

Si parla spesso erroneamente di Liberty, Art Nouveau e Art Déco usandoli spesso come sinonimi; vale la pena allora fare un po’ di chiarezza su questi linguaggi di stile che hanno caratterizzato la fin de siècle ottocentesca e i primi decenni del Novecento, con propaggini giunte fino agli anni Trenta.
Nel passaggio tra i due secoli l’Europa vive una trasformazione profonda. Le città crescono, la richiesta di beni di consumo accelera, si afferma la produzione industriale in serie. In questo contesto nasce un’esigenza nuova: coniugare bellezza, senso e umanità con un mondo che rischia di diventare meccanico (un’intuizione, quella della meccanicità, colta in Italia dalla corrente artistica futurista).

È da queste esigenze che prende forma un nuovo stile di decoro: il Liberty, o Art Nouveau, una corrente di gusto di breve durata, ma intensissima, che tra il 1890 e il 1910 tenta qualcosa di radicale: abolire la distanza tra arte e vita quotidiana. Non è solo un linguaggio decorativo, ma un’idea totale. Non distingue tra arti maggiori e minori, tra edificio e maniglia, tra quadro e manifesto pubblicitario. Tutto può e deve essere progettato, tutto può diventare forma artistica.
La linea curva è il suo segno manieristico distintivo. Una linea continua, fluida, ispirata alla natura: steli, fiori, onde, corpi femminili (si pensi a Gustav Klimt). L’ornamento non si applica, nasce dalla struttura stessa dell’oggetto o dell’edificio. A seconda dei paesi, questo stesso stile assume nomi diversi: Art Nouveau in Francia e Belgio, Jugendstil in Germania, Secession a Vienna, Modernismo in Spagna. Solo in Italia si afferma il termine Liberty, un caso unico nella storia dell’arte di casa nostra.
Il nome deriva dal department store londinese Liberty & Co., che diffonde tessuti, arredi e oggetti decorativi ispirati al nuovo gusto. Il successo è tale che, per il pubblico italiano, il nome del negozio finisce per identificare l’intero stile, rivelando il legame profondo tra arte, industria e commercio.
Questo nuovo linguaggio prende forma in luoghi precisi e attraverso figure decisive. Bruxelles e Parigi ne sono le prime capitali, grazie all’opera di architetti come Victor Horta, che trasforma l’abitazione borghese in un organismo fluido, ed Hector Guimard, autore degli iconici ingressi della metropolitana parigina. In ambito grafico e decorativo emerge la forza di Alphonse Mucha, mentre vetro e gioiello diventano linguaggi espressivi autonomi con artisti come Émile Gallé e René Lalique.
Nel Sud Europa il Liberty assume accenti più plastici e narrativi. A Barcellona, il mitico Antoni Gaudí interpreta il nuovo stile come architettura visionaria e simbolica. In Italia, molte città diventano laboratori di un Liberty elegante e colto, con ville e palazzi divenuti famosi: Palazzo Castiglioni e Casa Galimberti a Milano; Palazzo Bellia, Casa Fenoglio-Lafleur, Villa Scott e Villaggio Leumann a Torino; ma anche a Napoli il Rione Amedeo al Vomero, senza dimenticare gli esempi di Palermo e Catania, mentre a Roma il quartiere Coppedè rappresenta una deviazione fantastica e irregolare, sospesa tra sogno, decorazione e insediamento urbano.
L’ambizione del Liberty è totale anche nei suoi impieghi: oltre all’architettura, arredo, arti decorative, grafica, moda, gioielleria e oggetti d’uso quotidiano partecipano tutti allo stesso progetto, vivere circondati dall’arte. Il corpo, soprattutto quello femminile, non viene più costretto ma accompagnato; l’abito segue il movimento naturale, la decorazione diventa linea continua che avviluppa gli oggetti.
Nonostante la sua forza innovativa, il Liberty ha vita breve. È complesso, costoso, difficile da tradurre in una produzione in serie. Con la fine della Belle Époque e la frattura profonda della Prima guerra mondiale, l’Art Nouveau si spegne come un sogno fragile: le sue linee organiche, nate dal dialogo con la natura e con l’artigianato, si irrigidiscono in forme più severe, mentre il desiderio di armonia cede il passo a una nuova estetica che guarda alla città, alla macchina e alla verticalità, preparando il terreno all’Art Déco, linguaggio della modernità consapevole e del progresso senza illusioni.
Questo nuovo spirito trova la sua espressione più compiuta negli Stati Uniti e in particolare a New York, dove il Chrysler Building, pur con la sua guglia flessuosa, diviene il simbolo di un’architettura che celebra velocità, industria e potenza urbana, sostituendo ai fiori e alle linee vegetali le geometrie, i raggi e l’acciaio.
Le linee delle leggendarie auto di Ettore Bugatti celebrano il trionfo di tale evoluzione.
Resta però una traccia precisa, che è l’eredità più profonda del Liberty: l’idea che la bellezza non sia un lusso, ma una forma di civiltà. Un’utopia estetica durata poco, ma capace ancora oggi di parlare al nostro modo di abitare, vestire e guardare il mondo.
Quando tutto è finito, perché ogni folata del gusto si esaurisce, dietro l’angolo sono apparsi la Bauhaus, la Scuola scandinava e il Razionalismo italiano, che sceglieranno le linee rette al posto dei ghirigori: trionfo della semplicità espressiva e costruttiva.

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