comperare i corruttibili con fiumi di denaro transitati nei mercati finanziari del mezzo mondo che conta. (*)

E mentre dai palchi delle ospitali tribune occidentali, ansiose di appeasement e golose di contratti, Putin elargiva a piene mani il suo soft-power seducente, nelle più remote stanze del Cremlino venivano intessute trame di guerra ibrida insidiosa e tossica, con cui recuperare in prospettiva, sotto forma di influenza politica e con interessi da strozzo, le munifiche concessioni economiche elargite col sorriso ai gonzi plaudenti della sottopolitica da trivio.
Ripudiato dall’Occidente, von Clausewitz trovava casa a Mosca. La guerra diventava continuazione della politica russa, anzi parte integrante: Georgia, Crimea, Donbas, Siria, fatalmente accettate, a volte subìte e più spesso plaudite da una comunità occidentale disorientata dalla nuova postura russa ma tuttavia sempre intenta a farsi i conti nelle tasche riccamente riempite di prebende e di ruoli, tecnicamente ininfluenti ma molto ben remunerati, nei CdA di compagnie russe sbarcate nelle piazze affari d’Occidente.
Ed ecco quindi Gazprom, Rosneft, Lukoil, conglomerati di stato blandamente privatizzati per garantire il pane agli oligarchi più fedeli, in realtà protrusioni cancerose del soft-power del Cremlino, di quello che Catherine Belton ha definito “KGB-capitalism”; vettori strategici del ricatto energetico elaborato dal regime di Putin attraverso gasdotti sottomarini ed impianti estrattivi nella tundra siberiana, dai nomi innocui e suadenti: North Stream 2 oppure Arctic LNG, con i quali stringere ulteriormente il cappio del gas attorno al collo dell’Europa insipiente ed ossequiosa, oltre che inondare di prebende le tasche dei peggiori ruffiani ed agevolatori del filorussismo da portafoglio in Italia, Francia e Germania ed ovunque se ne presentasse l’occasione.

Obiettivo di tutte queste manovre il finanziamento, da parte del Cremlino, dei movimenti populisti ed antisistema di destra e di sinistra, con cui indebolire dall’interno le democrazie occidentali nel quadro più ampio della guerra ibrida con cui Putin giocava la sua partita con la spregiudicatezza del baro, su più tavoli e con approcci multipli modulati sul contesto: a volte intrusivi e subdoli, tutti kompromat e fondi neri, come in Europa Occidentale, a volte cinetici ed invasivi, come invece in Georgia ed in Ucraina, là dove il Cremlino poteva sfilarsi il guanto di velluto.
Il metodo funzionava, la Crimea era là a testimoniarlo, svogliate e blande le reazioni e le sanzioni, quasi un obbligo formale per salvare le apparenze. Rapidamente maturavano i tempi dell’azzardo definitivo.
L’Occidente, codardo ed insipiente, tanto stolto quanto ingordo, osservava e lasciava fare timoroso di spezzare l’illusione della convivenza con la Russia senza rendersi conto di stare fabbricando la corda con cui Putin, a tempo debito, avrebbe cercato di impiccarlo.
(*) Secondo Catherine Belton nel solo secondo trimestre 2009 ben 332 mld USD erano affluiti sulla piazza di Londra provenienti dalla Russia.

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