


Seconda puntata del viaggio tra le voci del mondo islamico che difendono Israele e denunciano il fondamentalismo. Le storie di Ahmed Quraishi, Hayvi Bouzo e Yasmine Mohammed mostrano il prezzo personale pagato da chi infrange tabù politici, religiosi e culturali.
Non è solo nei paesi arabi che si trovano voci controcorrente in difesa d’Israele. Per le loro posizioni, spesso devono pagare un prezzo molto alto.
Un pakistano contro l’integralismo
Lo sa bene il giornalista Ahmed Quraishi, che nel maggio 2022 è stato licenziato dalla TV di Stato del Pakistan per essersi recato a Gerusalemme, dove ha intervistato il presidente israeliano Isaac Herzog, assieme ad una delegazione composta principalmente da americani di origine pakistana. Gli appelli per fargli riottenere il lavoro non sono serviti a nulla.
Ciò non gli ha impedito di continuare a difendere lo Stato Ebraico. “Noi (musulmani) dobbiamo capire Israele e la sua storia, e non respingerla completamente”, ha detto al “Times of Israel” nel 2024, durante un’altra visita in Israele. “Il Corano menziona i figli d’Israele e dice che Allah ha dato loro questa terra. La prima direzione della preghiera nell’Islam era Gerusalemme, non per via di Al-Aqsa, ma perché era la direzione della preghiera del popolo ebraico”.
Quraishi ha lavorato nell’amministrazione di Pervez Musharraf, presidente del Pakistan dal 2001 al 2008, occupandosi delle comunicazioni per il contrasto all’estremismo. Motivo per cui ha denunciato senza mezzi termini i crimini di Hamas e di altri movimenti fondamentalisti.
“Hamas ha usato moschee, ospedali e edifici di uso civile. È esattamente la stessa storia di ciò che i militari pakistani e l’esercito americano hanno visto combattendo contro Al-Qaeda e i talebani in Pakistan e in Afghanistan”, ha dichiarato. “In alcuni casi, moschee e scuole sono dovute saltare in aria perché erano trappole esplosive e Al-Qaeda ci aveva nascosto delle armi all’interno”.
L’interesse di Quraishi per Israele e i palestinesi ha origine anche dal suo percorso personale: nei suoi primi anni di vita è cresciuto in Kuwait, dove fino ai primi anni ’90 la comunità palestinese contava centinaia di migliaia di persone. Queste furono espulse in massa dopo la prima guerra del Golfo, come ritorsione per il sostegno di Yasser Arafat a Saddam Hussein quando l’Iraq invase il Kuwait.
Da bambino, ha spiegato al “Times of Israel”, i suoi coetanei palestinesi lo portavano a vedere i campi di addestramento dei terroristi, che simulavano rapimenti e dirottamenti aerei. In una successiva intervista del 2025 al “Jerusalem Post”, ha affermato: “Sono cresciuto con compagni di classe e insegnanti palestinesi. Conoscevo bene la loro storia. Ma non puoi risolvere un conflitto che dura da 80 anni senza ascoltare la storia israeliana dagli israeliani”.
Una giornalista coraggiosa
Quraishi non è l’unico giornalista proveniente da un paese islamico ad aver infranto un tabù intervistando degli israeliani e che, per questo, ha subito un forte ostracismo. Ne sa qualcosa la siriana di origini curde Hayvi Bouzo. Nata e cresciuta a Damasco, è stata costretta a trasferirsi negli Stati Uniti per la sua vicinanza a Israele e per aver intervistato dei cittadini israeliani dopo il 7 ottobre.
Intervistata da “Ynetnews” nel 2024, prima della caduta di Assad, ha spiegato come veniva visto Israele in Siria fino a quel momento: “I siriani guardano a Israele con un complesso d’inferiorità. Sui canali ufficiali della TV di Stato, non c’è rappresentazione d’Israele che non sia quella del paese nemico, i soldati, guerra, odio e ostilità. Non c’è speranza di vedere la vita quotidiana in Israele o di trasmettere un servizio di un giornalista straniero che visita Israele dando l’impressione della strada”.
