

Ottant’anni fa Liliana Segre veniva liberata dal campo di Malchow, sottocampo del campo di concentramento di Ravensbrück. Il contesto in cui giunge questo importante anniversario, però, non è dei più felici. Negli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito più volte allo spettacolo vergognoso degli insulti indirizzati alla senatrice a vita, ebrea sopravvissuta ad Auschwitz.
Non c’è occasione pubblica, trasmissione televisiva, o anche semplicemente condivisione social di un suo pensiero o articolo, che non preveda una pesantissima eruzione di improperi nei suoi confronti, vomitati non solo da account anonimi, ma anche da rispettabili cittadini, con tanto di nome, cognome e carriera pubblica. L’ultimo episodio risale allo scorso 25 aprile, a seguito di un incontro a Pesaro, cui aveva preso parte la senatrice.
Come in altri casi, sono scattate le indagini della polizia e le denunce. La scusa addotta dagli insultatori è sempre la stessa: “Segre non ha condannato quello succede a Gaza”. Rispetto a ciò, sussistono tre problemi concatenati: li elenco in ordine di gravità.
In primo luogo, va detto che si possono sempre commentare e criticare le posizioni di una figura pubblica, specie quelle di una senatrice della Repubblica: il fatto che tali critiche sfocino sempre – ripeto sempre – in una grandinata di offese, nelle quali, guarda caso, l’equiparazione tra la Segre e i nazisti è elemento ricorrente, dice però che non si tratta nè della normale critica democratica, com’è evidente, né di una delle tante forme di sfogo volgare delle pulsioni popolari contro i politici. C’è qualcos’altro sotto: lascio al lettore indovinare cosa.
In secondo luogo, le turpi invettive che colpiscono la senatrice sono motivate in modo capzioso: Segre, infatti, non è affatto rimasta in silenzio su Gaza, ma si è espressa e anche in termini piuttosto limpidi. Il problema, semmai, è che la posizione dichiarata non combacia in ogni spigolo con i desiderata dei dileggiatori. Segre, insomma, non solo deve parlare di Gaza ma lo deve fare soltanto in un modo: nella logica degli insultatori, o la senatrice si fa loro megafono oppure l’insulto è giustificato.
In base a quanto detto, e siamo al terzo punto, possiamo ora andare al cuore della faccenda: inutile girarci intorno, il problema è la parola “genocidio”. Sei mesi fa, Liliana Segre ha consegnato al Corriere della Sera le sue considerazioni su Gaza. Nel testo si legge che “sono evidenti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi sia da Hamas e dalla Jihad, sia dall’esercito israeliano”.
In quelle righe vi è una condanna chiara di Hamas e anche delle azioni dell’esercito israeliano. Non interessa qui giudicare il contenuto di questa posizione. Ciò su cui è essenziale porre l’attenzione è che neppure queste parole, per gli insultatori della Segre, rappresentano un terreno di incontro, uno spiraglio minimo di dialogo, o quantomeno un legittimo punto di vista da tollerare.
Nient’affatto. O utilizzi “genocidio” o niente, o ti pieghi all’equiparazione tra Israele e Nazismo o “sei complice”, non sono ammesse altre vie. Perfino il richiamo ai delitti di Hamas è in fondo da tanti recepito con sospetto. Ecco, dunque, mostrata in modo plateale la verità di un altro passaggio dell’articolo della Segre richiamato poco fa.
Là, infatti, la senatrice osservava pure che “solo coprendosi occhi e orecchie si può evitare di percepire il compiacimento, la libidine con cui troppi sembrano cogliere un’opportunità per sbattere in faccia agli ebrei l’accusa di fare ad altri quello che è stato fatto a loro”.
Se il non utilizzo del termine “genocidio” per descrivere la situazione di Gaza, diventa l’alibi morale per dare del nazista all’ebreo che non si allinea, la strumentalità dell’accusa genocidiaria emerge nel modo più palese. “Genocidio” non serve, allora, a rendere pienamente giustizia a delle vittime e indicare in modo preciso le responsabilità di determinati attori, ma a insozzare Israele e con esso gli ebrei, possibilmente per sempre.
Per una parte della nostra opinione pubblica, di cui gli odiatori social sono solo l’avamposto più vistoso, la tragedia di Gaza è l’occasione per realizzare una mostrificazione premeditata e da molti a lungo covata, anche nei nostri ceti intellettuali: l’equiparazione tra Israele e Germania nazista, infatti, nasce ben prima del pogrom del 7 ottobre 2023.
Come sa chiunque conosce un minimo di storia contemporanea, la cosa ha una vita assai più lunga. Quanto poi sia eticamente sconcia la pretesa che ogni ebreo nel mondo si dissoci dalle politiche dello Stato d’Israele, sotto la minaccia di esservi associato per comunanza di razza, non merita troppo approfondimento.
Questo è il retroterra culturale di quanti adottano in modalità strumentalmente ossessiva l’accusa di “genocidio”. La pervicacia e la pervasività di tale sfondo dovrebbe preoccupare tutte le persone civili, che sanno utilizzare il bisturi della riflessione contro il lanciafiamme dell’indignazione ideologica.
Dovrebbe anche preoccupare i vertici dei partiti di sinistra del nostro Paese, che si ritengono al riparo per grazia ricevuta da certe derive che flirtano con l’antisemitismo o vi ricadono pienamente dentro. La retorica ricattatoria del “o genocidio o niente” è un grande gazebo ospitato dal loro padiglione culturale. Purtroppo, non fanno nulla per sciogliere gli equivoci, anzi, diciamo la verità, li alimentano.
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