La Bouzo ha raccontato che il primo israeliano da lei intervistato, per l’emittente “Orient”, è stato l’ambasciatore alle Nazioni Unite Danny Danon. “Non potrei dimenticarlo. Mi hanno chiamata traditrice. A quel punto ho capito che non avevo speranze di poter tornare in Siria, in quanto sarei stata processata per tradimento. Non mi ha infastidito molto, poiché sapevo che hanno visto l’intervista anche se mi chiamavano ‘traditrice’”.
In seguito, ha intervistato altri israeliani, tra cui le vittime del 7 ottobre e i loro cari, così come l’attore della serie televisiva “Fauda” Lior Raz.
La giornalista siriana ha dichiarato a “Ynetnews” di aver rischiato la vita prima di riuscire a lasciare il suo paese: “Se fossi rimasta in Siria, sarei morta molto tempo fa. Il regime siriano (di Assad, ancora in piedi al momento dell’intervista, ndr) ha molti problemi con me, da quando ho scritto su Facebook cosa stava facendo nella città di Daraa, al confine giordano. Fu un massacro orribile che iniziò con l’arresto di bambini e proseguiva con il taglio di mani e piedi durante gli interrogatori”.
Ha continuato dicendo: “La mia famiglia ed io abbiamo iniziato a ricevere minacce di morte. Mio zio ha sentito da persone del Mukhabarat (l’intelligence siriana) a Damasco che il mio nome era apparso in una lista di arresti e ne è rimasto sorpreso perché sapeva che, se fossi stata arrestata, neanche i miei genitori e mia sorella sarebbero stati al sicuro. Abbiamo deciso di andarcene in fretta prima che ci beccassero. Volammo negli Emirati Arabi Uniti e, da lì, negli Stati Uniti. Se avessi perso il volo, oggi non sarei viva. Dopo la mia partenza, ho saputo che il regime siriano aveva giustiziato giornalisti come me che avevano scritto sui crimini del regime. Ho ancora incubi su cosa sarebbe potuto succedere se avessi insistito per restare”.
Una sposa in fuga dal marito jihadista
Talvolta, certe posizioni sono il riflesso di determinati percorsi di vita. È il caso di Yasmine Mohammed, attivista canadese per i diritti delle donne nel mondo musulmano. Nata a Vancouver da padre palestinese di Gaza e madre egiziana, la Mohammed è stata costretta a indossare l’hijab da quando aveva nove anni, dopo il divorzio dei genitori e l’avvicinamento della madre a posizioni integraliste.
In un’intervista rilasciata nel 2019 al “Jerusalem Post”, ha raccontato che a 19 anni è stata data in sposa, tramite un matrimonio combinato, ad un esponente di spicco di Al-Qaeda, Essam Marzouk, arrivato in Canada come rifugiato mentre era ricercato in Egitto.
Sin dall’inizio del loro matrimonio, Marzouk l’ha abusata ripetutamente. Dopo la nascita della loro prima figlia, la Mohammed è fuggita dal marito per impedire che la bambina subisse la mutilazione genitale femminile. Oggi svolge un’intensa attività d’informazione per mettere in guardia il pubblico occidentale in merito alla minaccia rappresentata dal fondamentalismo islamico.
La prima volta che è stata in Israele nel 2024, con una delegazione dell’associazione Sharaka, la Mohammed ha twittato: “Una delle cose più scioccanti, vergognose e inquietanti su Israele è che hanno bisogno di rifugi antimissile ovunque. In quasi ogni edificio, nei parcheggi, nei campi giochi per bambini. Nessun altro paese sul pianeta vive in questo modo. Nessun’altra linea aerea ha bisogno di sistemi di difesa antimissile”.
Ha raccontato al “Times of Israel” di aver cercato di avvertire i suoi amici israeliani di sinistra in merito alla minaccia rappresentata dal terrorismo jihadista. “Siccome gli ebrei nutrono un amore profondo per l’umanità e il progresso, tendono a pensare che siano tutti così. E mi rende veramente triste dovergli far capire che non è quella la realtà in cui viviamo. Ma il 7 ottobre ha infranto quella bolla”.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo.
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
